La politica estera europea, da tempo tacciata di non essere in grado di esprimere posizioni comuni come converrebbe ad un soggetto non a caso denominato“Unione europea”, spinge a riflettere su uno dei vari fronti aperti che, in vista degli accadimenti attuali quali la guerra in Libia, torna prepotentemente alla ribalta: l’ingresso della Turchia nell’Ue. In realtà sarebbe più esatto dire che non è mai stato accantonato ma, lo schieramento degli attori internazionali nella vicenda libica, chiamando in causa inevitabilmente anche la Turchia, ha evidenziato come l’Europa sia praticamente spaccata a metà tra turco-scettici e ferventi sostenitori dell’adesione turca. Chiaramente i dissapori interni rendono problematica l’adozione di una posizione comune europea, con il rischio non solo di incrinare il già delicato rapporto dell’Unione con la stessa Turchia, ma anche di scalfire l’immagine di attore globale che l’Ue mira a rivestire.

La politica estera comunitaria stenta a decollare e, benché da tempo si parli di un’incapacità della Ue di esprimersi in maniera univoca e coerente, è evidente che – dopo il Trattato di Lisbona – il perpetuarsi di una simile lacuna rischi di incrinare seriamente la credibilità dell’Europa unita agli occhi della comunità globale. Tale trattato, a partire dalla sua entrata in vigore l’1 dicembre 2009, prevedeva, infatti, sostanziali cambiamenti in fatto di gestione delle relazioni internazionali, con un ruolo notevolmente potenziato grazie al raggruppamento degli strumenti comunitari nell’ambito della politica estera, sia per quanto riguarda l’approvazione che l’elaborazione di nuove politiche. La nuova figura di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza era destinata a conferire all’azione esterna dell’Ue maggiore impatto, e a difendere senza incertezze i suoi interessi e valori. La personalità giuridica unica conferita all’Unione, rafforzandone il potere negoziale, potenziava ulteriormente la sua azione in ambito internazionale, rendendola un partner più visibile per i paesi terzi e le organizzazioni internazionali.

Il banco di prova più ostico in questo ambito si sta sicuramente rivelando quello del processo di adesione della Turchia che, a distanza di anni dall’inizio delle negoziazioni (3 ottobre 2005), sembra procedere sempre più a rilento. Che il percorso della Turchia non sarebbe stato semplice né di breve durata era evidente fin dagli esordi, considerando le caratteristiche di un paese che inizialmente rispondeva a stento o affatto ai vari “criteri di Copenaghen”; tuttavia, alcuni importanti traguardi raggiunti nel tempo per quanto riguarda la stabilità delle istituzioni democratiche, il ruolo della legge (non ultimi quelli dell’abolizione della pena di morte e dell’importante riforma costituzionale turca del 2010) e l’attestazione – da parte dell’Europa – dell’importanza di questo futuro nuovo membro (si pensi al ruolo strategico della Turchia a livello regionale e nel settore energetico) [1], ai più sarebbero apparsi come validi segnali di una condivisione di intenti che stava procedendo nella giusta direzione. In realtà non è stato così. Che la Turchia possa essere interlocutore privilegiato dell’Europa unita è senza dubbio auspicabile; il problema è che – secondo quanto previsto dagli accordi iniziali – questa cooperazione si dovrebbe tradurre in una “full membership” mentre alcuni paesi europei, in primis la Francia e la Germania, e a seguire l’Austria, l’Olanda e la Danimarca, non facendo mistero del loro “turco-scettisimo”, continuano a ribadire energicamente la loro propensione per una “privileged partnership” che, pur essendo una rapporto bilaterale privilegiato, soprattutto dal punto di vista economico, non comporterebbe sostanziali stravolgimenti di equilibri quale un ventottesimo membro a tutti gli effetti.

Da cosa nascerebbe questo atteggiamento cauto e diffidente da parte di alcuni europei? L’impopolarità della candidatura del primo nemico della Turchia per eccellenza, la Francia, era palese fin dai tempi di Chirac che fece approvare una legge che stabiliva che l’adesione turca avrebbe dovuto essere sancita da un referendum popolare. Con l’attuale presidente Sarkozy, i toni sono diventati quanto mai diretti e forti: in occasione di eventi istituzionali, il leader francese non ha mai ammorbidito la sua posizione, ma ribadito in maniera netta la natura “non europea” della Turchia. Al di là delle alleanze militari e di possibili forme di partnerships, l’apertura – a suo modo di vedere – sarebbe possibile solo per Stati appartenenti al continente europeo, come la Svizzera, la Norvegia e i Paesi dei Balcani. Sempre a lui si deve l’espressione “Asia Minore” ad indicare la Turchia, ribadendone l’estraneità al contesto comunitario.

Sulla stessa scia il pensiero di Angela Merkel che, come il presidente francese, ritiene di interpretare le tendenze prevalenti nell’opinione pubblica europea che non nutre particolare entusiasmo per la prospettiva di accogliere questo nuovo membro. Non bisogna sottovalutare il fatto che in Germania vivano circa 2,5 milioni di persone con passaporto o di origini turche: proprio a tal proposito, le recenti dichiarazioni di Erdogan, in visita alla cancelliera tedesca, evidenziano come questi rapporti siano caratterizzati da ambivalenza e precarietà. Nel suo discorso alla popolazione turca residente in Germania, se da una parte ha invocato l’integrazione, invitando gli immigrati ad imparare il tedesco, accedere alla migliore istruzione per poter essere presenti all’interno della società che li ospita a tutti i livelli, allo stesso tempo ne ha sostenuto la “non assimilazione”, cioè la strenua conservazione della matrice turca. Da qui inevitabili polemiche, ma anche l’intenzione – da parte di Erdogan – puntando l’attenzione sul fatto che non si tratta comunque di un’immigrazione recente bensì di vecchia data, di attenuare la rigidità della posizione anti-turca della Germania circa l’ingesso comunitario. Anche se, secondo una dichiarazione di Schmidt, l’impopolarità emersa dall’opinione pubblica potrebbe essere il risultato anche della mancanza di un’informazione effettiva e completa, e cioè la popolazione tedesca non avvertirebbe il grande potenziale economico della Turchia, anche per le aziende tedesche, e questo perché i mezzi di informazione non ne parlano o ne parlano in maniera insufficiente. I motivi della contrarietà, pur seguendo filoni comuni, ovviamente risentono delle situazioni specifiche di ogni singolo paese e dell’impatto che l’immigrazione, ove presente, possa aver prodotto. E’ il caso ad esempio dell’Austria, in cui – a detta di molti – la Turchia è diventata il capro espiatorio per un’immigrazione e integrazione non riuscita.

I primi sostenitori di una Turchia “europea” sono invece gli Stati Uniti, il cui Presidente Obama, in più di un’occasione, ha rimarcato la positività della presenza turca comunitaria suscitando l’irritazione dei più scettici: «Noi riteniamo importante coltivare forti relazioni con Ankara. Ed è anche la ragione per cui, sebbene non siamo membri dell’Ue, abbiamo sempre espresso l’opinione che sarebbe saggio accettare la Turchia a pieno titolo nell’Unione. Se si sentono considerati non parte della famiglia europea, è naturale che i turchi finiscano per guardare altrove per alleanze e affiliazioni» [2].

All’interno dei confini europei, invece, a caldeggiare la presenza turca ci sono l’Italia, il Regno Unito, la Svezia, la Spagna e la Finlandia. Se di questa divergenza interna di opinioni non è mai stato fatto mistero, viene da chiedersi come allora si esprimano a tal proposito i rappresentanti istituzionali dell’Ue, cioè quanto trapeli dagli incontri e comunicazioni ufficiali di queste forze centripete, in quali termini venga espressa la posizione comune o pseudo comune e quali prospettive si prevedano per il futuro.  Il presidente permanente dell’Ue, Herman Van Rompuy, tra le sfide dell’Unione europea per il 2011 vede proprio la necessità di sviluppare una collaborazione più stretta con Ankara, senza attendere l’esito dei negoziati di adesione. Secondo il presidente dell’Ue, la Turchia rappresenta un vicino ”importante”. I negoziati di adesione, aperti nel 2005, sono difficili e complessi, ma c’è la possibilità di fare ulteriori progressi quest’anno. Per Van Rompuy «gli sforzi di riforma di Ankara, in parte per aderire agli standards europei, hanno portato a grandi risultati». «Allo stesso tempo – aggiunge il presidente Ue – la Turchia gioca un ruolo sempre più attivo con i suoi vicini, nella mediazione fra Siria ed Israele, oppure nel migliorare i suoi contatti con l’Armenia. La Turchia è anche membro della Nato e un membro a pieno titolo del G20».

Apparentemente sembrerebbe quindi che la bilancia continui a propendere per i benefici derivanti da questa new entry benché i contro, legati agli scossoni non di poco conto che l’Europa subirebbe non solo per il notevole l’incremento della popolazione (con tutte le variabili etniche e religiose connesse), ma anche per il ruolo cruciale che la Turchia assumerebbe in ogni decisione visti il numero di parlamentari (e quindi di voti) che avrebbe a disposizione, appaiano comunque leciti.

Ma ad un rappresentante dell’Ue che appare ottimista se ne affianca un altro i cui toni sono piuttosto preoccupati: il Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg. Annotazione d’obbligo: la Turchia ha detenuto la presidenza del Consiglio d’Europa per cinque mesi, ed il suo mandato finirà a maggio. Il bilancio, secondo il presidente dell’assemblea parlamentare del suo paese Mevlüt Çavuşoğlu, è assolutamente positivo. «Negli ultimi tempi, la Turchia è stata incoraggiata a contribuire più attivamente alla diffusione dei valori europei e al lavoro delle istituzioni. La presidenza del Consiglio d’Europa non è che un esempio di questo contributo». Tuttavia, l’altra faccia della medaglia, è che la Turchia è lontana dall’incarnare il profilo dell’allievo modello. Detiene anzi il primato di condanne da parte della Corte europea dei diritti umani, davanti a Russia, Romania, Ucraina e Polonia e, dalle parole di Hammarberg, a tal proposito, trapela un vacillare tra l’ottimismo e l’incertezza che si possano sanare queste contraddizioni dato che la «Turchia non si è conformata ad alcune decisioni della Corte, il governo non le ha fatte rispettare, ma tuttavia c‘è ampio spazio per miglioramenti».

In questo prospetto di visioni e punti di vista, non ci si può esimere dal considerare come l’oggetto di tanto clamore, la Turchia, guardi all’Ue.

E’ evidente che il passare degli anni, le aspettative iniziali, le battute d’arresto abbiano spinto i rappresentanti politici turchi a rivedere il percorso per capire perché, dopo gli entusiasmi iniziali, la comunicazione avesse assunto toni ambigui in cui gli strascichi della volontà di un obiettivo comune mal si combinavano con le titubanze europee connesse all’avere imboccato una via dalla quale non si poteva tornare indietro e, così, si finiva per percorrerla ad intermittenza e con più lentezza.

Il presidente turco Abdullah Gul in occasione della sua partecipazione all’Assemblea generale del Consiglio d’Europa, ha analizzato i motivi per cui il processo di adesione all’Ue della Turchia è cosi lento. Secondo Gul «Da un punto di vista tecnico il processo di adesione sta andando bene, ma l’introduzione di considerazioni politiche, che non dovrebbero essere parte del processo, ha l’effetto di rallentare i negoziati», definendo tali considerazioni politiche «ostacoli artificiali». Il presidente, sottolinea di non di voler essere frainteso. «Ovviamente non mi sto riferendo ai criteri di Copenhagen», quelli che deve rispettare ogni Paese che vuole aderire all’Ue. «Penso invece, per esempio, alla questione di Cipro». Gul, comunque, afferma che la Turchia continuerà a lavorare per l’adesione, considerandola un «obiettivo strategico»: «Non dimenticheremo mai nè faremo mai dimenticare ad altri le decisioni prese all’unanimità nel 2005», assicura il presidente turco, sottolineando come è sulla base degli accordi presi allora che il Paese «continuerà a guardare alla sua relazione con l’Ue».

Gul non crede che sul processo di adesione possa pesare il fatto che il suo Paese sia a maggioranza musulmana. «Non voglio pensare a questa possibilità. Non voglio pensare che questo possa essere un motivo o una preoccupazione – afferma – perché sarebbe una enorme perdita di reputazione per l’Ue e mostrerebbe che tutte le cose di cui parliamo quando parliamo dell’Ue sono, in effetti, una bugia». Non destano grande preoccupazione neanche gli altalenanti sentimenti dei cittadini turchi verso l’Ue. I cambiamenti nell’opinione pubblica turca – secondo Gul – sono dovuti principalmente «alle dichiarazioni negative sulla Turchia fatte a volte da alcuni leader europei»: ma, nonostante ciò, il presidente assicura come oltre il 50% della popolazione turca sia ancora favorevole a un’entrata della Turchia nella Ue.

Il capo negoziatore turco Egemen Bagis, in riferimento ai rapporti che la Turchia e la Commissione europea si scambiano per valutare i progressi in atto, sostiene che effettivamente da parte europea venga riconosciuta l’indubbia volontà turca di concretizzare sempre maggiori riforme costituzionali, della cooperazione tra le istituzioni, dei migliorati rapporti con le minoranze religiose, della determinazione a perseguire le riforme volute dall’Unione. Di certo i segnali di natura contraria che emergono porterebbero dall’esterno a conferire una minore veridicità agli elogi europei per la performance turca. Tuttavia Bagis crede che il raggiungimento dell’obiettivo sia solo questione di tempo e che lo stallo di alcune situazioni sia essenzialmente di tipo politico, legato al pregiudizio. Addirittura il valore di una presenza turca nell’Ue travalicherebbe i confini europei, in quanto oltre a fungere da principale fattore di pace nella sua regione, diventerebbe requisito per la pace mondiale. La prospettiva quindi di benefici reciproci, a detta del politico turco, indurrebbe a dar valore piuttosto ai segnali di apertura che alle contraddizioni ed accenni di retrofront che spesso farebbero pensare ad un cambiamento di rotta.

Vista da quest’ottica, quindi, una Turchia che genera stabilità e, come sostiene Chris Patten, che potrebbe essere la soluzione di tutti i problemi dell’Ue, nel senso che la sua economia dinamica potrebbe produrre un arricchimento per la politica europea, in aggiunta al suo ergersi come modello per altre società islamiche che cercano di fare i conti con la democrazia, le libertà civili, lo Stato di diritto, un’economia aperta, il pluralismo e la religione, fungendo da ponte tra Europa e Asia Occidentale [3], viene da sé che indurrebbe a dare una vigorosa sterzata allo stallo vigente.

Concludendo, al di là di congetture, propositi, speranze, è evidente che la questione Turchia – Ue, e i contraccolpi di questa mancata unità comunitaria, ovviamente finiscono per penalizzare la condotta complessiva. I dati presenti su un dossier pubblicato recentemente dal Consiglio Europeo per le relazioni esterne, evidenziano come non solo la peggiore perfomance comunitaria sarebbe stata quella del 2010 ma, soprattutto, in quello che veniva considerato “l’anno della politica estera”, le peggiori pecche si riscontrerebbero proprio in questo settore e, nello specifico, nella negativa gestione europea del rapporto Turchia – Cipro e del percorso di adesione appunto della Turchia stessa [4]. A ciò si aggiunga che anche le più recenti vicende internazionali, quali la guerra in Libia, oltre a confermare la frammentarietà vigente in Europa in termini di politica estera, diventano terreno fertile per riproporre polemiche e orientamenti individuali che, in realtà, dovrebbero esulare dalle vicende in atto: ecco allora che la guerra in Medio-Oriente, che ha chiamato in causa la Turchia ed il suo rapporto con la Libia, è stata occasione da parte del Primo ministro turco per recriminare alla Francia un atteggiamento ostruzionista che trovava nuovamente conferma in quel contesto – oltre che nella questione della membership europea – e, per Sarkozy, l’opportunità per ribadire nuovamente la sua “distanza” dalla Turchia come vicino di casa europeo.

Il fatto che fino ad ora solo 13 dei complessivi 35 capitoli (che riguardano la libera circolazione dei beni, il diritto di stabilimento e fornitura di servizi, i servizi finanziari, agricoltura e sviluppo rurale, pesca, trasporti, unione doganale e relazioni esterne) sul processo di adesione della Turchia siano stati aperti, altri siano rimasti sospesi dal 2006, altri siano ancora da prendere in considerazione [5], attesta che – il tardivo adeguamento agli obiettivi prestabiliti da una parte e l’evidente e radicato turco-scetticismo vigente nell’Ue dall’altra – hanno contribuito indiscutibilmente a creare una situazione d’empasse tale, da ipotizzare uno slittamento della fine delle negoziazioni ben oltre i dieci anni inizialmente previsti.

Sembrano lontani i tempi in cui, come nel 2002, dopo la vittoria del partito islamista moderato AKP e la campagna di riforme turca pro-Ue, i rapporti tra l’Europa e la Turchia erano caratterizzati da un clima di crescente fiducia: la condotta altalenante comunitaria, dettata dalle divergenti prospettive sull’inquadramento turco, ha alimentato la percezione di un’ambiguità europea che non sembra aiutare nessuno. A ciò si aggiunga che, un percorso intrapreso per il raggiungimento dell’acquis comunitario destinato a non tradursi in futuro nell’agognata membership, si rivelerebbe – a detta del Primo Ministro Erdogan – un esempio di non rispetto di un patto contratto e, ovviamente, getterebbe sull’Europa un alone negativo in vista dell’allargamento ad altri nuovi membri.

*Cristiana Tosti – Laureata in Storia delle Istituzioni politiche (Università di Bari) – Dottore di ricerca in “Storia dell’Europa contemporanea” (Università di Bari).

NOTE

[1] “Accession of Turkey: commitment needed from both parties”, eu2001.hu, 8 marzo 2011, http://www.eu2011.hu/news/accession-turkey-commitment-needed-both-parties;

[2] Paolo Valentino, “Obama: Turchia a pieno titolo in Europa”, “Corriere della Sera”, 8 luglio 2010;

[3] Chris Patten, “Il futuro dell’Europa passa da Istanbul, “La Stampa”, 5 aprile 2011, p.33;

[4] “EU has failed in relations with Turkey, think tank’s scorecard says”, “Daily News &Economic Review”, 31 marzo 2011, http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=eu-has-failed-in-relations-with-turkey-survey-said-2011-03-31;

[5] “Cyprus, Turkey and the European Union:  a Mediterranean maelstrom”, “The Economist”, 10 dicembre 2009, http://www.economist.com/node/15065921/comments.

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