Introduzione

L’energia globale ha vissuto un 2011 abbastanza travagliato. L’incidente di Marzo nei pressi di Fukushima ha causato lo spegnimento di molti reattori nucleari e l’abbandono di alcuni progetti che rientravano nel piano di “rinascimento nucleare” pubblicizzato dagli Stati Uniti – e adottato anche in Europa e Asia – quale strumento necessario per l’ottenimento dell’autosufficienza energetica. Quest’ultimo principio di emancipazione dalle importazioni sembra essere diventato il canovaccio di cui si servono politici e politologi a Washington e Bruxelles; non è escluso che tra qualche tempo lo stesso vocabolario venga impiegato a Pechino e Nuova Delhi.

Il duro colpo inferto al “rinascimento nucleare” ha convertito l’atomo in tabù, tanto che anche l’inizio della produzione della centrale iraniana di Bushehr non ha riscontrato una vasta copertura mediatica[i].

Escluso il nucleare, si è tornati a parlare di efficienza energetica e fonti rinnovabili, finché dagli Stati Uniti non è arrivata la chiamata al fracking: secondo le prime stime, il sottosuolo est-europeo sarebbe ricco in gas naturale, estraibile grazie alla frattura degli scisti che lo trattengono nel sottosuolo. Tuttavia, i progetti di shale gas hanno ancora bisogno di seri studi di fattibilità e di impatto ambientale.

La domanda allora persiste: come ottenere l’autosufficienza energetica, soprattutto in aree come l’Europa dove la dipendenza da un solo Paese produttore rischia di creare problemi geopolitici? La risposta è sempre la stessa: fonti alternative, energie rinnovabili ed aumento dell’efficienza energetica. L’Europa sembra averlo capito, ma sembra anche poco propensa  ad adottare misure che incentivino la messa in moto dell’industria delle rinnovabili, ancora economicamente poco profittevole. La novità, da un paio di anni, è la presenza della Russia, il gigante delle energie tradizionali, nella corsa alla ricerca di energie alternative a petrolio e gas. Nelle prossime righe cercheremo di capire i motivi di questa nuova mossa energetica di Mosca.

Fino all’ultima goccia

A partire da Agosto, è stato visibile sul sito web del Ministero dell’Energia[ii] russo lo striscione pubblicitario che ricorda che il 4 settembre è il giorno del petrolio e del gas (“S dnyom neftyanika!” recita gaudioso l’annuncio). La Russia è senza dubbio un Paese fortemente tradizionale, anche in ambito energetico. Mantiene il podio nella produzione di petrolio e gas da decenni e rappresenta la principale fonte di approvvigionamento per molti mercati. Tuttavia, in linea con quanto previsto dalla “curva di Hubbert” negli anni Cinquanta per gli Stati Uniti, anche in Russia il “picco” della produzione di petrolio è stato superato[iii]. Le croniche difficoltà tecnologiche nel catturare tutto il gas che viene estratto (e di conseguenza lo spreco attraverso la combustione post-estrattiva, o flaring) non permettono un uso efficiente delle riserve siberiane, che continuano il loro esponenziale declino.

Il commercio di energia tradizionale all’interno dell’area ex-sovietica permette lauti profitti a Gazprom e ad altri giganti dell’energia, che utilizzano il sistema di condotti già esistente per rivendere gli idrocarburi acquistati alle pendici del Caucaso o sulle steppe centroasiatiche a clienti disposti a pagare cifre molto alte (principalmente i Paesi membri dell’UE e altri Paesi ex-sovietici, quali Ucraina e Bielorussia). Comunque, la de-capitalizzazione di Gazprom e il bilancio sempre più negativo dei suoi core assets relativi all’estrazione e alla vendita di gas naturale sono segnali molto forti che riflettono le prime difficoltà per l’energia tradizionale russa.

Inoltre, come abbiamo già visto su queste colonne[iv], la corsa ai giacimenti nell’Artico rappresenta un’ulteriore indizio della fragilità dell’industria estrattiva. Se le maggiori compagnie, siano esse russe, europee o statunitensi, sono disponibili a intraprendere progetti ad alto rischio, investendo ingenti somme di denaro, invece di provare a partecipare alla riconversione del paniere energetico, assisteremo sicuramente a una lotta febbrile, gomito a gomito, all’inseguimento dell’ultima goccia di petrolio.

La nuova politica energetica

Le disposizioni del Cremlino per rimediare al declino, anche geopolitico, che una flessione nella produzione (e quindi anche nell’offerta) di idrocarburi potrebbe causare, si diramano in tutte le direzioni.

L’energia nucleare continua ad avere una rilevanza nella produzione di energia per il consumo domestico[v].

Alcuni studi geologici hanno evidenziato il grande potenziale, anche in Russia, per lo shale gas, di cui le zone poco popolate della Siberia sarebbero ricchissime. Ciononostante, senza le tecnologie americane e le certezze del sottosuolo, è difficile prevedere il decollo di tale pratica.

La Federazione Russa ha collaborato con l’Agenzia Internazionale per l’Energia alle politiche di sviluppo per l’industria delle energie rinnovabili fin dall’inizio del secolo. Nel 2001, solo il 3,5% della produzione di energia primaria russa proveniva da fonti rinnovabili, principalmente da centrali idroelettriche, e contribuiva solo per lo 0,5% alla domanda di elettricità, evidenziando gli annosi problemi dell’ottimizzazione della rete[vi]. Il gas naturale è stato investito del ruolo principale nella generazione di corrente elettrica anche grazie all’azione statale che ne mantiene il prezzo domestico artificialmente basso. In queste circostanze, gli investimenti nelle energie rinnovabili (e nella loro “immissione in rete”) non sono economicamente sostenibili. Dal Dicembre 2010, la International Finance Corporation della Banca Mondiale ha creato un programma di consulenza e supporto chiamato Russia Renewable Energy Program.

Le nuove strategie energetiche, succedutesi nel corso del passato decennio, hanno dimostrato un piglio originale rispetto alla “tradizione idroelettrica” sovietica, ma non ne hanno ancora portato alla luce i frutti. Il grande sviluppo a partire dagli anni Trenta della produzione di energia idroelettrica, portò alla creazione del Sistema Energetico Unificato (UES) nel 1950. La Russia di Putin (e di Medvedev) è ancora lontana dai successi sovietici nel collegamento dell’immensa unione alle reti elettriche e ai condotti di petrolio e gas. Nonostante ciò, più di cento centrali rendono Mosca tra i primi produttori mondiali di energia idroelettrica (21% del totale).

Il decreto sul risparmio energetico del Novembre 2009 arrivò solo qualche giorno in anticipo rispetto alla “Strategia Energetica verso il 2030” (Strategia)[vii]. L’obiettivo è riclassificare le strumentazioni elettriche, dalle più complesse agli elettrodomestici, in vista della sostituzione delle meno efficienti. Inoltre, l’incontro sinergico dei due atti del Cremlino sembra indicare che la coordinazione tra l’anima tradizionale e quella “verde” del settore energetico russo sia necessaria per lo sviluppo nel medio termine.

Gli strumenti, gli obiettivi e le ambizioni

Tra i progetti più ambiziosi nella categoria delle rinnovabili figurano:

  • La centrale idroelettrica Boguchansky (3.000 MW), che rientra nel progetto BEMO, co-finanziato da RusHydro e RusAl, nella regione di Krasnoyarsk (l’inizio della produzione è fissato al 2013).
  • La trasformazione del Caucaso settentrionale in un importante centro per le energie alternative, sia da un punto di vista tecnologico-produttivo, sia per quanto riguarda la ricerca in campo accademico, quest’ultima considerata in chiave strategica anche per la politica di pacificazione dell’area[viii].
  • Il rafforzamento e la protezione del parco eolico di Kaliningrad, con una capacità installata di 5 MW sulla sponda baltica del territorio russo. La centrale eolica più promettente è in costruzione presso la costa del Mare d’Azov e si prevede che possa portare sulla rete una capacità di 100 MW[ix]; a questo progetto partecipa con ingenti investimenti e trasferimento di tecnologia la tedesca Siemens.

 

Nel settore eolico, la Russia sta attraversando un periodo di spinta iniziale: nei prossimi dieci anni intende aumentare esponenzialmente la capacità installata, superando l’arretratezza che la vide figurare al 51° posto nel 2008, nonostante sia la nazione più vasta al mondo[x]. Partendo da zero, il settore del solare ha compiuto grandi progressi nel 2010 e 2011[xi]. Ma resta infinitesimo lo sfruttamento dell’energia solare (nelle sue varie sfaccettature, dal fotovoltaico al termico). RusNano e Renova di Viktor Vekselberg stanno programmando la messa in opera di molti progetti. Le nanotecnologie sono un punto forte nel settore di ricerca e sviluppo anche per quanto riguarda le rinnovabili. Per questo, con l’impegno di Vladimir Putin, dal 2007 una parte del budget federale è destinato alla compagnia RusNano[xii], riconvertita in società per azioni lo scorso Marzo. A presiederla è il politico Anatolij Chubais, ex-giovane rifomatore dell’era Yeltsin ed ex-amministratore delegato della UES, parzialmente privatizzata e lottizzata nel 2008.

Il potenziale “tecnicamente sfruttabile” da energie rinnovabili è circa quattro volte superiore alla domanda interna. Questo dato supporta l’argomentazione governativa che ritiene decisivo il ruolo delle energie rinnovabili non solo per quanto riguarda il consumo interno, ma anche per la riduzione del carico di emissioni-serra. Il decimo capitolo della Strategia sembra prendere coscienza delle problematiche ambientali legate ad un’economia troppo dipendente dai combustibili fossili. Tuttavia, rimane politicamente timida la proiezione della produzione « almeno proporzionalmente costante » di energia elettrica da fonti rinnovabili; solo nella terza fase di implementazione della Strategia, il volume di produzione “rinnovabile” triplicherà.

Un possibile campo di applicazione per la generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili è l’off-grid. Il vasto territorio russo non è mai stato coperto integralmente dalla rete elettrica e tuttora si stima che circa il 10% della popolazione non sia connessa a sistemi nazionali o regionali. L’utilizzo in scala ridotta di energia solare, eolica o geotermica potrebbe rispondere alla domanda locale in tali aree remote. Ma questo ha poco a che fare con i piani strategici di Mosca che coinvolgono progetti a larga scala e hanno ripercussioni geopolitiche in tutta l’area eurasiatica.

La green economy russa – come la vorrebbe l’Occidente

La crescente domanda di energia elettrica nel mercato interno russo rende più difficile la giustificazione politica dell’innalzamento dei prezzi (ovvero l’abolizione dei sussidi governativi) del gas naturale verso i prezzi di mercato. Quest’ultima è la proposta occidentale, impregnata delle teorie classiche dell’economia capitalista. Una seconda ricetta, sempre proveniente dalle scuole angloamericane, spinge per la liberalizzazione del settore del gas: il monopolio di Transneft sulle pipelines e il diritto esclusivo all’esportazione ottenuto da Gazprom rendono questo segmento importante del mercato energetico poco flessibile e molto “verticale”[xiii]. In terzo luogo, alla Russia si chiede di migliorare l’intensità energetica (unità di PIL per ogni unità di energia consumata).

In generale, la Russia presenta difficoltà sostanziali nell’individuazione e nell’elaborazione di dati statistici vicini alla realtà. La mancanza di trasparenza, sempre più evidente, si accompagna alla poco rigorosa tradizione statistica russa, che durante gli anni sovietici era abituata a far combaciare i numeri con le volontà precipue del Politburo.

Un più sistematico e lungimirante utilizzo delle energie rinnovabili, ancor più che un aumento dell’efficienza energetica, risponderebbe alle richieste di Washington e Bruxelles, garantendo a Mosca una migliore integrazione internazionale con i mercati più forti. Pur sembrando contraddittorio, l’accento che Europa e Stati Uniti pongono sullo sfruttamento delle rinnovabili è giustificato dagli investimenti sia nel campo tecnologico, sia nel mercato russo, delle imprese multinazionali più importanti (Exxon, Siemens, Vestas). Secondo alcuni analisti[xiv], lo sfruttamento più efficiente dell’energia comporterebbe una disponibilità maggiore di energia per l’esportazione, che a sua volta si tradurrebbe in un aumento della sicurezza energetica per i Paesi importatori, principalmente per l’Unione Europea.

Conclusione

Il superamento del peak oil, il declino nella produzione di petrolio e le ardite spedizioni ai margini della Terra per la sua estrazione potrebbero avere effetti positivi sull’implementazione di politiche energetiche più sostenibili, sia per le economie domestiche, sia per l’ambiente.

La decisione della Royal Navy di convertire il combustibile dei motori della flotta britannica da carbone a petrolio segnò l’inizio di una nuova era. Grazie a tale iniziativa, il petrolio diventò un idrocarburo sempre più comune e sempre più usato. Oggi che il “secolo breve” dell’oro nero volge al termine, servirà uno sforzo titanico a una grande nazione per la riconversione della propria economia verso fonti rinnovabili di energia. L’Unione Europea, in quanto a politiche di efficienza e riduzione della dipendenza da combustibili fossili si prodiga in dichiarazioni e scadenze che vengono rispettate troppo raramente. Gli Stati Uniti rimangono indietro anche nel confronto con la Cina, che sente sempre più il costo dell’importazione di energia. La Russia potrebbe sfruttare la propria posizione di forza sui mercati degli idrocarburi per programmare con responsabilità e lungimiranza un percorso strategico verso le rinnovabili. E chissà che, superando le diffidenze interne[xv], non riesca ad avere più successo rispetto a Bruxelles.

Infine, è notevole osservare come alcuni aspetti “immobili” dell’energia, le fonti rinnovabili e l’efficienza, diventino rilevanti geopoliticamente. Le ripercussioni di una possibile riconversione dell’economia russa – o, più realisticamente, del suo “rinverdimento” – sono difficili da prevedere, ma avranno un sicuro impatto sulle relazioni tra Mosca e le ex-repubbliche sovietiche, l’Unione Europea, il Medio Oriente (soprattutto l’Iran) e i vicini asiatici (Cina, Giappone). Il groviglio di conseguenze nel medio e lungo periodo si dipanerà grazie alle dinamiche di politica energetica (ed estera) dei più importanti attori eurasiatici.

* Paolo Sorbello ha ottenuto la Laurea Specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche dall’Università di Bologna (sede di Forlì). La sua tesi di ricerca è stata successivamente pubblicata da Lambert Academic Publishing con il titolo “The Role of Energy in Russian Foreign Policy towards Kazakhstan” (Giugno 2011). L’autore ha condotto i suoi studi presso istituzioni accademiche in Spagna, Russia e negli Stati Uniti. Ha lavorato presso importanti istituti di ricerca negli Stati Uniti e attualmente collabora con il centro di ricerca IECOB pubblicando articoli e approfondimenti su tematiche inerenti alla geopolitica dell’energia.


[i] “Il significato geopolitico di Bushehr” D. Scalea al “Secolo d’Italia”, ripubblicato da Eurasia il 13 settembre 2011, http://www.eurasia-rivista.org/il-significato-geopolitico-di-bushehr-d-scalea-al-secolo-ditalia/11176/

[iii] Interessante e recente è il dibattito sul peak oil che vede Daniel Yergin, eminente esperto e autore di The Prize, scettico sulla scientificità di tale teoria. Il suo articolo apparso sul Wall Street Journal il 16 settembre scorso (“There Will Be Oil” disponibile presso http://online.wsj.com/article/SB10001424053111904060604576572552998674340.html) è stato criticato da molti analisti, tra cui John Daly di Oilprice.com, (“Daniel Yergin and Peak Oil: Prophet or Mere Historian?” http://oilprice.com/Energy/Crude-Oil/Daniel-Yergin-and-Peak-Oil-Prophet-or-Mere-Historian.html).

[iv] Paolo Sorbello, “L’energia nell’Artico: geopolitica tra i ghiacci”, Eurasia, 24 agosto 2011. http://www.eurasia-rivista.org/l%E2%80%99energia-nell%E2%80%99artico-geopolitica-tra-i-ghiacci/10801/

[v] È importante, ma in quest’analisi trascurabile l’interscambio di energia elettrica, principalmente proveniente da centrali nucleari, che avviene tra Russia e Kazakhstan proprio a cavallo del confine che li divide; il Kazakhstan è anche il primo produttore mondiale di uranio.

[vi] International Energy Agency, “Renewables in Russia: From Opportunity to Reality”, OECD, Parigi, 2003. D’altra parte, le fonti ONU riportano cifre diverse per il periodo 1990-2005, cfr. UNDP, Human Development Report, 2007/08 http://hdr.undp.org/en/statistics/data/

[vii] Si fa riferimento a due documenti separati. Il primo: Legge federale No. 261-FZ, 23 Novembre, 2009 “Sul risparmio energetico e sull’aumento dell’efficienza energetica”. Il secondo: President of the Russian Federation, “Energeticheskaya strategiya Rossii na period do 2030 goda”, approvata con il decreto num. 1715 (13 novembre 2009), disponibile in inglese: http://www.energystrategy.ru/index.htm (ultimo accesso: 15 gennaio 2011).

[viii] “Con 32 miliardi di rubli, il Caucaso sarà un centro per le energie alternative”, Kommersant’, 25 agosto 2011, http://www.kommersant.ru/doc/1757856?isSearch=True

[ix] Andrew Lee, “Country Profile: Russia – A thaw in official attitude could rouse renewable energy’s ‘sleeping giant’”, Renewable Energy World, 21 Marzo 2011. http://www.renewableenergyworld.com/rea/news/article/2011/03/country-profile-russia

[x] Si veda “Istoriya vetroenergetiki” (Storia dell’energia eolica), pubblicata in russo sul sito dell’Associazione Russa degli Industriali dell’Eolico (RAWI) http://rawi.ru/media/Text_files/history.pdf

[xi] Recentemente, è da notare l’accordo tra LUKoil Ecoenergo ed ERG Italia per investimenti congiunti nel settore dell’energia solare in Romania, Bulgaria, Ucraina e nella stessa Russia. “Energy JV Authorised”, Europolitics, 5 Luglio 2011, http://www.europolitics.info/sectorial-policies/energy-jv-authorised-art309114-14.html

[xii] Adam N. Stulberg, “Russia and the Nanotechnology Revolution: Looking Beyond the Hype “

PONARS Eurasia Policy Memo, n. 26, Agosto 2008.

[xiii] Per un approfondimento sul concetto del “verticale” in Russia, cfr. Vladislav Inozemtsev, “Russia Today: Up the Down Staircase”, Russia in Global Affairs, vol. 5, n. 3, Luglio-Settembre 2007.

[xiv] Andreas Goldthau, “Improving Russian Energy Efficiency: Next Steps”, Russian Analytical Digest, n. 46, 2008.

[xv] È acceso il dibattito sulla necessità di investire sulle rinnovabili. Alcuni commentatori sull’autorevole Nezavisimaya Gazeta ne contestano la redditività nel breve periodo e la reliability nel lungo periodo. Cfr. Aleksandr Frolov, “Nessuna alternativa: in tema di energia, ‘verde’ non significa ‘razionale”, NG, 12 Ottobre 2010. http://www.ng.ru/energy/2010-10-12/9_alternative.html

Si veda inoltre la dichiarazione dell’amministratore delegato di Gazprom, Aleksej Miller, al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo tenutosi nel Giugno 2010. Considerato uno degli uomini più potenti in Russia, sostenne che « quella che viene chiamata ‘energia verde’ non rappresenta una vera alternativa ai combustibili fossili, soprattutto al gas naturale ». Cfr. Ria Novosti, 18 Giugno 2010, http://eco.ria.ru/shortage/20100618/247749223.html

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