«La posizione geografica dell’Afghanistan e la particolare natura del suo popolo conferiscono al paese una rilevanza politica che, nell’ambito degli affari dell’Asia centrale, non sarà mai troppo sottolineata»(1). Così Friedrich Engels scriveva nel 1857 all’interno di un breve saggio dedicato al Paese asiatico. Oggi la Repubblica Islamica dell’Afghanistan è uno Stato dell’Asia centromeridionale, esteso lungo un territorio pari a 652.864 km². La sua popolazione stimata è di circa 29.118.000 abitanti ed è suddivisa tra le etnie che tradizionalmente ne hanno abitato i territori: il gruppo etnico di maggioranza relativa è quello dei pashtun (42%), una popolazione di origine indo-iranica e di lingua pashtu, molto numerosa nella regione, che tutt’oggi rivendica l’unità etnica nel tentativo di ricostruire il vecchio territorio del cosiddetto Pashtunistan, compreso tra l’Afghanistan e il Pakistan meridionale, e da tempo frammentato in base ai criteri di spartizione territoriale stabiliti dalla Linea Durand; segue poi la comunità tagika (27%), prevalentemente stanziata nella parte nordorientale del Paese, tuttavia maggioritaria anche nella capitale Kabul, che ha origini iraniche e parla il dari, una delle varianti orientali del farsi; vi sono poi gli hazara (9%) e gli aimak (4%), che vanno a completare il quadro dei gruppi etnici di origine persiana; chiudono uzbeki (9%) e turkmeni (3%), minoranze ancora molto legate alle rispettive terre di derivazione e alle loro origini altaiche.

Quando Engels completava il suo manoscritto e ne consegnava il resoconto alle stampe dell’opera The New American Cyclopedia, il regno afghano esisteva ormai da trentaquattro anni, cioè da quando, nel 1823, Dost Mohammed Khan aveva raccolto le redini del territorio centrosettentrionale dell’Impero Durrani, ormai decaduto, dando vita al primo Emirato dell’Afghanistan. L’imperialismo britannico, contemporaneamente attivo in India e in Persia, cercava così con tutte le forze di rovesciare questo Emirato, per ricomprenderlo all’interno della propria sfera d’influenza. Alle vecchie lotte interne all’Asia meridionale tra la Persia, l’Afghanistan e ciò che restava dell’Impero Mogul si sovrappose la vastissima opera di penetrazione intrapresa da Londra in Oriente, dando il via ad una delle più complesse trame geopolitiche della storia moderna. Secondo Karl Marx, per comprendere i meccanismi di quello scontro era dunque necessario affrontare una retrospettiva storica, a partire dalle origini della rivalità tra gli Afghani e i Persiani. In un suo articolo del 1857, egli scrisse: «Questo antagonismo politico tra gli Afghani e i Persiani, fondato su differenze razziali, consolidato da reminiscenze storiche, tenuto in vita da dispute di frontiera e rivendicazioni politiche, è anche, per così dire, suggellato dall’antagonismo religioso, essendo gli Afghani islamici sunniti, ovvero di fede ortodossa, mentre la Persia costituisce la roccaforte di quella che viene considerata l’eresia sciita»(2). Per Engels, invece, la divisione confessionale non rappresentava un ostacolo così insormontabile, visto che tra gli stessi Afghani «le alleanze tra sciiti e sunniti non sono affatto infrequenti»(3). A dirla tutta, anche le differenze razziali richiamate da Marx in realtà non sussistevano, dal momento che i principali gruppi etnici dell’Afghanistan avevano e hanno origini indoiraniche esattamente come i Persiani. In ogni caso, secondo l’autore del Capitale, il punto di contatto registrabile tra le due popolazioni sarebbe stato raggiunto nel quadro di una comune ostilità verso l’espansionismo zarista, che aveva invaso la Persia prima sotto Pietro il Grande, poi sotto Alessandro I, privando l’imperio dello Shah di dodici province caucasiche a seguito del trattato di Ghulistan (1813) e, più tardi ancora, sotto Nicola I privando la Persia di ulteriori territori distrettuali e del diritto di navigazione sul Mar Caspio a seguito del trattato di Turkmenchaj (1827).

Il territorio afghano aveva fatto parte dell’Impero Persiano durante il regno di Nādir Shāh Afshār, un periodo in cui, secondo Engels, «l’Afghanistan raggiunse l’apice della grandezza e della prosperità in tempi moderni»(3). Entrambi i popoli avrebbero dunque potuto inquadrare nella Russia un nemico religioso e, secondo Marx, addirittura un gigante pronto ad inghiottire l’Asia. Tutto ciò avrebbe in un primo momento senz’altro portato i regnanti locali a considerare l’Impero Britannico come un alleato. Ma il Grande Gioco non lasciava troppo spazio a strategie di lungo termine, poiché ogni tattica seguiva criteri di opportunismo e un’alleanza poteva facilmente ed in brevissimo tempo trasformarsi in una rivalità. All’epoca dei loro scritti sull’Asia, quasi tutti pubblicati tra il 1850 e il 1860, Marx ed Engels potevano soltanto prendere in esame la prima delle tre guerre anglo-afghane, ma tanto bastò per annotare il tentativo di manipolazione operato da Londra su quei territori attraverso la figura di Sujah Shah, un vecchio regnante della dinastia Durrani caldeggiato dalla reggenza anglo-indiana ed imposto da Londra come fantoccio a Kabul. Nel suo resoconto, Friedrich Engels scrisse: «La conquista dell’Afghanistan sembrava compiuta, e così gran parte delle truppe fu rispedita indietro. Ma gli afghani non erano affatto contenti di essere governati dai Ferìnghee Kaffirs (infedeli europei) e nel corso di tutto il 1840 e del 1841 le insurrezioni si susseguirono in ogni parte del Paese. Le truppe anglo-indiane erano sempre all’erta. Tuttavia, Macnaghten dichiarò che per la società afghana si trattava di una situazione normale e inviò dispacci affermando che tutto procedeva bene e che il potere di Sujah Shah si stava consolidando. Fu vano ogni ammonimento dei militari e dei rappresentanti politici. Dost Muhammad, che si era arreso ai britannici nell’ottobre del 1840, fu tradotto in India; tutte le insurrezione dell’estate del 1841 furono represse con successo e verso il mese di ottobre Macnaghten, nominato governatore di Bombay, si preparò a partire per l’India con un altro contingente militare. Fu allora che scoppiò la tempesta. L’occupazione dell’Afghanistan costava alle casse indiane 1.250.000 sterline all’anno: si dovevano pagare 16.000 soldati, tra anglo-indiani e truppe di Sujah Shah, di stanza nel paese; poi c’erano altri 3.000 uomini nel Sind e al passo di Bolan; gli sfarzi regali di Sujah Shah, i salari dei suoi funzionari e tutte le spese della corte e del governo, erano coperti dal denaro indiano e, inoltre, da questa stessa fonte si sovvenzionavano, o meglio si corrompevano i capi afghani affinché si tenessero fuori dalla mischia. Essendo stato informato dell’impossibilità di proseguire su questi livelli di spesa, Macnaghten tentò di arginare le uscite, ma l’unico modo praticabile sarebbe stato quello di tagliare gli appannaggi dei capi locali. Il giorno stesso in cui il tentativo fu messo in atto i capi ordirono una congiura diretta allo sterminio dei britannici e, di conseguenza, fu proprio Macnaghten a causare la concentrazione delle forze insurrezionali che fino ad allora avevano lottato isolatamente, senza unità né accordo, contro gli invasori; tuttavia, è anche certo che, a quel punto, tra gli afghani l’odio per la dominazione britannica aveva raggiunto il suo apice»(4).

Così le truppe afghane, guidate dal figlio di Dost Mohammad Khan, Akhbar Khan, sconfissero nettamente l’esercito anglo-indiano di William Elphinstone, sir William Macnaghten cadde vittima della resistenza e, in generale, le truppe britanniche stanziate lungo l’impervia strada che da Kabul porta a Jalalabad furono completamente decimate. La resistenza del popolo pashtun contro le truppe di Sua Maestà rappresenta ancora oggi una delle sconfitte più umilianti per la Gran Bretagna, che si rifarà soltanto in parte al termine della seconda guerra anglo-afghana (1878-1880), ottenendo un protettorato sugli affari esteri dell’Emirato sebbene non l’accorpamento del suo territorio nel Raj coloniale indiano. Engels sottolineava a ragion veduta che gli Afghani «sono coraggiosi, intrepidi e indipendenti» e che «per loro la guerra è un’impresa eccitante e una distrazione dalla monotonia delle abituali attività»: insomma, un popolo al quale «soltanto un odio irriducibile per l’autorità e l’amore per l’indipendenza individuale impediscono […] di diventare una nazione potente»(5), ma era sicuramente stato ben più profetico nell’osservare che «questa stessa irregolarità e incertezza nell’azione li rende dei pericolosi vicini, capaci di essere sballottati dai venti più mutevoli o istigati da politici intriganti che eccitano astutamente le loro passioni»(6). La terza guerra anglo-afghana ebbe luogo tra il maggio e l’agosto del 1919 e, con l’ascesa al trono di Amānullāh Khān, sancì la liberazione dell’Afghanistan dal protettorato britannico, impostando le direttrici politiche ed economiche del nuovo regno sulla base del modello nazionalista e modernizzatore di Kemal Atatürk, dal quale pare giunsero sostegno e aiuti. In assenza delle riflessioni dei due padri putativi del comunismo, fu Vladimir Lenin a documentare ed interpretare questa nuova situazione sul piano politico. Se ne occupò indirettamente ma in modo chiaro ed esplicito, quando sostenne che «la lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci», all’interno di uno dei suoi più celebri saggi, dedicato ai concetti di autodecisione nazionale e sovranità(7) e ripreso nel 1924 da Stalin ne I Principi del Leninismo, dove il capo sovietico rimarcò i criteri per stabilire il grado di efficacia dei movimenti di liberazione nazionale, riferendosi anche agli «altri paesi coloniali e dipendenti, più grandi, come l’India e la Cina, ogni passo dei quali sulla via della loro liberazione, anche se contravviene alle esigenze della democrazia formale, è un colpo di maglio assestato all’imperialismo, ed è perciò incontestabilmente un passo rivoluzionario»(8).

In tutto ciò, era senz’altro evidente l’interesse del neonato Stato bolscevico in Russia ad eliminare tutto ciò che restava della fase coloniale britannica intorno ai suoi confini, in un meccanismo geopolitico che, sebbene su termini diversi, riproponeva lo scontro tra Mosca e Londra a distanza di quasi vent’anni dalla conclusione dell’accordo anglo-russo, raggiunto dai due imperi per chiudere le dispute in Asia e per fortificare la Triplice Intesa in funzione antitedesca. Per quanto riguardava l’Afghanistan, in base a quell’accordo tra la Russia zarista e la Gran Bretagna, veniva confermato il protettorato inglese. La Russia, in sostanza, aveva accettato di considerare l’Afghanistan estraneo alla sua sfera d’influenza e aveva così garantito che, a differenza di quanto avvenuto in passato, avrebbe evitato ogni intromissione unilaterale nel Paese, in cambio di agevolazioni commerciali attraverso la mediazione di Londra. Così come per la tattica adottata nella Rivoluzione d’Ottobre, dove decisivo fu l’aiuto fornito a Lenin dall’Impero Tedesco, anche in questo caso la politica estera zarista fu praticamente ribaltata dalla prassi bolscevica. Per la Russia Sovietica, la questione relativa all’indipendenza e all’emancipazione dell’Afghanistan era tutt’altro che chiusa e tornava di stringente attualità in un leit-motiv che avrebbe segnato in modo inevitabile la storia di un nuovo “Grande Gioco”, quello della Guerra Fredda. Quando nel dicembre del 1979 l’Armata Rossa entrò nel Paese su richiesta del governo socialista afghano, alla presenza dei servizi segreti di Londra si era ormai aggiunta quella della CIA che, attraverso rifornimenti e sostegno logistico, supportava l’estremismo e il terrorismo interni allo scopo di detronizzare il presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, Nur Muhammad Taraki, ed imporre un nuovo “Sujah Shah” come proprio fantoccio. Dopo l’ascesa al potere dei Talebani nel 1996, la brutale esecuzione dell’ex presidente Najibullah, ormai già deposto, e l’ulteriore spaccatura interna tra i nuovi estremisti religiosi e la cosiddetta Alleanza del Nord, l’Afghanistan è ripiombato prepotentemente al centro della scena internazionale con l’attentato dell’Undici Settembre, al quale è seguito un intervento militare guidato dagli Stati Uniti che perdura ancora oggi nel quadro della cosiddetta Guerra al Terrore, avviata da George W. Bush e Donald Rumsfeld. L’evidente fallimento della missione militare nordatlantica, nata con lo scopo di distruggere le centrali del terrorismo internazionale e di arginare il narcotraffico, ripropone da vicino tutte le enormi difficoltà gestionali di questo territorio e l’instabilità politica interna. Ironia della sorte, è stato proprio un ex mujāhid della resistenza antisovietica degli anni Ottanta, Karim Khalili, oggi vicario di Amid Karzai, a chiedere aiuto a Mosca e Pechino durante l’ultimo vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. La realtà non sembra così distante da quanto scriveva Engels centocinquanta anni fa: “pericolosi vicini, sballottati dai venti più mutevoli”.

 

 

 

Note
 

1. F. Engels, Afghanistan, The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858.

2. K. Marx, The War Against Persia, “New-York Daily Tribune”, No. 4937, 14 febbraio 1857; si veda anche K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni (a cura di B. Maffi), Il Saggiatore, Milano, (©1960) 2008, pp. 161-167.

3. F. Engels, Afghanistan, The New American Cyclopedia, vol. III, 1858.

4. Ibidem.

5. Ibidem.

6. Ibidem.

7. V. Lenin, Bilancio della discussione sull’autodecisione, Vol. XlX, pp. 257-258.

8. J. Stalin, Principi del Leninismo, 1924.

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