Quando si parla di russofobia, è importante distinguere la russofobia europea da quella americana. La prima è caratterizzata da una forte connotazione culturale, mentre la seconda è  contraddistinta da una matrice prettamente politica.

Già durante l’era pietrina, infatti, le opinioni formulate dai diplomatici Sigismondo Von Herberstein, Antonio Possevino, Adam Olearius ed altri visitatori ebbero una forte presa sulle coscienze degli occidentali, i quali, spesso, contrapponevano la “civilizzata” Europa alla “barbara” Russia. Questa dicotomia ha continuato ad influenzare i pensatori europei fino al XIX secolo: in Gran Bretagna, David Urquhart dava voce ad un sentimento architettato in realtà da un’élite imperiale che manipolava l’opinione pubblica[i]; in Francia Charles-Louis Lesur pubblicava nel 1812 una delle opere più influenti nell’intera storia della russofobia: Des progrès de la puissance russe, nel quale era contenuto l’apocrifo “Testamento di Pietro il Grande”, una serie di articoli commissionati da Napoleone con lo scopo di riflettere un’immagine della Russia distorta dallo specchio della russofobia, per dimostrare come l’Europa fosse inevitabilmente terra di conquista russa. Questo sentimento è stato poi riproposto dopo il fallimento della Rivoluzione Polacca del 1830, con il famoso lavoro del marchese Astolphe de Custine: La Russie en 1839, nel quale era presente una “geopolitica della catastrofe” che avrebbe dovuto condurre l’asse franco-tedesco alla creazione di un’alleanza paneuropea contro la minaccia russa per non incorrere nello stesso destino che aveva già coinvolto la Polonia[ii]. In Germania erano Marx ed Engels a vedere la Russia come una minaccia all’Europa; nel secondo dopoguerra la serie dei loro articoli è stata strumentalizzata con l’obiettivo di mettere in evidenza la simmetria tra la Russa del XIX secolo e quella di Stalin[iii].

Negli Stati Uniti, invece, fino al XX secolo, l’etnocentrismo statunitense non ha condotto il comportamento internazionale in direzione russofoba, non sviluppando alcuna forte percezione negativa della Russia per tutto l’ottocento. Dopo aver risolto pacificamente la contesa dei territori nord-occidentali del continente nordamericano, il cosiddetto “Alaska Russo”, col Trattato Russo-Americano del 1824, nella guerra di secessione americana, i russi contribuirono alla causa nordista con l’invio di unità navali a New York e San Francisco. Se questo per la Russia era un tentativo di minacciare le rotte commerciali di Inghilterra e Francia, per gli americani dell’Unione la presenza della flotta russa nei loro porti scoraggiava qualsiasi misura militare diretta contro di loro. Una partnership, quindi, caratterizzata dalla perfetta coincidenza degli interessi e che emergeva anche dalle parole del Segretario di Stato di Lincoln, William Henry Seward, il quale dichiarò, nel 1862, che preferivano la Russia rispetto a qualsiasi altro paese europeo. I rapporti subirono un leggero deterioramento verso la fine del XIX secolo quando, dopo l’assassinio dello Zar Alessandro II, una serie di disordini anti-semiti che scossero la Russia meridionale coinvolsero anche ebrei americani accusati dell’attentato; una situazione che portò alla creazione negli Stati Uniti di movimenti russofobi su iniziativa ebraica, con l’obiettivo di “liberare” la Russia dall’autocrazia e dall’antisemitismo.  Ulteriore attrito si venne a creare quando Theodore Roosevelt prese le parti del Giappone nella guerra russo-giapponese, ma in realtà il suo obiettivo dichiarato era quello di mantenere un equilibrio di potere in Asia del Nord, temendo sia un’ascesa del Giappone quanto della Russia. In risposta alla Rivoluzione bolscevica, gli Stati Uniti si rifiutarono di riconoscere l’Unione Sovietica dal 1917 al 1933. Fu durante questi anni che gruppi come l’American Relief Administration e molte organizzazioni religiose si adoperarono per promuovere sentimenti anti-russi tra la popolazione. Ciò nonostante, la russofobia ha raramente avuto la possibilità di influenzare la politica estera americana in quanto la Russia non agiva come una minaccia agli Stati Uniti. Questo comportamento, accompagnato sia dall’impegno prevalentemente regionale portato avanti da entrambe le potenze, sia da una grande distanza geografica, è servito come elemento deterrente per lo  sviluppo di ostilità reciproche. Le cose cambiarono decisamente quando sia Russia che Stati Uniti assunsero responsabilità internazionali più incombenti, reclamando un più grande riconoscimento del loro ruolo nel modellare il nuovo sistema internazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Da una parte i sovietici sentivano di aver diritto ad un maggior ruolo in Europa dopo aver sconfitto da sola il regime nazista, dall’altra parte, gli Stati Uniti manifestavano la volontà di ricoprire un ruolo più importante negli affari esteri in risposta alle invasioni naziste. A dimostrazione di ciò, la percentuale di opinioni che ritenevano un errore l’intervento statunitense nella Prima Guerra Mondiale diminuì dal 68% nel 1939 al solo 38% nel 1941[iv]. Nel secondo dopoguerra, l’atteggiamento che perseguiva una promozione dei valori americani e l’affermazione della potenza militare statunitense all’estero si diresse verso una prospettiva crescente di espansionismo sovietico, con effetti sulla politica estera degli USA che passò, quindi, da un atteggiamento isolazionista ad uno più aggressivo, secondo il quale qualsiasi cosa sarebbe potuta diventare un pretesto per combattere l’Unione Sovietica da una parte all’altra del globo.

Antisovietismo e russofobia

La svolta avvenne nel febbraio del 1946, quando George Frost Kennan inviò al Dipartimento del Tesoro un lunghissimo telegramma sui recenti sviluppi della politica estera sovietica. I russi, infatti, avevano avanzato pretese territoriali sull’Azerbaijan Persiano e avevano rifiutato di aderire al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, nonostante avessero firmato gli accordi di Bretton-Woods. Il cosiddetto Long Telegram ebbe un immediato successo ed influenzò fortemente Washington, tanto da essere considerato la base su cui l’Occidente costruì la sua strategia della guerra fredda e ponendosi alla base della dottrina del containment. In questo documento, Kennan espose il suo punto di vista sulla natura sovietica, svelando un mondo e una visione lontana anni luce dalla generale percezione degli americani dichiarando che «il nocciolo del nevrotico punto di vista del Cremlino è il tradizionale ed istintivo senso di insicurezza russo»[v]. Le coordinate di giudizio che mossero Kennan a formulare il containment vanno individuate, quindi, nella percezione negativa che il diplomatico statunitense aveva della società russa: barbarica e arretrata, incapace di fare a meno dell’autocrazia e governata eternamente da leader angosciati da un atavico senso di insicurezza, invidiosi e curiosi nello stesso tempo dell’Occidente, ma inconsciamente angustiati da quella che ritengono la propria irrimediabile inferiorità che li porta a scontrarsi inevitabilmente con il nemico di turno, poiché ogni tipo di patteggiamento con esso equivarrebbe ad essere assorbiti o dominati. Il nazionalismo russo, secondo Kennan, stava in realtà operando dietro la “foglia di fico” del marxismo-leninismo, il quale aveva a sua volta trovato terreno congeniale nel pensiero dei leader sovietici in quanto non faceva altro che rafforzare l’insicurezza di una pacifica popolazione agricola che provava a vivere in un vasto territorio esposto nelle vicinanze di selvagge popolazioni nomadi, isolando, inoltre, lo Stato dall’influenza occidentale per mezzo dell’istituzione di zone cuscinetto lungo i suoi confini, con lo scopo di dotare la Russia di una barriera protettiva contro un eventuale attacco da ovest, in quanto l’ideologia marxista, secondo Kennan, forniva a Stalin un dogma che dipingeva il mondo esterno come malvagio, ostile e minaccioso, in modo da giustificare il suo dominio dispotico e autoritario.

Da ciò si evince, quindi, che l’ostilità da parte di Kennan nei confronti della Russia non si esauriva comunque nell’accesa critica all’Unione Sovietica. Essendosi ormai ritirato dal servizio, ebbe tempo per approfondire i suoi studi sull’attitudine storica russa, alla quale, secondo lui, la politica sovietica si sarebbe ispirata. Egli reiterava la sua convinzione che l’atteggiamento sovietico era motivato non solo dall’ideologia marxista, ma anche da elementi di vecchia data. Secondo un esame retrospettivo, era possibile far risalire ai giorni del Granducato di Mosca molte cose che potevano essere notate in Unione Sovietica, come se fossero presagi che predicessero la situazione che si sarebbe prefigurata secoli dopo e che erano destinati a rivestire un importante ruolo nella composizione psicologica del potere sovietico.

Kennan, quindi, riaffermava la sua tesi che nella forma del potere sovietico, la vecchia Russia è in qualche modo sopravvissuta nell’epoca contemporanea ed il bolscevismo aveva rinvigorito lo spirito e le pratiche del Granducato Moscovita, tra le quali il provocatorio e xenofobo senso di ortodossia religiosa, la rottura delle comunicazioni con l’Occidente e i sogni messianici di Mosca come la Terza Roma. Non a caso fu proprio lui uno dei maggiori studiosi di Custine. Commentando i diari del marchese in una pubblicazione del 1971, l’ideologo del containment affermava in maniera ancora più chiara e decisa il suo pensiero, sostenendo che La Russie en 1839 oltre a descrivere la Russia di Nicola I era «un eccellente libro, probabilmente il migliore dei libri, sulla Russia di Iosif Stalin e non un brutto libro sulla Russia di Brežnev e Kosygin»[vi], elevando, in questo modo, Custine a vero e proprio eroe della guerra fredda per essere stato colui che ha smascherato l’autentica immagine della realtà russa.

Kennan era quindi sbalordito dal parallelismo storico tra la Russia di Nicola I e l’Unione Sovietica, nelle quali vedeva lo stesso sospetto nei confronti di ciò che c’era al di fuori della Russia, la stessa segretezza, la stessa burocrazia autoritaria e addirittura sosteneva che a separare la Russia, nei suoi valori culturali, dal resto del mondo fosse stata una “riedizione” della dottrina della “nazionalità ufficiale”, istituita nel 1833 dal ministro russo Sergej Uvarov, che individuava un sistema di valori fondato sulla triade autocrazia, ortodossia e narodnost, una trinità che si contrapponeva scientemente al motto rivoluzionario liberté, égalité, fraternité e che avrebbe dovuto indirizzare la politica imperiale facendo scaturire un orientamento teso ad affermare proprio l’elemento nazionale russo, la narodnost’.

Un mondo unipolare

Terminata l’esperienza comunista con il crollo dell’Unione Sovietica, restava comunque la Russia come un’entità crudele, arretrata e geneticamente autocratica. Quest’approccio che ha accompagnato il pensiero politico statunitense per tutta la guerra fredda è infatti sopravvissuto al termine di quest’ultima grazie ai calcoli strategici dei cosiddetti “guerrieri freddi” che hanno sfruttato la retorica russofoba a scopi politici sotto due diversi aspetti.

Il primo aspetto riguarda la questione della responsabilità per la fine della guerra fredda. Dal 1989 e in particolare dalla caduta del Muro di Berlino, cominciò a diffondersi tra i politologi americani un atteggiamento egemonico originato sia dalla convinzione diffusa che la guerra fredda non fosse terminata ma che fosse stata vinta dalle scelte strategiche dell’amministrazione Reagan, sia dall’idea che quella in cui si erano succeduti in breve tempo l’unificazione della Germania e lo smembramento dell’Unione Sovietica fosse «la migliore epoca di sempre della politica estera americana»[vii]. Alcuni, come Marc Plattner, prefiguravano un momento democratico in un mondo in cui fosse presente un unico principio di legittimità e un unico modello di democrazia dominante. La questione che emergeva, però, era se questa predominanza incontrastata della democrazia, senza alcun credibile rivale ideologico o geopolitico, fosse solo transitoria, e quindi un’«era di buoni sentimenti momentanea» su scala mondiale che però era destinata a dar presto il via a nuove divisioni più aspre[viii], oppure era da interpretare come un segnale di una definitiva vittoria dovuta alla forza insita nella democrazia e all’assenza di regimi antidemocratici o ideologici. Su questa visione si allineava Francis Fukuyama, il quale emanava una sentenza senza appello di una “fine della storia”, sostenendo che ci si trovava davanti ad un punto finale dell’evoluzione ideologica dell’uomo e all’universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale del governo umano[ix]. William Pfaff, esponendo una visione che fu in seguito legittimata a livelli politici più alti quando il presidente George H.W. Bush annunciò la vittoria statunitense nella guerra fredda durante lo State of Union del 1992, forniva una morale sulla guerra fredda: «l’essere è superiore al fare», perché il sistema sovietico è collassato a causa di ciò che non era, mentre la vittoria degli Stati Uniti era dovuta a quello che era la democrazia: libertà, prosperosità, successo e giustizia[x]. Un’altra versione era fornita da Charles Krauthammer, il quale parlava di un mondo non multipolare, come era previsto da molti, con il potere dissipato tra nuovi centri emergenti, come Giappone, Germania (Unione Europea) e Cina, ma di un mondo unipolare nel quale il centro di potere sarebbe stato occupato dagli Stati Uniti, coadiuvati dagli alleati occidentali[xi]. Fu l’amministrazione Clinton che consolidò la retorica della vittoria americana paragonandola alla vittoria su Germania e Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. L’idea che gli Stati Uniti fossero la nazione vincente e la Russia quella sconfitta e, di conseguenza, che sarebbe dovuta essere subordinata alla prima, era da considerarsi un terribile errore in quanto il merito per la fine della guerra fredda sarebbe dovuto essere riconosciuto tanto agli Stati Uniti quanto alla Russia. La guerra fredda non è stata vinta da nessuno, ma è soltanto terminata. La dissoluzione dell’Unione Sovietica non è da attribuire né a pressioni endogene né tantomeno esogene, ma le origini del tentativo della Russia di avvicinarsi all’Occidente vanno ricercate, infatti, tra gli anni ’50 e ’60, quindi molto prima del declino materiale dell’Unione Sovietica, quando si è andato ad affermare un vasto numero di intellettuali sovietici esposti in maniera particolare alle idee occidentali, mettendo in discussione implicitamente l’ideologia sovietica e i suoi fondamenti politici. Questo pensiero, chiamato da Robert English “new thinking“, è rimasto dormiente fino alla convergenza di due fattori: il deterioramento delle condizioni economiche e l’ascesa al potere di un leader favorevole verso l’intelligencija non ortodossa e verso le idee occidentali. La combinazione di  questi due elementi spiegherebbero, quindi, i radicali cambiamenti dell’era Gorbačëv.

Il secondo aspetto riguarda la valutazione dell’economia e delle riforme politiche nella Russia post-sovietica. Verso la fine del 1992 la situazione economica era peggiorata di molto e il fallimento delle riforme di stampo occidentale sottoforma di terapia shock avevano spinto gran parte della popolazione oltre la soglia della povertà. La Russia era preoccupata più che dalla proiezione del suo potere all’estero, dalla sua stessa sopravvivenza. Povertà, crimine e corruzione l’avevano degradata dallo status di paese industrializzato qual era in precedenza. Nel frattempo, l’economia era ampiamente controllata da oligarchi che influenzavano  molte decisioni chiave dello stato e bloccavano con successo lo sviluppo delle piccole e medie aziende del paese. Sotto queste circostanze, Richard Pipes si chiese, in un articolo apparso in Commentary[xii], la rivista di stampo filoisraeliano e antisovietico che divenne una delle principali testate neocon, il motivo per cui un paese confinante con l’Europa, i cui abitanti hanno caratteristiche prettamente europee e hanno insistito per oltre tre secoli ad essere considerati come parte d’Europa, trovi così impossibile costruire un regime politico e sociale che sia basato sul modello europeo. Tra i possibili elementi che renderebbero i russi vulnerabili alla “demagogia antioccidentale”, Pipes tendeva ad escludere il carattere nazionale, in quanto poco sviluppato, ad eccezione di eventuali invasioni straniere, mentre quello che per lui avrebbe determinato il sempiterno antioccidentalismo che rappresenta un marchio di fabbrica della “Russia eterna” sarebbe la sua eredità religiosa. Fino agli anni dell’ascesa del comunismo con la sua campagna antireligiosa, la maggioranza dei russi continuava a vivere nel Medioevo, per nulla sfiorati dalla cultura secolare occidentale. In tutto ciò, Pipes, vedeva un collegamento tra la religione e l’attitudine russa nei confronti dell’Occidente. Agli occhi degli ortodossi, il cattolicesimo erano da considerarsi religioni deviate, inquinate da classicismo pagano e razionalismo filosofico. A rafforzare questa visione ci sarebbe il fatto che la conquista turca di Costantinopoli nel 1453 e la successiva liquidazione  dell’Impero Bizantino, centro dell’ortodossia cristiana, era vista dagli ecclesiastici russi come una punizione divina per il tentativo di Bisanzio cento anni prima di essere entrato in unione con la cattolica Roma. Dopo la caduta dell’impero bizantino e l’occupazione ottomana della penisola balcanica, quello Moscovita rimase così l’unico stato al mondo ad essere ortodosso. Dal XV secolo, l’ortodossia divenne dunque identificata con la Russia, una sorta di “religione nazionale” favorita per di più da una sensazione di “unicità”. Questo sentimento, secondo Pipes, ha poi avuto effetti a lungo termine. Infatti, a suo parere, l’ostilità della Chiesa Ortodossa nei confronti del ramo occidentale della cristianità si sarebbe secolarizzata, e, come gli ortodossi si ritenevano incompatibili con la Chiesa Cattolica Romana, nella stessa maniera i russi si ritenevano inconciliabili con il modello occidentale. Inoltre, sostiene, i bolscevichi avrebbero involontariamente giocato su queste stesse emozioni nel lanciare la Terza Internazionale e promuovendo Mosca come capitale del mondo comunista, seguendo i passi degli ecclesiastici ortodossi del XVI secolo che proclamarono la capitale russa, la “Terza Roma”, e i milioni di russi che sostengono quei demagoghi che denunciano la corruzione occidentale starebbero in realtà ripetendo inconsciamente gli atteggiamenti che si sono originati tra i gerarchi ortodossi e da loro poi ampiamente diffusi tra la popolazione.

Gli anni Novanta videro anche un allargamento della NATO verso est, al quale la Russia si è opposta in quanto percepiva la politica di espansione non come un modo per evitare che si sviluppassero tendenze imperialiste, ma come un tentativo di riempire il vuoto di sicurezza esistente ed approfittare della momentanea debolezza della potenza russa. Ciò del resto era stato teorizzato da Zbigniew Brzezinski ne La grande scacchiera, dove l’ex consigliere di sicurezza insisteva sulla creazione di un “pluralismo geopolitico” che sarebbe andato a colmare il vuoto politico lasciato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica[xiii]. L’allora ministro degli affari esteri, Andrei Kozyrev, nonostante la sua posizione liberale, vedeva l’espansione della NATO teorizzata da l’ex Consigliere di Sicurezza, come una «continuazione, sebbene per inerzia, di una politica volta a contenere la Russia»[xiv]. Ancora Kozyrev, in un articolo apparso sul New York Times, mostrava preoccupazioni per «la nuova sciovinista bandiera che sventola nel cielo di Washington»[xv]. Lamentandosi, inoltre, del trattamento che l’Occidente stava riservando a quella che sarebbe dovuto essere un loro naturale amico e alleato ma che invece consideravano non come un partner di eguale livello, secondo quella visione che «un buon russo è sempre un seguace, mai un leader»[xvi]. Secondo Brzezinski, questa opposizione si andava a configurare nell’eterna anti-occidentalizzazione insita nei russi. Per Brzezinski l’espansionismo russo è un obbligo insito nel proprio sistema e prodotto dalla sensazione di insicurezza territoriale che avverte, in quanto l’assenza di confini naturali fa dell’espansionismo territoriale il metodo più naturale per garantire la sicurezza. L’espansionismo genera nuovi conflitti e nuove minacce e, di conseguenza, un maggiore impulso ad espandersi, fino ad entrare in un inesorabile circolo vizioso: l’insicurezza porta all’espansionismo, l’espansionismo genera insicurezza che, a sua volta, alimenta ulteriormente la spinta espansionistica. Questo circolo vizioso sarebbe dunque alla base della storia russa, attraverso il quale è poi arrivata a controllare il più grande possedimento del mondo. Egli sostiene che la conseguenza di tale espansionismo territoriale è stata la nascita di una “coscienza imperiale” tra i russi che avrebbe portato questi ultimi a concepire la propria patria come un “grande fratello” dei popoli dominati, insinuando in loro il sentimento che le nazioni non russe dell’Unione Sovietica dovessero far parte del dominio speciale della Madre Russia. La coscienza imperiale di cui parla Brzezinski è una complessa rete di messianismo religioso, di nazionalismo e di ardore ideologico che ha contribuito a generare e sostenere una visione del mondo attraverso la quale la spinta verso la preminenza globale, per decadi contesa con gli Stati Uniti, sarebbe diventata l’impulso principale che sostiene il carattere predatore dell’imperialismo russo e non avrebbe consentito alcun tipo di rilevante cambiamento evolutivo nella natura del sistema sovietico[xvii].

L’era Putin

Il 31 dicembre 1999 appariva nel sito informatico del governo della Federazione Russa un manifesto ideologico scritto da Putin quando era ancora primo ministro, La Russia alla svolta del millennio. Colui che sarebbe poi diventato il presidente russo indicava la “strategia di rinascita” del paese, basata su una “idea russa” che si configurava come una “fusione organica di valori universali generalmente umanitari con i valori tradizionali russi che hanno superato la prova del tempo, compreso il turbolento ventesimo secolo”. Secondo Putin, la “grandezza” è una caratteristica intrinseca della Russia che risiede nella sua posizione geografica, economica e culturale e il suo sviluppo storico ha fatto in modo che essa seguisse una “via speciale” e originale rispetto all’Occidente. L’intenzione di Putin che emerge dal suo appello, quindi, sembra essere quella di ergersi come portatore della tradizione politica russa nel nuovo millennio, con la convinzione che l’esistenza di uno stato forte sia l’aspetto più importante di questa tradizione e che per arrivare a tale scopo i russi siano pronti a supportare qualsiasi tipo di regime, sia esso libertario o autoritario[xviii].

Nel corso del 2005 questa visione si è tradotta con l’elaborazione da parte di Vladislav Surkov della formula della “democrazia sovrana” (suverinnaja demokratija)[xix], una dottrina che costituisce la fonte di legittimazione della politica di Putin e l’inizio di un processo di normalizzazione politica che possa permettere ad una stabile democrazia di emergere, dopo la sua distorsione dovuta al collasso dell’Unione Sovietica ed alla “sregolatezza” degli anni dei rex destruens Gorbačëv e El’cin dominati dal “tallone di ferro dell’oligarchia”, e possa neutralizzare l’élite oligarchica in modo da permettere allo Stato di essere lo Stato dell’intero popolo e non meramente una proprietà di una ristretta cerchia di uomini d’affari.

Tra gli analisti statunitensi, la “democrazia sovrana” è considerata come la copertura di un regime autoritario che ha sostituito il marxismo-leninismo con questa nuova ideologia di Stato e che vuole imporre la supremazia russa nello spazio dell’ex Unione Sovietica, andando a rievocare gli spettri di quel dispotismo orientale tramandato dalla cultura illuminista sino ai giorni nostri, tanto da essere ridefinita con l’appellativo di “democrazia guidata” o “democratura”. La convinzione che Putin abbia instaurato un regime autoritario in nome della “democrazia sovrana” è presente anche in Richard Pipes, il quale, in un articolo del 2008, considerava la Russia come un paese ancora “in fuga dalla libertà”, dove le azioni antidemocratiche e antilibertarie perpetrate dall’amministrazione Putin sono supportate dal popolo russo, rivelando una visione estremamente razzista dei russi, non curanti, secondo lui, di beneficiare dei diritti democratici e civili ed incapaci di concepire le libertà occidentali, e portando avanti la convinzione dell’esistenza del concetto di una “Russia eterna”, segnata dalla lunga tradizione autoritaria, già elaborato durante il periodo sovietico, ed aggiornato negli anni ’90 in seguito alla delusione nel non vedere la Russia postsovietica seguire la strada dell’occidentalizzazione sulle tracce di Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria[xx]. Queste stesse speranze le ha viste sfumare anche Robert Kagan, l’ideologo neocon di George W. Bush, che proclama la fine della “fine della storia” tanto decantata da Fukuyama, in quanto scalzata da quello che egli definisce un sistema politico “zarista” instaurato da Putin. Kagan mette in guardia chi è convinto che la guerra fredda si sia conclusa perché ha vinto la visione del mondo migliore; infatti, secondo lui, il riemergere di un grande regime autoritario come quello russo, rappresenta un’altra sfida all’idea liberale dopo le vittorie sul fascismo nella Seconda guerra mondiale e sul comunismo nella guerra fredda. Per cui sostiene la creazione di una “lega delle democrazie” che si confronterà con una “lega dei regimi autoritari”, basata su di un asse costituita dall’autoritarismo russo-cinese, senza però dover ricorrere ad azioni irruenti ma aprendo «uno spazio democratico dove esso è stato chiuso»[xxi]. Per lo storico Mark A. Smith, la linea del Cremlino elaborata da Surkov rappresenterebbe de facto la nuova ideologia ufficiale post-sovietica, in quanto fornisce un consolidamento ideologico ad un sistema politico caratterizzato dalla presenza di uno stato forte assieme al desiderio di far tornare la Russia al livello di una superpotenza, sostenendo, inoltre, che la Russia continuerà su questa strada anche dopo l’abbandono della scena politica di Putin[xxii]. Riferimenti a modelli storici immutabili del comportamento russo sono rintracciabili anche nelle affermazioni di Henry Kissinger, secondo il quale l’imperialismo è stato alla base della politica estera russa, espandendosi dalla regione intorno a Mosca fino al Medio Oriente e all’Europa Centrale, soggiogando i popoli più deboli[xxiii]. Un’ulteriore accusa mossa da Paul Goble al sistema politico russo riguarda la sua natura corrotta e l’incapacità di ottenere alcun risultato positivo per i suoi cittadini, sostenendo la visione che gli sforzi prodotti dal governo russo nella lotta contro la corruzione non condurrebbero ad altro che alla lotta contro Putin stesso ed il suo entourage, per il fatto che, secondo lui «la parola ‘corruzione’ è sinonimo della parola ‘Putin’»[xxiv].

Non c’è alcun dubbio che la nozione di una “tradizione autocratica russa” sia stata cooptata dalla classe politica durante la guerra fredda in modo da promuovere una politica aggressiva nei confronti della Russia. Non c’è neanche alcun dubbio che la cruda caratterizzazione dell’antica e indelebile “missione” dispotica e imperialista della Russia sia stata abusata nell’ambito della sfera politica. Il ruolo della Russia nel mondo è cresciuto, eppure molti politici americani continuano a credere che la Russia non possa avere alcuna voce nell’arena globale. Preoccupati per altre questioni internazionali, come quelle in Medio Oriente, trovano difficile accettare che ci sia il bisogno di negoziare e coordinare la loro politica internazionale con un’altra potenza che solo ieri sembrava essere così debole e dipendente dall’Occidente. Per questi individui, la russofobia è semplicemente un mezzo per esercitare pressione sul Cremlino affinché questo si sottometta agli Stati Uniti nella realizzazione del suo grande progetto di controllare le più preziose risorse e le più ambite posizioni geostrategiche del mondo. La cultura politica egemonica descritta dagli storici e dai politologi, insieme ad un relativo declino degli Stati Uniti e ad un recupero dell’economia russa, costituiscono le condizioni strutturali del sentimento antirusso. Questa percezione della Russia non si basa sui fatti; o, per meglio dire, si basa su dei fatti attentamente preselezionati ma che non rappresentano in maniera esaustiva l’intera immagine. Sia la politica che la cultura continuano a condurre la costruzione di tali “fatti” con l’aiuto di media e di intellettuali che spesso servono a pubblicizzare o a rinvigorire le percezioni negative. Come ha notato Anatol Lieven:

«i fatti storici selezionati o inventati sulla nazione nemica, sulla sua cultura e sulla sua natura razziale sono estrapolati dal contesto e inseriti in strutture intellettuali predisposte a motivare l’immutabile malvagità dell’altra sponda. Nello stesso tempo, qualsiasi controargomento e qualsiasi ricordo dei propri crimini viene eliminato»[xxv].


[i] Cfr. John Howes Gleason, The Genesis of Russophobia in Great Britain: A Study of the Interaction of Policy and Opinion, Harvard University Press, Cambridge 1950.

[ii] Cfr. Roberto Valle, Genealogia della russofobia. Custine, Donoso Cortès e il dispotismo russo, Lithos, Roma 2012.

[iii] Cfr. Paul W. Blackstoke, Bert F. Hoselitz (a cura di), The Russian Menace to Europe. A collection of Articles, Speeches, Letters, and News Dispatches. By Karl Marx and Friedrich Engels, Allen and Unwin, Londra, 1952.

[iv] Cfr. Jeffrey W. Legro, Rethinking the World: Great Power Strategies and International Order, Cornell UP, IthacaNY 2005, p. 67.

[v] Cit. George Frost Kennan, Telegram to George C. Marshall (The Long Telegram), 22 febbraio 1946.

[vi] Cfr. G.F. Kennan, Marquis de Custine and His Russia in 1839, Princeton UP, Princeton 1971, pp.128-129

[vii] Cit. Robert Cooper in History’s Pallbearer, di Nicholas Wroe, in “The Guardian”, 10 maggio 2002.

[viii] Cfr. Marc F. Plattner, The Democratic Moment, in “Global Resurgence of Democracy”, a cura di Larry Diamond e Marc F. Plattner, John Hopkins University Press, Londra 1996, pp. 26-38.

[ix] Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, New York Free Press, New York 1992.

[x] Cfr. William Pfaff, Redefining World Power in “Foreign Affairs”, Vol.70, No. 1, 1990/1991, pp.34-48.

[xi] Cfr. Charles Krauthammer, The Unipolar Moment, in “Foreign Affairs”, Vol. 70, No 1, 1990/1991, pp. 22-33.

[xii] Cfr. Richard Pipes, Russia’s Past, Russia’s Future, in “Commentary”, No.101, giugno 1996, pp.30-38.

[xiii] Cfr. Zibgniew Brzezinski, La grande scacchiera (1997), Longanesi, Milano 1998.

[xiv] Cit. Andrei Kozyrev, Partnership or Cold Peace, in “Foreign Policy” No 99, estate 1995, p.16.

[xv] Cit. Id., Don’t Threaten Us, in “New York Times”, 18 marzo 19

[xvi] Ibidem.

[xvii] Cfr. Zbigniew Brzezinski, Premature Partnership, in “Foreign Affairs”, Vol. 73, No 2, mar-apr. 1994

[xviii] Cfr. Vladimir Putin, La Russia alla svolta del millennio,in Id., Memorie d’Oltrecortina, Carocci, Roma 2001, pp. 199-216.

[xix] Tradotta nel lessico politico russo, la democrazia sovrana significa l'”autocrazia” del popolo e della nazione (in russo samoderžavie naroda), indicando quindi ciò garantisce la sovranità dello stato. Questa è un’idea nata in Russia dopo la fine del giogo mongolo ed attestava che il principe di Mosca non riconosceva altra autorità sopra di esso, facendosi il garante della sovranità delle terre russe. Putin e Medvedev raramente hanno utilizzato il termine “democrazia sovrana” nei loro discorsi, ma in una delle poche occasioni in cui Putin ha commentato il suddetto termine, lo ha fatto per negare la sua utilità: “Io credo che democrazia sovrana sia un termine discutibile. Crea qualche tipo di confusione. Sovranità è qualcosa che si riferisce alla qualità delle nostre relazioni con il mondo esterno, mentre democrazia si riferisce al nostro essere, la sostanza innata della nostra società”. In ogni caso Putin notava come la discussione sul termine fosse utile, nonostante egli stesso non volesse prenderne parte. Anche Medvedev ha criticato la nozione di democrazia sovrana, rivelando, in un’intervista rilasciata al settimanale russo Ekspert, che la sovranità e la democrazia sono due categorie concettuali differenti e quindi difficili da fondere: “se si prende la parola democrazia e si inizia ad attribuirle aggettivi qualificativi, risulterebbe un po’ strano. Si porterebbe a pensare che stiamo parlando di qualcos’altro, non del tradizionale tipo di democrazia”.

[xx] Cfr. Richard Pipes, Flight for Freedom: What Russians Think and Want, in “Foreign Affairs”, Vol. 83, No. 3, mag-giu 2004, pp. 9-15.

[xxi] Cfr. Robert Kagan, The End of the End of History, in “The New Republic”, 23 aprile 2008.

[xxii] Cfr, Mark A. Smith, Sovereign Democracy: the Ideology of Yedinaya Rossya, in “Conflict Studies Research Centre”, agosto 2006.

[xxiii] Cfr. Henry kissinger, Mission to Moscow: Clinton Must Lay the Groundwork for a new Relationship with Russia, in “Washington Post”, 15 maggio 2000.

[xxiv] Cit. Paul A. Goble, Russian Corruption is ‘More than Corruption’ – and So Too is Medvedev’s Campaign Against It, 23 maggio 2008, http://windowoneurasia.blogspot.it/2008/05/window-on-eurasiarussian-corruption-is.html.

[xxv] Cit. Anatol Lieven, Against Russophobia, in “World Policy Journal”, Vol.17, No.4, 2000/2001, p. 28.

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JEAN THIRIART INTERVISTA IL GENERALE JUAN PERON

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Laureato in Relazioni internazionali all’Università La Sapienza, è attualmente dottorando in Storia d’Europa presso lo stesso ateneo, dove conduce una ricerca sull'idea di “containment” della Russia bolscevica nel pensiero politico statunitense.