L’11 febbraio il quarantatreesimo anniversario della Rivoluzione islamica in Iran è stato celebrato dal Centro Studi Tradizionali “Dimore della Sapienza” con un incontro al quale hanno partecipato Mohammad Taghi Amini, direttore dell’Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma, Claudio Mutti, direttore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, e Adolfo Morganti, presidente di “Identità Europea”.

Nel suo intervento introduttivo, Hanieh Tarkian si è soffermata sul messaggio pronunciato dall’Imam Khamenei in occasione del quarantesimo anniversario dell’evento che ha cambiato il corso della storia iraniana e che ha avuto importanti conseguenze geopolitiche a livello planetario. Il messaggio ricordava che nel 1979, con il mondo diviso tra due blocchi contraddistinti da ideologie materialiste (liberismo e comunismo), la Rivoluzione iraniana, di impronta religiosa, fu un momento di rottura radicale.

Ogni cosa terrena, secondo la massima autorità spirituale iraniana, ha una sua “vita utile”, una “data di scadenza”. Così non è per la Rivoluzione islamica, portatrice di valori universali come libertà, etica, spiritualità, giustizia, indipendenza, dignità e fratellanza. È stato sottolineato il fatto che la Repubblica Islamica dell’Iran non ha mai attaccato i suoi avversari per prima, ma si è sempre difesa con onore e coraggio quando attaccata, restando sempre coerente ai suoi principi di difesa degli oppressi e dei diseredati contro l’arroganza e la prepotenza.

A prendere quindi la parola è stato Mohammad Taghi Amini, il quale ha affermato che la Rivoluzione guidata da Khomeyni, dopo i decenni di oppressione del regime filooccidentale dello Scià, ebbe una larga partecipazione popolare. Nel referendum immediatamente successivo, gli Iraniani infatti si dichiararono per il 98,2% favorevoli alla nuova costituzione della Repubblica Islamica. L’anno seguente, l’Iraq di Saddam, opportunamente sobillato dalle potenze occidentali, attaccò l’Iran, scatenando una guerra sanguinosa che si sarebbe protratta per otto anni.

In tempi più recenti, è l’Ayatollah Khamenei a tracciare le direttrici lungo le quali si muove una seconda fase della Rivoluzione islamica, ossia automiglioramento, socializzazione e civilizzazione, non trascurando l’importanza fondamentale della ricerca scientifica e di relazioni internazionali votate al rispetto reciproco, nell’ottica di favorire lo sviluppo di una nuova civiltà islamica.

Infine, per quanto riguarda i rapporti tra Italia e Repubblica Islamica, il direttore dell’Istituto culturale iraniano ha detto che essi sono sempre stati caratterizzati da comprensione e conoscenza reciproca.

È stata poi la volta di Claudio Mutti, che per le Edizioni all’insegna del Veltro ha curato la pubblicazione di due testi fondamentali per la comprensione della figura dell’Imam che ispirò la Rivoluzione, ossia le celebri lettere indirizzate al Papa prima e a Gorbaciov poi. Ma andiamo con ordine, analizzando innanzitutto gli eventi che portarono alla stesura di questi due documenti.

Il 4 novembre del 1979 un gruppo di studenti fece irruzione nell’ambasciata americana a Teheran, dando inizio a quell’evento durato 444 giorni che viene ricordato sotto il nome di “crisi degli ostaggi”. Le accuse mosse nei confronti dei prigionieri, di spionaggio e complotto, erano gravi e fondate, visto che proprio dall’ambasciata americana traevano origine attività spionistiche, trame e i complotti. Non sortirono alcun effetto né le pressioni delle Nazioni Unite, né le ritorsioni economiche dell’amministrazione Carter, né l’intervento del Pontefice Giovanni Paolo II, al quale l’Imam Khomeyni diede una risposta pressoché immediata.

Nella sua risposta, la massima autorità spirituale iraniana afferma di prendere in considerazione il messaggio del Papa solo in virtù del profondo rispetto nutrito nei confronti del Cristianesimo e dei suoi fedeli. Ciò premesso, egli si dice sorpreso che Wojtyla prenda le difese delle spie e dei cospiratori americani e non degli oppressi, il popolo iraniano. Prosegue l’Imam ricordando che l’azione degli studenti è approvata e sostenuta dal popolo iraniano, essendo l’ambasciata un vero e proprio nido di spie. Al suo interno aveva trovato asilo l’ex Scià di Persia, colui che per trentasette anni aveva tiranneggiato il popolo iraniano ed aveva fornito petrolio in cambio di armi e munizioni destinate a rifornire le basi militari americane: crimini per i quali Reza Pahlavi avrebbe dovuto subire un regolare processo.

Le ambiguità o peggio la complicità del clero cattolico nei confronti di tali crimini stridono fortemente con la speciale relazione dell’Islam col Cristianesimo: il Corano riconosce infatti alla figura del Cristo una grandissima dignità, smentisce le calunnie lanciate contro la Vergine Maria, difende i santi e le guide religiose dei cristiani. L’Imam si rivolge perciò ai credenti, esortandoli a seguire l’esempio del Cristo. Ma il Cristo cui si riferisce Khomeyni non corrisponde all’immagine melensa enfatizzata da un certo Cristianesimo piagnone: il Cristo evocato dall’Imam infatti è quello che nei Vangeli esorta a vendere il mantello per comprare una spada, o che si scaglia contro i mercanti scacciandoli dal tempio. Per tutte queste ragioni, il popolo dei fedeli di Cristo e la sua guida spirituale dovrebbero porsi inequivocabilmente al fianco degli oppressi e dei perseguitati.

Nei mesi successivi – aprile e luglio 1980 – si susseguono i tentativi di mediazione del Pontefice, ai quali Khomeyni replica con la necessaria fermezza, arrivando addirittura ad esortare il Papa ad agire da vero cristiano. Nel frattempo il tentativo statunitense di liberazione degli ostaggi, orchestrato in grande stile dagli Stati Uniti, il 25 aprile 1980 fallisce miseramente a causa di una tempesta di sabbia che provoca otto vittime, oltre ad elicotteri insabbiati e guasti meccanici, senza contare il senso di frustrazione scaturito dall’esito umiliante dell’operazione.

L’intervento del professor Mutti si sofferma poi su una seconda importante missiva, redatta il primo gennaio 1989 dall’Imam Khomeyni e indirizzata questa volta non a una guida spirituale, ma a un capo politico, ossia all’ultimo presidente dell’URSS Gorbaciov. Tale missiva venne consegnata direttamente a Mosca al Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica da una delegazione iraniana. Bisogna rammentare che l’invio di una lettera ad un capo di Stato non è una novità assoluta nell’Islam. Basti pensare alla lettera con cui il Profeta Muhammad invitò i principali sovrani del suo tempo – l’imperatore bizantino Eraclio, il re sasanide Cosroe II, il Negus etiope Ashama bin Abjar – ad abbracciare la fede islamica.

A questo punto il professor Mutti cita un testo di Christian Bonaud (si veda bibliografia) che aiuta a definire ancor meglio la figura dell’Imam e il suo ruolo di guida spirituale e di capo politico: egli era infatti “uomo della Tradizione della quale egli voleva essere testimone nel suo secolo”, e non il contrario, “[…] modernizzare la Tradizione non ha senso, in quanto metafisica e spiritualità non appartengono al mondo del cambiamento, […] la Verità eterna è – parzialmente – accessibile all’intelligenza solo attraverso la meditazione filosofica e per mezzo della gnosi, una Verità che si tratta di conoscere e di vivere attualmente”.

Essere uomini della Tradizione non significa tuttavia vivere scollegati dalla realtà. Prova ne sia la perspicacia politica dimostrata dell’Imam, che preconizza la fine del sistema politico sovietico avvenuto di lì a poco. La causa di tale fallimento viene da lui individuata nella matrice materialista dell’ideologia marxista: la crisi dell’uomo moderno è provocata infatti dalla mancanza di spiritualità, e quindi il materialismo -“il male principale della società umana”- non può certo fornire delle risposte.

L’Imam invita quindi a distinguere tra la visione materialista e quella metafisica, ispirata alla dottrina dell’Unità divina. Citerò testualmente questi passaggi cruciali della lettera, trattandosi a mio avviso di concetti fondamentali, che per tale motivo non possono essere sintetizzati.

“Per il materialismo il criterio della conoscenza è dato dai sensi, l’esistente coincide col materiale e ciò che non è materiale non esiste; nella visione metafisica, ciò che è percepibile dall’intelligenza appartiene al dominio del sapere, anche se non può essere percepito dai sensi, cosicchè l’esistenza comprende il sensibile e il sovrasensibile, per cui anche una realtà immateriale può benissimo esistere. L’esistente materiale presuppone un fondamento immateriale, la conoscenza sensibile è sostenuta dalla conoscenza intelligibile.

Si riportano a questo proposito due esempi: nel primo, poiché il corpo immateriale è incosciente di sé, mentre uomo e animale hanno invece coscienza di sé, ne consegue che nell’animale e nell’uomo esiste qualcosa di immateriale che non muore con la materia; nel secondo, poiché l’uomo aspira alla perfezione, al potere sul mondo e al dominio sul sapere, ne consegue che esistono una potenza assoluta e un sapere assoluto, vale a dire un Dio Onnipotente e Onnisciente, verso il quale l’uomo è  orientato anche senza rendercene conto. Si tratta dell’aspirazione a una vita eterna, a un mondo nel quale la morte non ha luogo.

Pertanto, il principio di causalità sul quale riposa ogni forma di conoscenza rientra nella sfera intelligibile e non in quella sensibile, così come la comprensione delle idee e dei principi universali sui quali si fonda ogni forma di argomentazione”.

Di lì a pochi mesi, con la caduta dell’Unione Sovietica, le previsioni di Khomeyni si realizzarono.

Oggi nella capitale russa sorge la più grande moschea d’Europa, inaugurata nel 2015 alla presenza del presidente Putin, che simboleggia il nuovo corso storico del grande paese eurasiatico, dopo gli anni bui di Gorbaciov e di El’cin.

Arriviamo infine all’intervento conclusivo di questo interessante evento. Il professor Morganti ci immerge in quello che era il contesto europeo al tempo della Rivoluzione islamica, un mondo che da più di un trentennio si trovava ingessato nella divisione tra blocchi contrapposti. Per chi si opponeva alla spartizione dell’Europa tra le due potenze egemoni dell’epoca, l’evento del 1979 fu come un fulmine a ciel sereno che generò una ventata di ottimismo e di speranza.

A ben vedere, i rapporti tra il nostro Paese e l’Iran furono sempre particolarmente proficui e caratterizzati da un grande interesse. Basti pensare a due figure chiave dell’orientalismo italiano come Giuseppe Tucci o come Pio Filippani Ronconi, per quanto riguarda l’ambito culturale.  Oppure, in ambito economico, agli accordi petroliferi del 1957 tra Italia e Iran siglati dal Presidente dell’ENI Enrico Mattei. Questo felice interscambio è la naturale conseguenza della posizione geografica dell’Italia, destinata ad avere relazioni con ogni paese dell’area mediterranea.

La domanda che ci si pone, giunti a questo punto, è perché la secolarizzazione in Iran avesse corrotto il popolo iraniano molto meno di quanto non avesse fatto la colonizzazione postbellica dell’Europa. Secondo Morganti, una possibile chiave interpretativa è quella suggerita da René Guénon. Non è possibile comprendere appieno la Rivoluzione islamica ignorando il ruolo che in tale evento fu svolto da una visione del mondo fondata sulla tradizione spirituale. Sorge perciò spontanea l’ipotesi che il cristianesimo, fonte di riscatto per la Russia nella sua variante ortodossa, possa rappresentare per tutta l’Europa un ruolo analogo a quello che l’Islam sciita ha rappresentato per l’Iran. Di qui la necessità di recuperare un legame forte con la spiritualità, pur pienamente consapevoli che in questo momento storico uno scenario di questo tipo appare quanto mai remoto.

In ogni caso, uno stimolo al recupero delle nostre radici può arrivare anche dalle parole dell’Imam, vero “uomo della Provvidenza”, che attraverso il suo insegnamento e i suoi scritti ci invita a riflettere sul nostro presente e sul nostro destino, tracciando un solco netto tra chi, cristiano o musulmano, è fedele alle proprie radici, e chi non lo è. L’esperienza della Rivoluzione islamica insegna quindi che un’alternativa per l’Europa, in un momento storico nel quale ogni legame con la Tradizione sembra essere andato perduto, è possibile, se un popolo si dimostra in grado di riprendere in mano il proprio destino. L’intervento del professor Morganti si conclude quindi con un caloroso ringraziamento nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran e del suo popolo, per il “luminoso esempio di libertà che ci hanno dato e che continuano a darci”.


Bibliografia essenziale

Ruhollah Khomeyni, Lettera al Papa, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1980

Ruhollah Khomeyni, Lettera a Gorbaciov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1989

Ruhollah Khomeyni, Il governo islamico. L’autorità spirituale del giureconsulto, Il Cerchio Edizioni, Rimini 2007

Christian Bonaud, Uno gnostico sconosciuto del XX secolo. Formazione e opere dell’Imam Khomeyni, Il Cerchio Edizioni, Rimini 2010

AA.VV., “Oltre le Termopili”, “Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici”, LVI (4/2019), Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2019

Ali Reza Jalali, La Repubblica Islamica dell’Iran tra ordinamento interno e politica internazionale, Irfan edizioni, San Demetrio Corone (CS) 2013

 

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