Il 2002 rimosse la gerontocrazia turca dallo scenario politico del paese. La classe politica, costituita da leader di novanta anni, come Eçevit o Erbakan, e dai più giovani sessantenni, quali Çiller, Bahçeli o Yılmaz, fu sostituita dalla nuova formazione del Partito per la Giustizia e per lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi-AKP) che divenne primo movimento del paese con una percentuale di voti pari al 34,28%, un consenso destinato a crescere nelle elezioni politiche successive del 2007 (46,66%) e in quelle più recenti del 2011 (49,83%).

La credibilità dell’attuale classe politica turca non è riconducibile ai soli successi economici. Certamente la manovra del Primo Ministro Erdoğan ha cercato di rispondere alla difficile crisi economica degli anni Novanta, dimostrando una brillante performance economica. Per fare un esempio, solamente nel 2010, la Turchia ha conosciuto una crescita pari all’8.9% e una significativa espansione commerciale.
Sul fronte politico-istituzionale, un altro importante esito della politica di Ankara è stato conseguito proprio in questi giorni in seguito alle dimissioni dei quattro generali del Consiglio Militare Superiore. Infatti, già l’inchiesta Bayloz (Martello), avviata nel 2010, aveva indebolito la posizione dei vecchi “custodi del kemalismo” supportando la linea del governo contro l’avanzamento dei militari in carriera. In questa circostanza, per la prima volta nella storia del paese, il Primo Ministro, da solo, ha presieduto il tavolo dell’incontro con il Consiglio, un evento che sembrerebbe preannunciare una vittoria dei civili sui militari e, dunque, una tappa importante nella strada per la liberazione dal controllo dell’esercito.

A questo quadro, che delinea solamente una piccola parte della svolta politica inaugurata da Erdoğan, si aggiunge anche la credibilità che la Turchia ha acquisito nello scenario regionale in virtù della sua politica basata sul forte senso di sovranità e di orgoglio nazionale.

La politica con i vicini

Nel 2009 il Ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, da tempo collaboratore del Primo Ministro turco, annunciò la politica “zero problems with neighbors” rinnovando le relazioni estere turche e costringendo Ankara ad un gioco di equilibrio con i paesi confinanti. L’abilità della diplomazia turca ha contraddistinto la politica del paese tanto da connotarlo come possibile arbitro tra le richieste occidentali e quelle provenienti dai paesi arabi. Nello specifico, l’apertura turca verso la Siria, l’Iran, il Libano e la Palestina (in particolare verso Hamās) ha meglio definito il ruolo strategico del paese, da sempre considerato ponte e cerniera tra Europa e Asia. Questa posizione ha permesso alla Turchia di ricoprire un ruolo significativo nel corso dei recenti disordini del mondo arabo che hanno posto sotto i riflettori la vexata questio della democrazia in Medio Oriente. A tal proposito, il modello che sembra abbia riscosso maggiore successo è proprio quello turco. Sintesi tra islam politico e costituzionalismo liberale, l’esperienza turca è riuscita a combinare il tessuto sociale a maggioranza musulmana con le richieste di democrazia. Prova della credibilità nutrita da Ankara è il lavoro compiuto dal TESEV (Turkish Economic and Social Studies Foundation) che, di recente, ha pubblicato gli esiti di un sondaggio sulla percezione della Turchia nel mondo arabo. Lo studio ha rivelato una crescente fiducia nei confronti di Ankara: i numeri che emergono, infatti, mostrano una Turchia forte e credibile nell’immaginario arabo, specie in quello palestinese e in quello siriano. Tra le ragioni di questo successo, vi rientra la menzionata dottrina zero problems che ha comportato uno sguardo maggiore verso il mondo arabo e islamico e, allo stesso tempo, una cauta manovra verso Stati Uniti e Unione Europea.
Grazie a questa linea diplomatica, la Turchia ha acquisito i caratteri di paese mediatore. Già al proprio interno, la classe di governo ha dovuto fare i conti con l’élite kemalista affrontando l’annosa disputa tra secolari e religiosi. Così, anche nello scenario regionale, la Turchia si è affermata come un paese dal grande potere di contrattazione.

L’equilibrismo di Davutoğlu ha richiesto necessariamente una ridefinizione delle vecchie relazioni. Nel 1949 la Turchia fu il primo paese di religione musulmana a riconoscere lo stato di Israele. Nel 1952, l’adesione alla coalizione NATO ne sancì l’ingresso nell’orbita filo-occidentale. Le sue collaborazioni con lo stato di Israele si rafforzarono negli anni Novanta quando i due paesi stipularono accordi di libero scambio e di cooperazione militare ed economica. Tuttavia, i rapporti con Tel Aviv debbono essere inseriti all’interno delle condizioni regionali che seguirono la Seconda Intifada del 2000 e l’invasione dell’Iraq del 2002. Inoltre, come già anticipato, è bene considerare il suddetto scenario alla luce della nuova linea politica dell’AKP. Questa, infatti, ha inaugurato una linea di sostegno alla causa del popolo palestinese che ha rappresentato, nella storia turca, un elemento di novità considerevole. I fallimenti del processo di pace in Medio Oriente hanno danneggiato le relazioni tra Ankara e Tel Aviv. Inoltre, l’offensiva Piombo Fuso, scatenata da Israele contro Gaza tra il 2008 e il 2009, e l’assalto alla Mavi Marmara hanno contribuito ad accendere le tensioni. Infatti, in tale occasione, lo stesso Erdoğan ha richiamato l’ambasciatore turco a Tel Aviv chiedendo ad Israele le scuse ufficiali, la fine del blocco contro Gaza e l’istituzione di un’inchiesta internazionale.

Un’inversione di politica?

Secondo l’orientamento della suddetta politica con i vicini, la Turchia si è costruita uno spazio nello scenario internazionale come paese conciliatore. Infatti, già nel 2008, a proposito del contenzioso sulle alture del Golan, Ankara svolse la funzione di mediatore tra Siria e Israele. Ciò ha reso inevitabile, durante i recenti scontri nel mondo arabo, che l’attenzione ricadesse sulle sue mosse. Per queste ragioni, Ankara ha rappresentato l’unico paese in grado di dialogare con i propri vicini.

In un primo momento, sulla questione siriana, la Turchia è stata molto cauta e ha invitato il presidente Bashār al-Asad ad avviare un processo di riforme nel più breve tempo possibile. Secondo alcune fonti, le considerazioni turche sul possibile scenario post-Asad avrebbero costretto la Turchia a delineare un nuovo quadro di equilibri regionali e, quindi, ad individuarne i presupposti. Oltre a ciò, le forti pressioni internazionali contro la Siria avrebbero spinto la Turchia a prendere una posizione più vicina all’asse euroatlantico conservando, tuttavia, il suo compito di paese conciliatore (ne è prova la visita del Ministro Davutoğlu al Presidente al-Asad svoltasi a Damasco nei giorni scorsi).

A queste osservazioni, potrebbe essere ricondotto il recente tentativo di intesa tra Tel Aviv e Ankara. Al riguardo, il messaggio di congratulazioni di Netanyahu a Erdoğan, all’indomani delle elezioni del 12 giugno, intendeva porre le basi per un’eventuale riconciliazione. Secondo alcune fonti parrebbe che i tentativi di intesa avrebbero avuto un risvolto anche in un colloquio segreto tra i due leader a proposito del rapporto ONU sull’assalto alla Mavi Marmara. Infatti, qualora il documento venga consegnato senza un previo accordo tra le parti, le organizzazioni filo-palestinesi potranno denunciare i militari israeliani per crimini di guerra compiendo un atto significativo per la causa palestinese.

Per queste ragioni, la consegna del documento è stata più volte posticipata con la speranza che i due paesi superino il contenzioso senza il coinvolgimento della Commissione ONU. E, non a caso, lo stesso Erdoğan ha invitato l’organizzazione İnsani Yardım Vakfı-İHH, che l’anno scorso partecipò alla Freedom Flotilla con la celebre Mavi Marmara, a non aderire alla stessa iniziativa del 2011.

Nonostante ciò, in relazione al caso della Mavi Marmara, non risulta che Erdoğan abbia fatto dei passi indietro. Il riconoscimento del torto subito dagli attivisti turchi rimane un punto fermo. Nello specifico, la richiesta di scuse ufficiali e il risarcimento alle famiglie sembrerebbero costituire le condizioni per la normalizzazione delle relazioni tra Ankara e Tel Aviv. Tuttavia, alla luce delle recenti affermazioni del Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, che ha considerato inammissibile l’ipotesi di presentare delle scuse ufficiali, anche le posizioni di Erdoğan sulla questione palestinese rimangono irremovibili. Ne è dimostrazione l’annuncio del Premier turco di volersi recare a Gaza nei prossimi mesi. Inoltre, sembrerebbe che, insieme a Mahmūd ‘Abbās, Erdoğan aprirà la possima Conferenza degli ambasciatori palestinesi a Istanbul, in cui si discuterà della proposta del riconoscimento dello stato palestinese che sarà presentata all’ONU nel mese di settembre.

Le incostanti relazioni tra Israele e Turchia, tuttavia, non hanno mai messo in crisi i rapporti commerciali stipulati tra i due paesi. Mentre Israele ha continuato a perseguire una politica basata sul mantenimento della propria sicurezza, la Turchia ha ridimensionto le proprie posizioni sulla base di fattori interni ed esterni, diversificando la propria politica estera oltre che quella economica. Queste manovre sembrano rispecchiare la necessità turca di porsi in primo piano nello scenario regionale e in quello internazionale. Tuttavia, le recenti manifestazioni del mondo arabo hanno costituito, e ancora costituiscono, un importante banco di prova per la politica dell’AKP, una manovra che, per ora, non sembra essere disposta a sacrificare la causa palestinese sull’altare degli interessi strategici turchi.

Laura Tocco è dottoranda presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Cagliari.

 

 


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