Vladimir Putin spiega la sua politica estera (prima parte)

Réseau Voltaire riproduce l’articolo che il candidato Putin ha dedicato alla sua futura politica estera, sul quotidiano Moskovskie Novosti. In questa prima parte, ha osservato l’erosione del diritto internazionale derivante dall’ingerenza politica dell’Occidente, e presenta l’interpretazione russa della “primavera araba” come una rivoluzione colorata. Torna sulla catastrofe morale e umanitaria risultante dall’attacco alla Libia ed esamina le origini della bellicosità occidentale in Siria. Infine, parla delle sfide per la Russia in Afghanistan e Corea del Nord. Cinque anni dopo il suo discorso alla conferenza di Monaco, rimane fedele agli stessi principi. La Federazione Russa si pone come garante della stabilità globale e del dialogo tra le civiltà, basandosi sul rispetto del diritto internazionale.
 
 

Nei miei articoli [1], ho già discusso le principali sfide esterne che la Russia si trova ad affrontare oggi. Tuttavia, vale la pena di discutere questo argomento in modo più dettagliato, e non solo perché la politica estera è una parte integrante di una qualsiasi strategia nazionale. Le sfide esterne e il mondo che cambia intorno a noi ci incoraggiano a prendere decisioni di carattere economico, culturale, fiscale e negli investimenti.

La Russia fa parte di un mondo più vasto, sia in termini di diffusione dell’economia che della cultura. Non possiamo e non vogliamo isolarci. Speriamo che la nostra apertura migliorerà il benessere e la cultura dei cittadini russi e rafforzi la fiducia, che sta diventando una risorsa scarsa.
Ma sosterremo sempre i nostri interessi e obiettivi, e non prenderemo mai decisioni dettate da qualcun altro. La Russia è rispettata e presa sul serio quando è forte e resta ferma sulle sue posizioni. La Russia ha quasi sempre avuto il privilegio di condurre una politica estera indipendente. E questo accadrà anche in futuro. Inoltre, sono convinto che sia possibile garantire la sicurezza nel mondo con la Russia, e non cercando di scacciarla, indebolendone la posizione geopolitica e le capacità di difesa.

Gli obiettivi della nostra politica estera sono strategici, non congiunturali, e riflettono il posto unico della Russia sulla mappa del mondo politico, il suo ruolo nella storia e nell’evoluzione della civiltà.

Continueremo, ovviamente, una politica attiva e costruttiva, volta a rafforzare la sicurezza globale, a rinunciare al confronto, per rispondere efficacemente alle sfide quali la proliferazione nucleare, i conflitti e le crisi regionali, il terrorismo e il traffico di droga. Faremo in modo che la Russia disponga delle più recenti conquiste del progresso scientifico e tecnologico, e di garantire alle nostre società un posto importante nel mercato globale.
Faremo in modo che l’attuazione del nuovo ordine mondiale, basato sulle realtà geopolitiche contemporanee, avvenga gradualmente, senza inutili turbative.
 

La fiducia erosa
 

Per primo, penso che i principi fondamentali comprendano il diritto fondamentale alla sicurezza per tutti gli Stati, l’irricevibilità del ricorso eccessivo alla forza e la stretta aderenza ai principi fondamentali del diritto internazionale. Il disprezzo di queste regole fa sì che si susciti la destabilizzazione delle relazioni internazionali.

Ed è proprio attraverso questo prisma che noi percepiamo alcuni aspetti del comportamento degli Stati Uniti e della NATO, che non rientra nella logica dello sviluppo contemporaneo, e si basa su stereotipi della politica dei blocchi. Tutti capiscono cosa voglio dire. Si tratta dell’espansione della NATO, che si riflette in particolare nello schieramento di nuove infrastrutture militari e di progetti dell’Alleanza (su iniziativa degli statunitensi) per l’attuazione in Europa dello scudo antimissile (ABM). Non avrei affrontato il problema se queste azioni non fossero state effettuate in prossimità dei confini russi, se non indebolissero la nostra sicurezza e non contribuissero all’instabilità del mondo.

La nostra tesi è ben nota, non vale la pena tornarvi, ma purtroppo non è considerata dai nostri partner occidentali, che si rifiutano di ascoltarla.

E’ preoccupante vedere che benché le nostre “nuove” relazioni con la NATO non hanno ancora preso una forma definita, l’Alleanza già s’impegna in atti che non contribuiscono in alcun modo a stabilire un clima di fiducia. In sé, questa pratica influisce sul calendario internazionale, preclude la definizione di un’agenda positiva nelle relazioni internazionali e rallenta il cambiamento strutturale.
Una serie di conflitti armati, condotta sotto il pretesto di obiettivi umanitari, mina il principio secolare della sovranità nazionale. Un altro vuoto, morale e legale, viene creato nelle relazioni internazionali.

Si dice spesso che i diritti umani hanno la precedenza sulla sovranità nazionale. E’ innegabile, nello stesso modo in cui i crimini contro l’umanità devono essere sanzionati dalla Corte penale internazionale. Ma quando si applica tale disposizione, la sovranità nazionale viene facilmente violata, quando i diritti umani sono difesi dall’esterno in modo selettivo, e quegli stessi diritti sono violati durante il processo della “difesa”, compreso il diritto sacro alla vita, non si ha a che fare con una causa nobile, ma con una vera e propria demagogia.

E’ importante che l’ONU e il Consiglio di Sicurezza possano efficacemente opporsi ai dettami di alcuni paesi e all’arbitrarietà sulla scena internazionale. Nessuno ha il diritto di concedersi privilegi e poteri delle Nazioni Unite, soprattutto per quanto riguarda l’uso della forza contro degli stati sovrani. È soprattutto una questione della NATO, che cerca di arrogarsi poteri che non sono quelli di una “alleanza difensiva”. Tutto questo è più che grave. Ricordiamoci le inutili esortazioni a rispettare le norme giuridiche e della decenza umana da parte di Stati che sono stati vittime di operazioni “umanitarie” e di bombardamento operate in nome della “democrazia”. Non sono state ascoltate, e non si volevano sentire.
A quanto pare, la NATO, e soprattutto gli Stati Uniti, hanno la loro percezione della sicurezza, che è fondamentalmente diversa dalla nostra. Gli statunitensi sono ossessionati dall’idea di avere l’invulnerabilità assoluta, cosa irrealistica e impraticabile, sia tecnicamente che geopoliticamente. Questo è esattamente l’essenza del problema.

L’invulnerabilità assoluta di uno, implica la vulnerabilità assoluta di tutti gli altri. E’ impossibile accettare una simile prospettiva. Tuttavia, per ragioni ben note, molti paesi preferiscono non parlarne apertamente. Ma la Russia chiamerà sempre le cose con il loro nome, e lo farà apertamente. Vorrei sottolineare ancora una volta che la violazione dei principi di unità e del carattere inalienabile della sicurezza, e questo nonostante i numerosi impegni in tal senso, rischia di creare minacce molto gravi. In definitiva, questo concerne anche gli Stati che, per vari motivi, sono responsabili di tali violazioni.
 

La primavera araba: lezioni e conclusioni
 

Un anno fa, il mondo aveva di fronte un nuovo fenomeno – dimostrazioni quasi contemporanee in molti paesi arabi contro i regimi autoritari. Inizialmente, la primavera araba è stata interpretata come la speranza per un cambiamento positivo. I russi erano dalla parte di coloro che aspiravano alle riforme democratiche.
Tuttavia, ben presto divenne evidente che in molti paesi, la situazione non evolveva verso uno scenario civile. Invece di affermare la democrazia e difendere i diritti delle minoranze, c’è stata l’espulsione dell’avversario, il suo rovesciamento, una forza dominante veniva sostituita da un’altra forza più aggressiva.

L’ingerenza esterna, che si è schierata con una parte del conflitto, così come la natura militare di questa ingerenza, ha contribuito ad una evoluzione negativa della situazione. Tanto che alcuni paesi hanno eliminato il regime libico attraverso l’aviazione, riparandosi dietro slogan umanitari. E il culmine è stato raggiunto dallo spettacolo ripugnante del barbaro linciaggio di Muammar Gheddafi.
Bisogna impedire che si ripeta lo scenario libico in Siria. Gli sforzi della comunità internazionale dovrebbero essere principalmente incentrati sulla riconciliazione in Siria. E’ importante riuscire a fermare la violenza più velocemente, qualunque sia la sua origine, per aprire finalmente un dialogo nazionale, senza precondizioni, senza interferenze straniere e rispettando la sovranità del paese. Questo creerebbe le premesse per l’effettiva attuazione delle misure di democratizzazione annunciate dal governo siriano. La cosa più importante è impedire una guerra civile totale. La diplomazia russa ha lavorato e lavorerà in questa direzione.

Dopo una amara esperienza, siamo contrari all’adozione di tali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che potrebbero essere interpretate come un via libero alle ingerenze militari nel processo interno della Siria. Ed è seguendo questo approccio di base che la Russia e la Cina hanno bloccato, all’inizio di febbraio, una risoluzione che in pratica, per la sua ambiguità, incoraggiava la violenza esercitata da una delle parti in conflitto.
A questo proposito, data la reazione molto violenta e quasi isterica ai veti russo e cinese, vorrei mettere in guardia i nostri colleghi in Occidente, contro la tentazione di ricorrere allo schema semplicistico usato prima: in assenza dell’avvallo del Consiglio di Sicurezza Nazioni Unite, formare una coalizione di Stati interessati. E attaccare.

La logica di tale comportamento è perniciosa. Essa non conduce a nulla di buono. Comunque, non contribuisce a risolvere la situazione in un paese colpito dal conflitto. Peggio ancora, destabilizza ancora di più l’intero sistema di sicurezza internazionale e mina l’autorità e il ruolo centrale delle Nazioni Unite. Ricordiamo che il veto non è un capriccio, ma una parte integrante del nuovo ordine mondiale stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite – su insistenza degli Stati Uniti, d’altronde. Tale diritto include il fatto che le decisioni a cui si oppone almeno un membro permanente del Consiglio di Sicurezza, non possono essere coerenti ed efficaci.

Mi auguro che gli Stati Uniti e altri paesi riflettano su questa amara esperienza e non cerchino di lanciare un’operazione militare in Siria, senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, non riesco a capire da dove provengano questi “pruriti bellicosi”. Perché manca la pazienza di sviluppare un approccio collettivo adeguato ed equilibrato, soprattutto ora che cominciava a prendere forma nel progetto di risoluzione siriano, citato in precedenza. Non restava che chiedere la stessa cosa all’opposizione armata e al governo, in particolare, ritirare le unità armate dalle città. Rifiutare di fare questo è cinico. Se vogliamo garantire la sicurezza dei civili, la priorità della Russia, è necessario ragionare con tutte le parti coinvolte nel conflitto armato.

E c’è anche un altro aspetto. Si scopre che nei paesi colpiti dalla primavera araba, proprio come in Iraq, al momento, le aziende russe cedono le loro posizioni acquisite nel corso di decenni nei mercati locali, e perdono contratti commerciali importanti. E i vuoti vengono colmati dagli attori economici dei paesi che hanno contribuito al rovesciamento dei regimi.

Si potrebbe pensare che in una certa misura, questi tragici eventi non sono motivati dalla preoccupazione per il rispetto dei diritti umani, ma dal desiderio di ridistribuire i mercati. In ogni caso, non possiamo certo stare a guardare. E abbiamo intenzione di lavorare attivamente con i nuovi governi dei paesi arabi, per ripristinare velocemente la nostra posizione economica.

Nel complesso, gli eventi nel mondo arabo sono molto istruttivi. Mostrano che il desiderio di portare la democrazia con la forza spesso può far sì che il risultato sia l’opposto. Stiamo assistendo all’emergere di forze, compresi gli estremisti religiosi, che cercano di cambiare la direzione dello sviluppo dei paesi e la natura secolare della loro gestione.

La Russia ha sempre avuto buoni rapporti con i rappresentanti moderati dell’Islam, la cui ideologia è vicina alle tradizioni dei musulmani russi. E noi siamo pronti a sviluppare questi rapporti nelle condizioni attuali. Siamo interessati a rafforzare i legami politici, e le relazioni economiche e commerciali con tutti i paesi arabi, tra cui, ripeto, coloro che hanno attraversato un periodo di disordini. Inoltre, credo che ci siano le condizioni reali per la Russia per mantenere a pieno titolo le sue posizioni di leadership sulla scena mediorientale, dove abbiamo sempre avuto molti amici.
Per quanto riguarda il conflitto arabo-israeliano, la “ricetta magica” che avrebbe risolto la situazione non è ancora stata trovata. Non bisogna in nessun caso rinunciare. Data la vicinanza delle nostre relazioni con il governo israeliano e i leader palestinesi, la diplomazia russa continuerà a contribuire attivamente al restauro del processo di pace bilaterale e nell’ambito del Quartetto per il Medio Oriente, coordinando le sue azioni con la Lega Araba.

La primavera araba ha anche evidenziato l’uso particolarmente attivo delle tecnologie avanzate di informazione e comunicazione, nella formazione dell’opinione pubblica. Si può dire che Internet, social network, telefoni cellulari, ecc. si sono trasformati, con la televisione, in efficaci strumenti sia per la politica nazionale che internazionale. Questo è un fattore nuovo, che richiede un ulteriore esame, soprattutto per continuare a promuovere l’eccezionale libertà di comunicazione sul web, riducendo il rischio del suo uso da parte di terroristi e criminali.

Viene usato sempre più spesso il concetto di “potere morbido” (soft power), un insieme di strumenti e metodi per svolgere compiti di politica estera senza l’utilizzo di armi, attraverso le leve informative e di altro tipo. Purtroppo, questi metodi sono spesso utilizzati per incoraggiare e provocare l’estremismo, il separatismo, il nazionalismo, la manipolazione della coscienza dell’opinione pubblica e la diretta ingerenza nella politica interna degli Stati sovrani.

Si dovrebbe fare una chiara distinzione tra libertà di espressione e la normale attività politica, da un lato, e l’uso illegittimo di strumenti del soft power dall’altro. Si può solo salutare il lavoro civile di organizzazioni umanitarie e caritatevoli non governative. Comprese la loro attiva critica delle autorità. Tuttavia, le attività di “pseudo-ONG” ed altre organizzazioni che mirano a destabilizzare, con il sostegno estero, la situazione nei singoli paesi, sono inaccettabili.

Voglio dire, nel caso in cui l’attività di una organizzazione non governativa non è motivata da interessi (e risorse) di locali gruppi sociali, ma è finanziata e mantenuta da forze esterne. Attualmente, nel mondo ci sono molti “agenti di influenza” delle grandi potenze, delle alleanze e delle corporazioni. Quando agiscono apertamente, si tratta semplicemente di una forma di lobbying civile. La Russia dispone anche di tali istituzioni – l’Agenzia federale Rossotrudnichestvo, la fondazione Russkij Mir (Mondo russo), così come le nostre principali università, che ampliano la ricerca all’estero degli studenti talentuosi. Ma la Russia non usa le ONG nazionali in altri paesi e non finanzia le ONG e le organizzazioni politiche estere per promuovere i propri interessi. Neanche Cina, India e Brasile lo fanno. A nostro avviso, l’influenza sulla politica nazionale e l’opinione pubblica di altri paesi, dovrebbe essere esclusivamente aperta. Così, i giocatori potranno agire nel modo più responsabile possibile.
 

Nuove sfide e minacce
 

L’Iran è attualmente sotto i riflettori. Ovviamente, la Russia è preoccupata per la crescente minaccia di lanciare un’operazione militare contro quel paese. Se ciò accadesse, le conseguenze sarebbero veramente disastrose. E’ impossibile immaginare la loro reale portata.

Sono convinto che questo problema dovrebbe essere risolto solo con mezzi pacifici. Proponiamo di riconoscere il diritto dell’Iran a sviluppare il suo programma nucleare civile, compreso il diritto di produrre uranio arricchito. Ma deve essere fatto attraverso l’inserimento di tutta l’attività nucleare iraniana sotto il controllo attento e affidabile dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Se funziona, possiamo abolire tutte le sanzioni contro l’Iran, anche quelle unilaterali. L’Occidente è trascinato dalla sua tendenza a voler punire alcuni Paesi. Alla minima provocazione, ingaggia delle sanzioni o addirittura lancia un’operazione militare. Ricorderei che non siamo più nel XIX° e XX° secolo.

La situazione intorno al problema nucleare nordcoreano è ugualmente grave. Piegando il regime di non proliferazione, Pyongyang chiede apertamente il diritto di avere armi nucleari e ha già condotto due test nucleari. Lo status nucleare della Corea del Nord è inaccettabile per noi. Siamo sempre a favore della denuclearizzazione della penisola coreana, con i soli mezzi politici e diplomatici, e chiediamo la ripresa dei colloqui a sei.

Tuttavia, ovviamente, tutti i nostri partner non condividono questo approccio. Sono convinto che dobbiamo essere particolarmente attenti ora. I tentativi di testare la resistenza del nuovo leader nord-coreano, provocando delle contromisure avventate, sono inaccettabili.
Ricordiamo che la Russia e la Corea del Nord condividono un confine e, come sappiamo, non si possono scegliere i vicini. Continueremo un dialogo attivo con il governo di questo paese e lo sviluppo di relazioni amichevoli, esortando Pyongyang a risolvere il problema nucleare. Sarebbe ovviamente più semplice se il clima di fiducia reciproca sulla penisola s’intensificasse e se il dialogo intercoreano fosse ripreso.

Nel contesto delle passioni scatenate dai programmi nucleari di Iran e Corea del Nord, inevitabilmente si inizia a pensare a come appaiano i rischi della proliferazione delle armi nucleari, e a ciò che li rafforza. Si ha l’impressione che i casi d’ingerenza straniera, brutali e anche armati, diventati più frequenti negli affari nazionali di un paese, possano indurre un particolare regime autoritario (e non solo) ad acquisire armi nucleari. Pensando che il possesso di questa arma li proteggerebbe. E quelli che non l’hanno, possono solo aspettarsi un “intervento umanitario”.

Che ci piaccia o no, l’ingerenza straniera in realtà spinge verso questo tipo di pensiero. Ed è per questo che il numero dei paesi con la tecnologia militare nucleare “a portata di mano” non diminuisce, ma aumenta. In queste condizioni, l’importanza delle aree liberate dalle armi di distruzione di massa e create in diverse parti del pianeta, aumenta. Su iniziativa della Russia, una discussione sui parametri di una tale zona in Medio Oriente ha avuto inizio.
Dobbiamo fare tutto in modo che nessuno sia tentato dall’ottenere un’arma nucleare. A tal fine, i combattenti della non proliferazione devono cambiare se stessi, specialmente quelli che sono abituati a punire le altre nazioni con la forza militare, a dispetto della diplomazia. Come è stato, ad esempio, nel caso dell’Iraq, i cui problemi sono solo peggiorati dopo un’occupazione di quasi dieci anni.

Se riuscissimo a eradicare definitivamente le motivazioni per cui gli Stati debbano possedere armi nucleari, si potrebbe quindi rendere il regime di non proliferazione nucleare internazionale veramente universale e solido, grazie ai trattati in vigore. Un tale sistema permetterebbe a tutti i paesi interessati di trarre pieno vantaggio del nucleare civile sotto il controllo dell’AIEA.

Sarebbe molto utile per la Russia, poiché stiamo lavorando attivamente sui mercati internazionali, per costruire nuove centrali nucleari con una tecnologia moderna e sicura, e per partecipare alla realizzazione dell’arricchimento dell’uranio e alle banche internazionali del combustibile nucleare.

Il futuro dell’Afghanistan è anch’esso motivo di preoccupazione. Abbiamo sostenuto l’operazione militare volta a fornire assistenza internazionale a quel paese. Ma il contingente militare internazionale sotto l’egida della NATO non ha adempiuto al compito assegnatogli. Il pericolo del terrorismo e della narcominaccia provenienti dall’Afghanistan, rimangono. Annunciando il ritiro delle loro truppe nel 2014, gli Stati Uniti hanno creato in questo paese e in quelli vicini, delle basi militari senza un mandato, senza uno scopo chiaro o una dichiarata durata delle attività. Naturalmente, questo non fa per noi.

La Russia ha evidenti interessi in Afghanistan. E questi interessi sono legittimi. L’Afghanistan è il nostro vicino prossimo, ed è nel nostro interesse che questo paese si sviluppi stabilmente e pacificamente. E sopratutto che cessi di essere la principale fonte della narcominaccia. Il traffico di droga è diventata una grave minaccia, mina il fondo genetico di intere nazioni, creando un ambiente prospero per la corruzione e la criminalità e portando alla destabilizzazione della stessa situazione in Afghanistan. Va notato che non solo la produzione di stupefacenti in Afghanistan non si riduce, ma l’anno scorso è aumentata di quasi il 40%. La Russia è il bersaglio di una vera aggressione dell’eroina, infliggendo un danno immenso alla salute dei nostri cittadini.

Data l’entità della minaccia della droga afgana, è possibile lottare contro di essa solo unendosi, e basandosi sull’ONU e le organizzazioni regionali – (CSTO, l’Organizzazione del trattato la sicurezza collettiva), SCO (Organizzazione della Cooperazione di Shanghai) e CIS (Comunità degli Stati Indipendenti). Siamo pronti a prendere in considerazione un aumento significativo della partecipazione della Russia nelle operazioni di aiuto alla popolazione afghana. Ma a condizione che il contingente internazionale in Afghanistan agisca con più energia, anche nel nostro interesse, dedicandosi alla distruzione fisica delle piantagioni di droga e dei laboratori clandestini.

Le intense operazioni antidroga in Afghanistan devono essere accompagnate dallo smantellamento del trasporto degli oppiacei sui mercati esteri, dalla rimozione dei flussi finanziari che sponsorizzano il traffico di droga, e dal blocco delle forniture di sostanze chimiche utilizzate per la fabbricazione dell’eroina. L’obiettivo è stabilire nella regione un complesso sistema di sicurezza antidroga. La Russia contribuirà in maniera efficace all’unificazione effettiva degli sforzi della comunità internazionale, per avere un cambiamento radicale nella lotta contro la narcominaccia globale.

E’ difficile fare previsioni circa l’evoluzione della situazione in Afghanistan. La storia ci insegna che la presenza militare straniera non ha portato la pace. Solo gli afghani sono in grado di risolvere i propri problemi. Penso che il ruolo della Russia sia aiutare gli afghani a creare un’economia stabile e a migliorare la capacità delle forze armate nazionali, nella lotta contro la minaccia del terrorismo e del traffico di droga, con la partecipazione attiva dei paesi limitrofi. Noi non siamo contrari a che l’opposizione armata, tra cui i taliban, partecipino al processo di riconciliazione nazionale, a condizione che rinunci alla violenza, riconosca la costituzione del paese e rompa i legami con al-Qaida e le altre organizzazioni terroristiche. In linea di principio, credo che l’istituzione di uno Stato afghano pacifico, stabile, indipendente e neutrale sia abbastanza fattibile.

L’instabilità perdurante per anni e decenni, è un terreno fertile per il terrorismo internazionale. Chiunque riconoscr che questa è una delle sfide più pericolose per la comunità internazionale. Vorrei sottolineare che le aree di crisi generano minacce terroristiche in prossimità dei confini russi, molto più che per i nostri partner europei o americani. Le Nazioni Unite hanno adottato una strategia antiterrorismo globale, ma sembra che la lotta contro questo male non sia sempre condotto secondo un piano universale e coerente, ma in risposta alle manifestazioni più acute e barbare del terrorismo, quando la pubblica indignazione provocata da azioni provocatorie dei terroristi raggiunge il suo apogeo. Il mondo civilizzato non dovrebbe aspettare un’altra tragedia simile a quella dell’11 settembre 2001 di New York o della scuola di Beslan per cominciare ad agire collettivamente e in modo determinato.

Tuttavia, sono ben lontano dal negare i risultati nella lotta contro il terrorismo internazionale. Sono tangibili. Negli ultimi anni, la cooperazione tra servizi di intelligence e forze dell’ordine dei diversi paesi, è notevolmente aumentata. Ma le riserve nella cooperazione anti-terrorismo sono evidenti. Che cosa si può dire se finora una politica dei due pesi e delle due misure rimane, e che a seconda del paese, i terroristi sono percepiti in modo diverso, considerandoli “cattivi” o “non troppo cattivi.” Alcuni non esitano a utilizzarli nel loro gioco politico, ad esempio per destabilizzare dei regimi considerati indesiderabili.

Vorrei anche dire che tutte le istituzioni della società, dei media, delle organizzazioni religiose, delle organizzazioni non governative, del sistema educativo, scientifico ed economico, devono essere pienamente utilizzate nella prevenzione del terrorismo. Abbiamo bisogno di un dialogo interconfessionale e nel senso più ampio, inter-civile. La Russia è un paese multi-confessionale e non abbiamo mai avuto guerre di religione. Potremmo dare il nostro contributo al dibattito internazionale su questo argomento.
 

Fine della prima parte. La seconda parte è consultabile qui
 

FONTE: http://www.voltairenet.org/La-Russie-et-l-evolution-du-monde


NOTE

[1] Nelle ultime settimane, Vladimir Putin ha scritto una serie di articoli che descrivono le sue intenzioni politiche sui temi principali della campagna presidenziale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://sitoaurora.altervista.org/home.htm
http://aurorasito.wordpress.com


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