La lezione geopolitica della “Guerra del Kosovo” nel 1999 aveva convinto anche analisti russi solitamente equilibrati della necessità per Mosca di una drastica virata; secondo Vitalij Tre’tjakov, infatti, per evitare un nuovo scenario jugoslavo nelle zone di influenza russa occorreva tenere a mente che: “Prima lezione. Per sopravvivere nelle condizioni dell’attuale pax americana, occorre o fare ciò che ordinano gli americani, o essere il più possibile forti, innanzitutto sul piano militare […]. Una rapida ripresa del potenziale sia militare che economico può essere garantita solo da un’economia di mobilitazione, condizione politica pressoché ineluttabile della quale è l’instaurazione di un regime autoritario … Quarta lezione. Non credere mai all’Occidente, in nessun caso, né nei particolari, né in generale. Quinta lezione. Alla Jugoslavia seguirà qualcos’altro. Non è esclusa la regione del Dnestr (in Moldavia), dove sono stanziate truppe russe e in genere vivono cittadini russi. O il Caucaso […]. Sesta lezione. L’Europa non esiste. Esiste un governatorato generale dell’Europa amministrato dalla NATO. Dunque che senso ha praticare la diplomazia nello spazio europeo? È irragionevole cercare accordi con i vassalli quando tutto viene deciso dal sovrano. Ne consegue la settima lezione. La scelta che la diplomazia americana lascia al suo partner è solo quella tra morire o essere a stelle e strisce (ma di seconda classe) […]. Trattative strategiche possono essere intavolate solo con coloro che non sono ancora diventati a stelle e strisce e non intendono farlo. Come la Cina, l’India, il mondo islamico […] (1).

E’ evidente invece come in questi anni la diplomazia russa abbia ondeggiato tra il suo desiderio di essere una grande potenza riconosciuta a livello mondiale e la paura di suscitare con le sue legittime ambizioni l’ostilità del mondo occidentale.

Quanti siedono nelle stanze riservate del Cremlino conoscono bene la dottrina geopolitica statunitense e sanno perfettamente che questa prevede la totale subordinazione degli interessi russi alla NATO perfino in quello che a Mosca chiamano il loro “estero vicino”.
La tattica russa è stata finora quella di provare a dividere i paesi europei, allettando i singoli Stati nazionali con opportunità economiche notevoli e nell’impossibilità di ottenere risultati definitivi con i burocrati della Commissione che ha sede a Bruxelles (dove si trova curiosamente anche il Quartier generale dell’Alleanza Atlantica).

La Russia ha creduto per troppo tempo che determinate avances occidentali fossero sincere, quando in realtà mascheravano soltanto il tentativo statunitense di giocare ed “unire” Russia ed Europa in funzione anticinese.

Troppo credito è stato concesso da Mosca ai falsi amici, che soprattutto nel Vecchio Continente la lusingavano nascondendo le loro reali intenzioni.

La sfida ucraina, facilmente prevedibile da almeno dieci anni (2), ha però colpito come un maglio e messo in crisi la tattica “morbida” (e la reazione speculare) adottata fino ad oggi dal Cremlino e dal suo capo Vladimir Putin nei confronti delle provocazioni euro-statunitensi.

Mentre invitavano il mondo e Mosca in particolare a concentrare la propria attenzione sui possibili attentati nel Caucaso da parte di ribelli ormai telecomandati (i cui capi trovano ospitalità solo a Londra e a Washington), i centri di potere atlantisti hanno scatenato una fortissima ed efficace controffensiva in Ucraina proprio durante le Olimpiadi di Sochi.

Il tecnicamente perfetto colpo di Stato realizzato a Kiev, frutto di un sistema di destabilizzazione dei paesi con esperienza ultradecennale, ha consentito così alla NATO di avanzare verso la Russia di alcune centinaia di chilometri e di vendicare parzialmente lo scacco subito dagli Stati Uniti d’America in Siria e in Egitto.

La risposta russa, pur colpevolmente tardiva per i motivi di cui sopra, si è rivelata di un’efficacia straordinaria sia dal punto di vista militare che mediatico, ribaltando completamente le logiche “spettacolari” e propagandistiche tipiche dei mezzi di informazione occidentali.

La Crimea si trova ormai saldamente nelle mani russe senza annunci e senza colpo ferire, mentre il processo di secessione da Kiev e di successiva adesione alla Federazione Russa procede spedito, anche perché la carta tartara difficilmente troverà un reale ascolto da parte di un Erdogan ormai assediato su troppi fronti.

Ora, tuttavia, si gioca la partita più difficile, perché la crisi ucraina è davvero lontana dall’essere risolta.
Sono almeno due gli obiettivi importanti finora raggiunti dai “giocatori” della Casa Bianca: intensificare l’intrusione della NATO in una zona strategicamente determinante per i disegni geopolitici del Cremlino e mettere a dura prova le relazioni economiche tra Russia ed Unione Europea.

Il bersaglio grosso al quale puntano però gli Stati Uniti è la frantumazione del progetto dell’Unione Eurasiatica intrapreso da Vladimir Putin, che senza l’adesione dell’Ucraina avrebbe scarse possibilità di evolvere dall’attuale limitata Unione Doganale raggiunta da alcuni paesi ex sovietici.

Mentre le singole nazioni europee come la Germania (in maniera un po’ ipocrita viste le responsabilità di Berlino nella crisi ucraina) tentano di ricucire l’importante “strappo”, i satelliti di Washington spingono per arrivare ad un conflitto che potrebbe estendersi presto ad entrambe le zone dell’Ucraina.

Anche nella parte orientale, che pure è a stragrande maggioranza filorussa, non solo i servizi segreti di Kiev stanno aumentando la tensione con arresti e minacce, ma le provocazioni degli agenti della NATO potrebbero presto superare il “livello di guardia” ricorrendo ad attentati e false flag.

Mosca deve assolutamente decidere con quali carte e con quali mezzi intende giocare questa partita decisiva, se cioè chinare il capo accettando un accordo simile a quello raggiunto precedentemente con Germania, Polonia e Francia ma poi tradito dall’impeto dei golpisti di Kiev (sostenuti da Washington), oppure accettare la sfida delle sanzioni ribaltando completamente la sua prospettiva ultradecennale di compromesso con Unione Europea e Stati Uniti.

Partendo dalla nuova posizione di forza raggiunta in Crimea, la Russia potrebbe così favorire anche la secessione della parte orientale dell’Ucraina e scatenare un effetto domino in Transnistria, Abkhazia, Ossezia del Sud, Bosnia (Republika Srpska) e Kosovo del Nord.
A quel punto sarebbero gli eurocrati di Bruxelles a trovarsi di fronte ad uno scenario di crisi continentale, proprio in concomitanza con le importantissime elezioni di maggio 2014 dove i movimenti identitari e secessionisti, magari sostenuti proprio da Mosca, potrebbero dare una spallata decisiva al fragile castello di carte europeo.

La “lezione ucraina” potrebbe allora rivelarsi una “vittoria di Pirro” per i giocatori atlantici e scatenare una dura reazione della Russia a favore di Siria, Iran, Venezuela, Cuba … e in supporto di una Cina sfidata recentemente dagli Stati Uniti in Thailandia e in Myanmar.
Approfondire in maniera determinante e a livello strategico strutture eurasiatiste come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e la Banca mondiale dei Brics, consentirebbe perciò di ribaltare la situazione d’impasse in cui Mosca si trova in questo momento.
Ma per fare questo occorrono una chiara consapevolezza geopolitica e la volontà del Cremlino di creare una rete di movimenti fidati che agiscano in profondità e a livello culturale-metapolitico non solo nella Federazione Russa ma anche nelle sue principali zone d’influenza.

Saprà il Presidente Vladimir Putin essere all’altezza di questa sfida, che rischia di essere determinante non solo per i destini della propria nazione ma per quelli dell’intera umanità?

Stefano Vernole è vicedirettore di “Eurasia”

Note

1) Vitalij Tret’jakov, “Il triangolo strategico della Russia”, in Limes, n. 2/1999, p. 168.
2) Stefano Vernole, “Ucraina tra Eurasia e Occidente”, http://www.eurasia-rivista.org/ucraina-tra-eurasia-e-occidente/943/

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