L’ipotesi di un futuro ingresso della Turchia nell’Unione Europea ha dato luogo a prese di posizione diverse. Chi è contrario all’integrazione dello Stato turco nell’Unione, si basa per lo più sulla convinzione che la Turchia sia un paese asiatico e quindi estraneo alla realtà europea: per motivi d’ordine geografico, etnico, linguistico, religioso e storico.

A noi pare che le cose stiano in termini un po’ diversi. E cercheremo di dire sinteticamente perché.

Per quanto riguarda la geografia, bisogna ricordare che nell’antichità la regione anatolica fu considerata parte integrante dell’Europa: Erodoto (IV, 45) fissava il confine orientale dell’Europa sul fiume Fasi, nei pressi degli odierni porti georgiani di Poti e Batumi; e ancora nel Medioevo, come apprendiamo da Dante (Par. VI, 5), “lo stremo d’Europa” veniva collocato in Anatolia. Oggi i geografi tendono a vedere nella penisola anatolica, dopo le penisole iberica, italiana e greca, la quarta penisola dell’Europa mediterranea.

Fondando le proprie argomentazioni sulla geografia e su criteri di tipo geopolitico (importanza degli Stretti e funzione dell’Anatolia in relazione al Vicino Oriente), Jean Thiriart ha sostenuto che “la Turchia è Europa” (“Jeune Europe”, 6 marzo 1964), e che “un’Europa senza la Turchia sarebbe puerile e suicida”, sicché “le campagne di stampa antiturche sono non solo di pessimo gusto, ma sono idiozie politiche. (…) L’Europa conterrà dei Turchi, dei Maltesi, dei Siciliani, degli Andalusi, dei Kazaki, dei Tartari di Crimea – se ne rimangono ancora – e degli Afgani” (Les 106 reponses à Mugarza, vol. I, p. 141). “Il Bosforo – dice ancora Thiriart – costituisce il centro di gravità di un Impero che in un senso va da Vladivostok alle Azzorre e nell’altro dall’Islanda al Pakistan” (Les 106 reponses, p. 37). Per un aggiornato approccio geopolitico alla questione turca, si veda: Carlo Terracciano, Turchia: ponte d’Eurasia, “Eurasia”, 1, 2004.

Dal punto di vista etnico, il popolo turco stanziato sulla penisola anatolica costituisce il risultato di una sintesi che ha avuto luogo tra popoli di diversa origine. Fin dall’antichità, l’Anatolia è stata abitata da popolazioni per lo più ariane: Ittiti, Frigi, Lidi, Lici, Panfili, Armeni, Celti ecc. Con l’arrivo dei Turchi Selgiuchidi e poi dei Turchi Ottomani, ebbe luogo una fusione dell’elemento autoctono con quello turanico, sicché oggi si ha in Turchia “un tipo medio, che va considerato più di fattezze europee che asiatiche” (Renato Biasutti, Le razze e i popoli della terra, Utet, Torino 1967, vol. II, p. 526). Un noto esperto di questioni etniche e linguistiche afferma che i Turchi dell’Anatolia “sono in maggioranza europidi purissimi, passati nel tempo all’uso di una lingua turca a opera dei loro conquistatori centro-asiatici” (Sergio Salvi, La mezzaluna con la stella rossa, Marietti, Genova 1993, p. 60).

La lingua ufficiale della Turchia, il turco ottomano (osmanli), come tutte le lingue turco-tatare appartiene al gruppo altaico. Si tratta perciò di una lingua non indoeuropea, così come non sono indoeuropee tante altre lingue parlate in Europa: le lingue turco-tatare della Russia, le lingue caucasiche, le lingue ugrofinniche (ungherese, finlandese, estone, careliano, lappone, mordvino, ceremisso, sirieno, votiaco ecc.) e il basco.

La religione professata dalla quasi totalità del popolo turco è l’Islam, una religione presente in Europa fin dall’VIII secolo d.C. La Turchia è musulmana così come lo sono state la Spagna, la Francia meridionale e la Sicilia; così come lo sono ancora oggi alcune regioni della Russia, del Caucaso e dei Balcani. Per quanto riguarda l’Unione Europea, sono quattordici milioni i musulmani che vivono attualmente sulla sua area. Sotto questo profilo, dunque, la Turchia non rappresenta nulla di eccezionale.

Le vicende storiche hanno fatto dei Turchi, dopo il loro insediamento in Anatolia e nella Tracia, un popolo europeo. L’Impero ottomano fu retto per secoli da una dinastia in cui il tasso di sangue turco diminuiva ad ogni generazione, poiché la validé (ossia la madre del Sultano) era o greca, o slava o circassa o anche italiana. In un certo senso, si potrebbe dunque dire che i Sultani ottomani erano “più europei” che non i re ungheresi discesi da Arpad, tutti quanti turanici per parte di padre e per parte di madre. Quanto alla classe dirigente ottomana, furono innumerevoli i visir, i funzionari politici e gli ufficiali dell’esercito appartenenti ai popoli balcanici. Gli stessi giannizzeri, ossia l’élite militare dell’Impero, non erano d’origine turca. Altri dati significativi per quanto concerne la trasmissione dell’eredità politica e culturale da Bisanzio alla Turchia ottomana si possono trovare nel nostro recente articolo Roma ottomana (“Eurasia”, 1, 2004).

Data la sua dimensione eurasiatica e mediterranea, l’Impero ottomano non poteva non entrare a far parte del novero di quelle potenze che dovevano garantire l’equilibrio europeo. Così la Turchia diventò una potenza europea: dall’epoca di Solimano il Magnifico, quando la monarchia francese instaurò un rapporto di alleanza con il “Gran Turco”, fino al trattato di Parigi del 1856, quando si stabilì espressamente che la Turchia era “un membro effettivo della famiglia delle nazioni europee”. Nell’ultima fase della sua storia, la Turchia era “il malato d’Europa”.

Più fondate appaiono le ragioni di coloro i quali respingono l’idea di un ingresso della Turchia per il timore che Ankara diventi, in seno all’Unione Europea, un cavallo di Troia, o meglio un cavallo di Washington.

A dire la verità, se condizione dell’adesione all’Unione Europea dovesse essere l’orientamento europeista dei governi europei, non sappiamo quali paesi meriterebbero di rimanervi. Alcuni, a partire dall’Italia, dovrebbero esserne immediatamente espulsi. Coerenza dunque vorrebbe, come minimo, che si invocasse la non ammissione nella Unione Europea di paesi che sono filoamericani quanto la Turchia, se non di più: Romania, Bulgaria e Albania.

In un ampio, approfondito e documentato studio della questione (Dall’Impero all’Eurasia, “Eurasia”, 1, 2004), Tiberio Graziani prospetta tre diversi scenari, che cerchiamo di ricapitolare qui di seguito.

Il primo scenario (“euroccidentale”) è quello dell’Unione Europea allargata alla Romania e alla Bulgaria, ma non alla Turchia. Da un punto di vista geopolitico, questa Europa dei ventisette non costituirebbe una unità completa, perché sarebbe priva del contrafforte sudorientale (la Turchia, per l’appunto) e avrebbe uno scarso peso militare nel Mediterraneo. L’Europa dei ventisette continuerebbe ad essere la testa di ponte per la conquista americana dell’Eurasia. La Turchia, tenuta fuori dall’Unione Europea e utilizzata dagli USA, rappresenterebbe un serio fattore di destabilizzazione per l’Europa, perché manterrebbe alta la tensione nei Balcani e ostacolerebbe l’integrazione di Croazia, Serbia, Macedonia, Bosnia Erzegovina e Albania. È questo le scenario che si realizzerebbe qualora prevalessero le prese di posizione dei vari “France-Israel”, Ratzinger, islamofobi e neolepantisti d’ogni sorta.

Il secondo scenario (“euroamericano”) considera che la Turchia entri nell’Unione Europea per rafforzare il partito atlantico, già largamente rappresentato da Gran Bretagna, Italia, Polonia e Ungheria, e per sabotare i conati franco-tedeschi di emancipazione. Questa strategia (che ha le sue basi nella teoria di Huntington) prevede che le posizioni turcofobe di alcuni paesi europei si rafforzino ulteriormente, in maniera tale che la turcofobia, addizionata alla più vasta campagna di diffamazione dell’Islam, scavi un fossato geopolitico tra l’Europa e i paesi musulmani del Mediterraneo. Questo secondo scenario ci presenta un’Europa che, comprendendo la Turchia, sarebbe geopoliticamente completa; tuttavia tale unità sarebbe vanificata dal ruolo occidentalista affidato alla Turchia. Anche in questo caso, l’Europa risulterebbe destabilizzata. È lo scenario auspicato da Berlusconi, Fini, Pannella, Bonino.

A questo secondo scenario si ricollega l’ipotesi che l’ingresso della Turchia possa anticipare e giustificare l’ingresso dell’entità sionista nell’Unione Europea, anche se bisogna tener conto di fatti rilevanti, quali i recenti dissapori diplomatici intervenuti tra Ankara e Gerusalemme, nonché del rifiuto della Turchia di partecipare all’aggressione dell’Iraq.

Il terzo scenario (“eurocentrico”) prevede lo spostamento del baricentro politico europeo sull’asse Parigi-Berlino e il simultaneo slittamento della Turchia dalla posizione filoatlantica a quella continentale. Così gli USA perderebbero un prezioso alleato e l’Europa acquisirebbe un elemento indispensabile. Dal fragile trilateralismo attuale (Londra, Parigi, Berlino), sottoposto al condizionamento angloamericano, si passerebbe all’asse Parigi-Berlino-Ankara. Con l’inserimento della Turchia, l’Unione Europea acquisirebbe, al di fuori della NATO, il controllo degli Stretti e l’opportunità di far valere le proprie esigenze circa le risorse energetiche. Nel contesto dell’Unione Europea, anche la questione curda e la questione di Cipro troverebbero una loro soluzione. È questo lo scenario paventato da Brzezinski e auspicato dagli eurasiatisti (cfr. intervista di Aleksandr Dugin al giornale turco “Zaman”).

Dal punto di vista europeo, questo terzo scenario è indubbiamente il più favorevole. Perché si realizzi, però, sono richieste almeno due condizioni. La prima consiste in un ulteriore rafforzamento dello schieramento politico che ha trionfato alle ultime elezioni turche e nel parallelo indebolimento dei centri di potere kemalisti. La seconda condizione consiste nell’attenuazione, se non nella scomparsa, dei sentimenti turcofobi e islamofobi diffusi in Europa e coltivati ad arte dai fautori dello “scontro di civiltà”.


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