Un recente articolo su “Foreign Affairs” paventa l’avvento di una “politica estera della Germania post-occidentale”. L’autore, Hans Kundnani, membro dell’European Council on Foreign Relations, presenta uno scenario futuribile in cui la Germania, sempre più legata alle esportazioni asiatiche, complice anche la situazione storica segnata dalle sanzioni contro Mosca, che la indurrebbe a riconsiderare il suo legame con l’occidente, possa scegliere di volgere ad Est e abbandonare i propri storici legami con l’Ovest. (1)

Kundnani ricorda prima di tutto che tale messa a repentaglio della politica occidentale della Germania (Westbindung), non è nuova. Sebbene la Germania sia diventata centrale all’interno del contesto europeo e sia stata anche una delle patrie dell’illuminismo, essa ha vissuto, a seguito dell’impatto col mondo anglosassone dopo la prima guerra mondiale (e in generale durante la “guerra dei trent’anni europea”, per dirla con Arno J. Mayer), un’emergente nazionalismo e il sorgere di una identità in opposizione ai valori dell’occidente anglosassone liberale, da cui si distinguerebbe per propria stessa natura secondo Thomas Mann, come si legge in “Considerazioni di un impolitico”. Rifiuto dei valori occidentali che sarebbe culminato nel nazismo e che troverebbe solo in parte le proprie premesse in quella “rivoluzione conservatrice” maturata tra le due guerre mondiali. Ernst Nolte sottolinea infatti che “non pochi rappresentanti della rivoluzione conservatrice dopo il 1933, e anche prima, furono trai più decisi oppositori del nazionalsocialismo”. (2) Secondo Heinrich August Winkler, il nazismo sarebbe stato invece “il climax del rifiuto tedesco del mondo occidentale“.

Il recente avvicinamento alla Cina della Germania e il rinnovato clima di Ostpolitik tedesca, risale secondo Kundnani già alle guerre di Bush. Sebbene nel 2001 Gerhard Schroder garantì appoggio incondizionato agli USA per l’invasione dell’Afghanistan, lo stesso non avvenne per l’Iraq, quando il cancelliere tedesco scelse una “via tedesca” in contrasto con i progetti americani di rovesciamento di Saddam Hussein. A partire da questi eventi la Germania avrebbe assunto sempre più una “politica di pace” come proprio faro nelle relazioni internazionali, definendo se stessa come una Friedensmacht, “forza di pace”. E ciò si sarebbe manifestato nella politica di spesa militare inferiore al 2% del PIL, che è il livello di accordo sancito trai membri della NATO. Si ricordano di recente la riluttanza tedesca a sostenere l’intervento francese in Mali e nella Repubblica Centrafricana, l’astensione sulla mozione sull’intervento in Libia nel 2011 contro la Francia, la Gran Bretagna e gli USA e accanto a Russia e Cina. Se si aggiunge il clima di “sentimenti anti-americani” suscitato dallo scandalo dello spionaggio della National Security Agency a danno della stessa cancelliera Merkel e di alti funzionari tedeschi, fatto che suscitò una netta reazione della Germania, il quadro di divisione dagli indirizzi occidentali apparirebbe ancora più chiaro.

Contestualmente a questo profilo “morbido” e poco incisivo militarmente sul piano internazionale, a livello europeo la Germania ha visto crescere la quota di esportazioni sul PIL, secondo stime della Banca Mondiale citate da Kundnani, dal 33% del 2000 al 48% del 2010, principalmente a causa del ruolo esercitato dal cambio fisso dell’euro. Il fattore del transito di importazioni tedesche da paesi extra-Ue attraverso i porti olandesi e belgi dovrebbe indurre cautele però sull’effettivo surplus extra-UE della Germania verso i BRIC, in quanto molto dell’import di materie prime dall’Olanda sarebbe in realtà import da paesi extra UE. (3) La Germania ha comunque operato la scelta, a fronte della posizione di preminenza in Europa, “di fondare la propria politica estera sui propri interessi economici e, in particolare, sulla necessità delle esportazioni”, che si rivolgono in particolare all’Europa. Tale politica ha incontrato la contrarietà degli americani e del FMI ed è stata attuata peraltro in violazione delle stesse regole europee (Macroeconomic imbalance procedure), che prevedono che il surplus delle partite correnti di un Paese europeo non possa superare il 6% del PIL. (4) La precisa responsabilità della Germania nella crisi europea, ormai riconosciuta anche negli USA, con l’imposizione dell’austerity ai danni dei paesi meridionali del continente come metodo di aggiustamento degli squilibri commerciali (il surplus tedesco nel 2007, pari a 195 miliardi di euro, trovava sblocco per 3/5 nella stessa Eurozona ricorda Kundnani), ha fatto proporre a Patrick Chovanec, della Columbia University, che una buona risposta alla situazione di stallo dell’Europa sarebbe l’uscita (anzi l’espulsione) della Germania dall’euro.(5) Prosegue Chovanec rilevando che, in un regime di cambi flessibili, gli aggiustamenti di cambio avrebbero consentito di spostare la localizzazione della domanda dai paesi in deficit a quelli in surplus di domanda, mentre nella situazione attuale dell’eurozona i debitori europei sono stati costretti a ridurre drasticamente la domanda, “attraverso una combinazione di austerità fiscale e rientro dal debito”. Ciò, se ha consentito di ridurre i disavanzi commerciali verso la Germania, ha però provocato uno squilibrio non solo nel surplus verso l’Europa, ma anche verso i paesi emergenti, complice anche l’euro debole (i deficit verso Cina e Giappone si sono rapidamente erosi). La crescita export led della Germania a danno dei paesi periferici e verso il resto del mondo ha però avuto un’altra conseguenza drammatica, cioè quella di rendere l’Europa il buco nero della domanda globale, determinando un impatto deflativo sull’economia mondiale, come su quella europea.(6)

Il crescente peso delle esportazioni asiatiche, in conseguenza dell’esaurimento del serbatoio di domanda europeo, fa pensare a Kundnani che la Germania stia volgendo ad est e stia elaborando una propria nuova Ostpolitik.(7) Ciò sembrerebbe confermato dalla difficoltà della posizione tedesca rispetto alle sanzioni attuate contro la Federazione Russa e dal ruolo di mediatore assunto da Berlino a Minsk giorni addietro. La volontà di non rompere il cordone con Mosca servirebbe anche a tutelare le grandi imprese tedesche con affari in Russia e a garantire gli approvvigionamenti di gas russo di cui la Germania abbisogna grandemente. Sembrerebbe inoltre che la Merkel si sia espressa criticamente durante il summit della NATO a Wales nel settembre scorso, rispetto ai progetti di allargamento dell’alleanza atlantica verso i paesi dell’ex blocco comunista, cosa che violerebbe il Founding Act del 1997 stipulato tra la NATO e la Russia. (8)

Ma ciò che teme più Kundnani è una strategia di “pivot to Asia” (verso la Cina in particolar modo) da parte della Germania. Le esportazioni tedesche verso la Cina sono il doppio del valore di quelle verso la Russia e la Cina è il principale mercato per Volkswagen. L’intesa sarebbe anche di principio trai due paesi, soprattutto sugli squilibri di un capitalismo anglosassone finanziarizzato, che ha prodotto la crisi innescata nel 2008, e sul tema del quantitative easing, criticato per i suoi effetti inflazionistici. I due paesi hanno avviato poi nel 2011 consultazioni annuali bilaterali che ne rafforzano ulteriormente i legami diplomatici. Il rischio per la supremazia dell’Occidente, secondo Kundnani, è che qualora la Germania trovasse inaccettabili ulteriori sanzioni contro la Russia, ciò potrebbe creare crepe ancora maggiori dentro l’Europa e tra questa e gli USA. Tale paura di una più stretta intesa con l’Oriente della Germania come sineddoche dell’Europa, ricorda l’autore, era già stata espressa da Henry Kissinger, quando vedeva nell’Ostpolitik di Willy Brandt un pericolo per l’unità transatlantica. Conclude infine – con una nota di timore – riflettendo sul fatto che nell’ipotesi di una uscita della Gran Bretagna dall’UE, l’Europa potrebbe seguire la Germania nella sua spinta verso l’est, acuendo i contrasti con gli USA e producendo uno “scisma da cui l’Occidente potrebbe non risollevarsi”. I disegni quindi una unione UE-NAFTA, già auspicati da Huntington, a quel punto naufragherebbero definitivamente. (9)

Con maggiore prosaicità, la politica estera della Germania appare più di piccolo cabotaggio di quanto non si affanni a pontificare Kundnani. Intrappolata nella sindrome del “piccolo paese” essa non riesce a darsi un proprio disegno in vista di una collocazione matura sullo scenario globale, puntando a riscuotere il dividendo di una crescita guidata dalle esportazioni nel breve periodo (tipica di un paese mercantilista richiuso su se stesso), ma non fondando un modello duraturo in un’ottica di lungo periodo.(10) La revisione della politica economica neoclassica solo concepita sul lato dell’offerta e ostile a sostenere la domanda, sebbene possa consentire all’Europa unita di conseguire benefici, non eliminerebbe tuttavia il problema di un continente dominato da un solo paese (la Germania) e per di più legato in maniera sostanzialmente supina alle direttive di Washington. Gli USA concepiscono il Vecchio continente ancora come propria “testa di ponte” in tutti sensi, con finalità strumentali e funzionali alle proprie logiche unipolari, mentre la Germania non è chiaro se possa assolvere al ruolo di potenza che riesca a controbilanciare l’ipoteca statunitense. Tale quadro non lascia spazio a ottimismi sul futuro di un’Europa che, quandanche dovesse raggiungere la completa unificazione politica, lascerebbe in secondo piano i paesi “cicala”, per quanto cari al modello export led tedesco, senza toccare il predominio strategico degli USA.

Domenico Caldaralo

 

Note

(1) “Leaving the West Behind. Germany looks east”, in Foreign Affairs, January/February 2015 Issue http://www.foreignaffairs.com/articles/142492/hans-kundnani/leaving-the-west-behind
(2) Ernst Nolte, La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, p. 4.
(3) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-18/senza-ue-surplus-si-sgonfia-063854.shtml?uuid=ABRes8BB
(4) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-01-19/la-germania-esporta-go-go-e-viola-8-anni-trattati-europei-se-non-cambia-rotta-sara-l-eutanasia-dell-euro-102152.shtml?uuid=ABRJb8fC&fromSearch
(5) http://foreignpolicy.com/2015/02/20/its-time-to-kick-germany-out-of-the-eurozone/
(6) http://www.eunews.it/2014/12/10/leuropa-germanizzata/26945
(7) http://www.ilfoglio.it/articoli/v/125161/rubriche/merkel-torna-all-ostpolitik.htm
(8) http://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_25468.htm
(9) S. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 1997, p. 459
(10) http://www.ft.com/intl/cms/s/0/faf48600-7e43-11e4-87d9-00144feabdc0.html#axzz3T9JG2b73

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