Difficile non rilevare l’elevato valore simbolico della città scelta per la firma del “Trattato sull’integrazione e cooperazione” che, lo scorso 22 gennaio, ha rinnovato il partenariato tra i due Paesi fondamentalmente egemoni nel contesto dell’Unione Europea: Germania e Francia. La città di Aquisgrana, Aachen per i Tedeschi e Aix-la-Chapelle per i Francesi, fu capitale del Sacro Romano Impero; è il luogo in cui vennero siglati alcuni dei trattati più significativi della storia europea. Il primo “Trattato di Aquisgrana”, quello della Pax Nicephori (dal nome dell’imperatore romano d’Oriente Niceforo I, che ne aveva avviato le trattative ma non riuscì a vederne l’esito, avendo trovato la morte nella guerra con i Bulgari) portò nell’812 d.C. al formale riconoscimento, da parte dell’Impero d’Oriente, del titolo imperiale che dodici anni prima il Papa aveva concesso a Carlo Magno (le cui spoglie riposano proprio ad Aquisgrana).

Così, se fu proprio ad Aquisgrana che venne riconosciuta la sovranità della dinastia carolingia sull’Impero d’Occidente, oggi è un altro trattato siglato nella medesima città a sancire l’avvio più o meno esplicito di un disegno che si potrebbe definire come “neocarolingio” e che vede in prospettiva l’Europa unita come una possibile potenza regionale sotto la tutela di Berlino e Parigi, unite dalla volontà di inserirsi come protagoniste nel venturo contesto multipolare.

Le rivendicazioni di autonomia franco-tedesche nel contesto comunitario e occidentale

L’accordo siglato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Emmanuel Macron è qualcosa di più di un semplice trattato di cooperazione e di amicizia, benché si inserisca nel solco di una tradizione inaugurata nel 1950 col progetto costitutivo della CECA (Comunità economica del carbone e dell’acciaio), ripresa nel 1963 da Charles De Gaulle e Konrad Adenauer col Trattato dell’Eliseo (anche quello fu firmato il 22 di gennaio) e proseguita tra alterne vicende nei rapporti di forza interni all’Europa comunitaria. Qui l’asse franco-tedesco ha sempre svolto un ruolo di bilanciamento rispetto a quello anglo-atlantico, al quale devono essere probabilmente ricondotte le basi dell’attuale progetto europeo, nato in funzione antisovietica come la versione “in abiti civili” dell’Alleanza Atlantica.

Ciò dovrebbe essere un dato assodato in seguito alla declassificazione, avvenuta nel 2000, dei documenti della CIA individuati da un ricercatore della Georgetown University di Washington, Josh Paul. Il loro contenuto (che dimostra come l’intervento angloamericano abbia avuto luogo già alla fine del secondo conflitto mondiale, ad esempio col finanziamento dell’ACUE – American Committee for a United Europe, costituito nel 1948) fu pubblicato, all’epoca, dal quotidiano britannico Telegraph[1].

Se in virtù di questa specificità la fazione anglo-atlantica ha sempre goduto di un livello gerarchico superiore, potendo indirizzare le linee geopolitiche dell’Unione, è sempre più evidente che le rivendicazioni di autonomia del binomio franco-tedesco stanno acquistando una forma organica, specialmente dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Tuttavia sarebbe probabilmente riduttivo, da un punto di vista analitico, correlare questo processo esclusivamente alle vicende degli ultimi due anni ed alla sostanziale ostilità dell’amministrazione Trump nei confronti dell’indirizzo globalista liberale, che aveva invece accomunato le precedenti amministrazioni Obama ed i vertici europei.

É infatti dal crollo del blocco sovietico che, pur nel perimetro di uno scarso margine negoziale, Germania e Francia tentano, anche se finora in maniera spesso infruttuosa, di far sentire una voce differente rispetto alle direttive di Washington. Basti ricordare l’opposizione che i due Paesi, proprio in occasione del quarantennale del trattato dell’Eliseo, espressero (per voce di Jacques Chirac e Gerhard Schröder) nei confronti dell’operazione Iraqi Freedom[2], i cui drammatici strascichi proseguono a ormai sedici anni di distanza. E non bisogna dimenticare che quel conflitto, presentato dagli USA come una seconda tappa della “guerra al terrore” proclamata da George W. Bush dopo l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, ebbe luogo quando il presidente iracheno decise di scambiare il petrolio nazionale in euri anziché in dollari. Quella scelta, fatta all’inizio dell’anno 2003, iniziava a mostrare risvolti positivi in termini di tassi d’interesse per il conto aperto dal governo iracheno presso la banca francese BNP Paribas[3].

Ma alle rivendicazioni di autonomia franco-tedesche deve essere ricondotto anche il progetto del gasdotto off-shore North Stream, che, inaugurato l’8 novembre del 2011, è in grado di trasferire l’oro blu russo dal terminale di Vyborg a Greifswald, in Germania. Un gasdotto che oggi Germania e Federazione Russa si apprestano ad ampliare con il progetto North Stream 2, al quale partecipano, oltre al gigante russo Gazprom, anche società tedesche e francesi. Un progetto visto con estrema ostilità dagli Stati Uniti e da altri inquilini del condominio europeo.

Il contenuto del trattato e la visione prospettica

Tuttavia è chiaro che il fattore Trump, anche se non è stato l’unico fattore, ha avuto comunque un peso determinante nel generare un’accelerazione degli eventi. L’aperta ostilità verso l’Unione Europea a trazione tedesca, il sostegno esplicito rivolto ai movimenti sovranisti, alla Brexit e ai suoi sostenitori più radicali (i cosiddetti “hard brexiters”), le continue richieste rivolte ai Paesi europei affinché incrementino la spesa militare nell’ambito della NATO, nonché le simpatie ricambiate per i governi russofobi o di destra di Paesi come la Polonia e le repubbliche baltiche hanno spinto la Merkel e Macron verso un abbraccio sempre più stretto, nel tentativo di rendere più autonoma l’Europa attraverso un rafforzamento del primato franco-tedesco.

Altrettanto innegabile è il fatto che questo abbraccio si esprime in un momento di estrema debolezza politica della Merkel e di Macron, in un contesto generale di estrema disaffezione dell’elettorato europeo verso le élites neoliberali, delle quali i due leader, pur provenendo da contesti differenti, sono ormai espressione riconosciuta. Non è difficile prevedere che alle prossime consultazioni europee tale disaffezione si tradurrà in una flessione dei consensi per i partiti tradizionali.

Eppure, nonostante tutto, sarebbe superficiale liquidare come frutto di una strategia meramente propagandistico-elettorale i contenuti dell’accordo di Aquisgrana, costituito da 7 capitoli e 28 articoli.  Innanzitutto esiste la possibilità che Berlino possa addivenire allo status di potenza nucleare attraverso il cofinanziamento della Force de Frappe francese. Vi è poi il sostegno francese all’ingresso della Germania nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con un proprio seggio permanente[4].

Un altro capitolo va aperto per la cooperazione militare stricto sensu. “Noi, Germania e Francia, ci impegniamo a fornire ogni possibile assistenza e sostegno, compresi i mezzi militari, in caso di un attacco armato ai nostri territori sovrani”, ha spiegato in merito la cancelliera Merkel[5]. Sullo sfondo c’è ovviamente il progetto di un esercito europeo, che a questo punto potrebbe assumere i contorni dell’iniziativa Ei2 promossa da Macron, iniziativa esterna alle istituzioni comunitarie, più che non quello della PESCO, nonostante la precedente diffidenza tedesca[6].

Francia, Germania, Italia: il ruolo geopolitico delle vie del gas tra Eu-Russia ed Eur-America

Se dunque la visione a lungo periodo dell’accordo non sembra poter essere messa in discussione, resta da capire quali saranno gli effetti immediati. Uno su tutti sarà senza dubbio quello di un’ulteriore frattura tra i sostenitori di un disegno ancorato ad una visione definibile come euro-americana (i Paesi baltici, la Polonia e l’Italia del nuovo esecutivo Conte, bastioni dell’americanismo e del “liberalismo nazionalista” sostenuto dall’amministrazione Trump) e l’asse neocarolingio e tecnocratico di Berlino e Parigi[7].

Se quest’ultimo mira, almeno nelle intenzioni, a rendere l’Euro uno strumento di rinnovata “sovranità europea”, come continua a ribadire lo stesso Juncker[8], nonché ad un progressivo rapprochement “eu-russo” legato ai dossier sull’energia, l’altro schieramento sembra destinato ad essere sempre più spinto da tali mosse sotto l’ombrello dell’alleato americano. La frattura è resa evidente dal ruolo svolto dall’Italia sul piano energetico, e questo al di là dell’imbarazzo esistente fra le due componenti governative e al di là delle dichiarazioni di circostanza volte a tranquillizzare i rispettivi elettorati. I progetti relativi al gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline) e all’Eastmed (quest’ultimo in collaborazione con Israele), una volta giunti a compimento contribuiranno a ridurre la storica dipendenza dell’Europa continentale dalla Federazione Russa per quanto concerne l’approvvigionamento di gas. Assumendo una funzione pressoché contraria a quella degli analoghi progetti tedeschi, TAP ed Eastmed devono essere perciò interpretati nei termini di un allineamento del Governo romano alle direttrici della geopolitica americana[9].

In questo scenario è chiaro che questa divaricazione tra i diversi Paesi del condominio comunitario, alla luce del rinnovato protagonismo francese e tedesco rischia di essere un ostacolo più che uno stimolo al dialogo intereuropeo; un rischio che è stato rilevato anche da Tusk[10]. Altrettanto vero è che, se l’Europa deve necessariamente acquisire un ruolo nel contesto multipolare, è difficile che ciò possa avvenire sulla base esclusiva della costruzione comune, i cui meccanismi interni sono troppo macchinosi e destinati in aeternum a generare posizioni scarsamente incisive e che quindi si possa prescindere dalla volontà dei Paesi maggiormente incisivi.


NOTE

[1]https://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/1356047/Euro-federalists-financed-by-US-spy-chiefs.html

[2] https://www.theguardian.com/world/2003/jan/22/germany.france

[3] https://www.theguardian.com/business/2003/feb/16/iraq.theeuro

[4] https://it.sputniknews.com/opinioni/201901247155317-europa-aquisgrana-germania-francia-italia/

[5]https://it.sputniknews.com/politica/201901227144052-merkel-accordo-germania-francia/

[6] http://www.ildomaniditalia.eu/aix-la-chapelle-22-gennaio-2019-una-data-e-un-luogo-che-non-dimenticheremo/

[7] https://notizie.tiscali.it/esteri/articoli/juncker-unita-franco-tedesca-necessaria-00001/

[8]http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/speciali_elezioni2014/2018/12/05/per-ue-piu-sovrana-bruxelles-punta-a-rafforzare-ruolo-euro_9cea9c71-60fe-4dd5-b569-8cbe99d67583.html

[9] http://www.occhidellaguerra.it/progetto-east-med-gasdotto/

[10]http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/01/22/tusk-aquisgrana-non-e-alternativa-a-ue_2be419bd-1038-4913-84be-29b9c0b3608b.html

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Cristiano Puglisi
Giornalista pubblicista, ha scritto per diverse testate, occupandosi prevalentemente di politica estera. Ha all'attivo due saggi pubblicati dal Circolo Proudhon. E' autore dell'articolo "Tra Soros e Bannon", apparso su Eurasia 4-2018.