Da almeno un decennio ormai, e cioè dall’aggressione alla Libia e dall’eliminazione di Gheddafi, l’Italia è stata espulsa dal proprio mare. Parigi non è riuscita a sostituirsi a Roma: la sponda sud del Mediterraneo è contesa tra un asse saudita-emiratino-egiziano e uno turco-qatariota, con importanti inserimenti – dalla Libia alla Siria – più del Cremlino che dell’Eliseo.

Piegata dalla crisi dei propri conti pubblici e piagata dall’epidemia di COVID19, l’Italia si è ritirata sul teatro strategico mitteleuropeo, nel quale concentra le proprie speranze di clemenza finanziaria e contabile dall’UE. Il fatto che si tratti di una scelta obbligata non la rende una scelta sicura: era l’Europa tutta a trovarsi assediata nella guerra commerciale indetta da Donald Trump ed è tutta quanta l’UE a vedere in crisi un modello economico orientato alle esportazioni.

Dopo le guerre commerciali, è infatti l’attuale pandemia a rallentare la domanda americana e cinese di automobili e beni industriali tedeschi (che inglobano componentistica italiana) e di beni di lusso italiani. La pandemia di Coronavirus non ha fatto altro che mettere in ginocchio tutte le economie vocate all’esportazione[1], consentendo alle economie importatrici di beni ed esportatrici di servizi (a partire da quella americana, la quale controlla l’infrastruttura economica e finanziaria del mondo) di impugnare il coltello dalla parte del manico[2].

Un altro danno alla manifattura italo-tedesca è dovuto al fatto che sono messi a rischio gli approvvigionamenti a più basso costo provenienti dalla Cina, la prima ad essere colpita. Non va meglio per le economie esportatrici di materie prime e di idrocarburi, contro le quali agiscono concentricamente il crollo della domanda industriale mondiale e dei prezzi del petrolio[3], oltre ovviamente ai già citati effetti pandemici – uniti, come nel caso iraniano e venezuelano, alla martellante guerra economica statunitense.

Chi è padrone del proprio destino? Non solo chi gestisce la domanda mondiale, ossia le grandi “economie di deficit commerciale” statunitense ed inglese, ma anche chi controlla, militarmente e tecnicamente, le vie d’acqua e le “vie di corrente elettrica” attraverso le quali transitano merci e flussi finanziari; quindi, sempre i due grandi paesi anglosassoni (avvicinatisi ancor più tra loro dopo la Brexit).

Dietro di loro si erge, ferita ma non fermata, una Cina che ha comunque sofferto per le proprie importanti debolezze: è un paese che non può vedere interrotto il proprio flusso di materie prime in entrata e soprattutto di prodotti finiti in uscita, mentre bolle di debito dentro e fuori la Repubblica Popolare possono metterne a rischio gli investimenti infrastrutturali[4]. Sotto tutti i punti di vista, possiamo affermare che, a mesi dall’inizio della crisi del COVID19, la pandemia non ha cambiato giochi strategici già in corso, ma li ha accelerati.

Pensiamo alla regionalizzazione del mondo che stava seguendo alla globalizzazione, marcando il riflusso di quest’ultima; sia che le catene del valore vengano riallocate in prossimità dei mercati finali di USA e UE, sia che vengano spostate verso paesi asiatici con manodopera più a buon mercato di quella cinese, sia che rimangano in Cina per servire il mercato della Repubblica Popolare (tutti processi già in corso da anni), nei prossimi anni potremo solo assistere ad uno scontro continuo tra USA e Cina e ad un inasprirsi delle tensioni economiche e politiche tra i due colossi, o quanto meno ad una loro persistenza.

È da temere che l’Europa continentale e la Federazione Russa restino sempre più marginali negli equilibri mondiali. Tale eventualità era stata puntualmente prevista dai migliori osservatori in occasione della frattura euro-russa provocata dalla crisi ucraina del 2013. Ma altri gravi sintomi si erano già manifestati: con la disastrosa gestione della crisi dell’Euro del 2011 e, prima ancora, con la divisione dell’Europa davanti all’aggressione statunitense all’Iraq.

La pandemia da COVID19 è dunque, per il mondo globalizzato, non l’inizio, ma l’accelerazione della fine. Per il nuovo mondo bipolare USA-Cina è invece “la fine dell’inizio”.


NOTE

[1] Inclusa quella tedesca: si veda ad esempio Fabrizio Bensch, Deutsche Industrie stellt Merkel Corona-Ultimatum, www.bild.de, 2 Maggio 2020.

[2] Massimo Ortolani, Intelligence economica e conflitto geoeconomico. L’interesse nazionale in un contesto di conflitti ibridi tra potenze globali. Infowarfare, guerre commerciali e finanziarie, sanzioni, GoWare, 2020.

[3] Amedeo Maddaluno, Crollo del petrolio al tempo del Covid19, www.eurasia-rivista-com, 9 Marzo 2020.

[4] Massimo Ortolani, op. cit.

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Laureato nel 2011 in Economia all'Università Bocconi di Milano con una tesi di storia della Finanza, collabora con diverse riviste di strategia e politica internazionale su temi di economia, storia contemporanea e geopolitica, con particolare interesse per il Vicino Oriente e l'area ex-sovietica.