Pochi giorni or sono, prendendo spunto da una nota diramata dalla banca, la quale invitava i suoi correntisti a recarsi in filiale per bonifici verso paesi colpiti da “restrizioni ed embargo”, osservavo come sia del tutto controproducente e suicida un simile atteggiamento contro la Russia (e l’Iran e gli altri “cattivi”).
Il boicottaggio delle relazioni con Mosca ha davvero qualche cosa di folle perché lo si possa accettare sulla base di mai provate accuse circa le bellicose intenzioni del Cremlino e le ripetute grida sulle sue violazioni dei “diritti umani”.

Oltre a questo, vi è da rilevare la patente contraddizione tra l’ideologia professata dagli occidentali (il “libero mercato”) e la loro prassi, per cui non trovavo di meglio che definirla “la grande frottola della globalizzazione dei capitali. Pur tuttavia, gli strumenti tipici per creare problemi sono stati attivati, e tra questi l’ostacolo alle normali transazioni finanziarie.

Ma per comprendere come si è giunti a tanto, bisogna ripercorrere brevemente che cosa è accaduto con la fine dell’Unione Sovietica.
Fino al 1989 eravamo abituati a pensare ad un Europa divisa in due: una Occidentale, corrispondente a quella parte conquistata dagli americani nel 1945 ed inserita in gran parte nella Nato e nell’area d’influenza politica, economica e culturale dei nostri “liberatori”; un’altra Orientale, satellite dell’Urss, ovvero – fatte salve alcune realtà dotate di una certa autonomia – composta da quei Paesi che, a causa della “Cortina di ferro”, venivano fatti percepire al pubblico occidentale come lontani ed ignoti. Ma a tutti e due i contendenti stava bene così, con la regione euro-mediterranea – Italia compresa – teatro di una continua destabilizzazione, che in realtà serviva a stabilizzare, anche con l’ausilio dell’Entità politico-territoriale del movimento sionista detta “Stato d’Israele”.

Il simbolo di questa divisione a tutto nostro svantaggio era la Germania divisa in due (con altre sue parti smembrate un po’ qua e un po’ là), per cui sbaglia profondamente chi rimpiange l’epoca del Muro, dimostrandosi più innamorato dell’ideologia che della comprensione dei nostri reali interessi.
Poi, tutto d’un tratto, in maniera apparentemente inaspettata, il Muro s’è sbriciolato (o è stato fatto sbriciolare), e come in un effetto domino sono cadute (talvolta riciclandosi dopo aver trovato un capro espiatorio) le varie nomenclature di paesi che improvvisamente diventavano familiari e meno esotici, tanto che l’idea di “Europa” oggi s’è spinta fino all’Ucraina e al Caucaso, aree che prima dell’89 erano percepite come estranee dalla maggioranza degli occidentali.

Dal punto di vista geopolitico, il passaggio dall’Urss alla Csi ha rappresentato la corsa occidentale ad accaparrarsi il controllo delle regioni di quell’anello esterno che risulta fondamentale per la salvaguardia del “cuore” dell’Eurasia.
Ricorrendo anche alle “rivoluzioni colorate”, negli ultimi vent’anni è stato fatto di tutto per far entrare i paesi dell’ex “Europa Orientale” nella “Unione Europea” e nella sua orbita, che tutto è tranne che l’unione dei popoli d’Europa e che tra l’altro è un inganno anche dal punto di vista concettuale, come ho già avuto modo di argomentare.

Fondamentale, per capire la manovra a tenaglia ai danni della Russia, è poi importante sottolineare il fatto che prima che nell’Unione Europea (ed eventualmente nell’euro) questi paesi venivano inglobati nella Nato. A rimarcare che la Nato tutto è tranne che una “alleanza difensiva”.
Si tratta di cose risapute, ma è bene ribadirle: non è la Russia che minaccia l’Europa (e il mondo!), ma l’America e la sua ideologia. Nemmeno l’Urss, di fatto, oltre che garantirsi uno “spazio vitale”, ha mai mirato a sovietizzare quello che esulava dai suoi confini messi in sicurezza. Certamente possiamo discuterne la visione del mondo ufficiale, che possiamo condividere o meno, ma tutto si può dire dell’Unione Sovietica tranne che intendesse attaccarci. È semmai vero il contrario, e la verità è che, ieri come oggi, in mezzo, in uno scontro nucleare devastante, ci finiremmo proprio noi europei.

Questa fretta a fagocitare nell’Occidente quanti più paesi possibili dell’ex Patto di Varsavia era figlia di quella, ancora più forsennata e razionalmente inspiegabile, a concludere in quattro e quattr’otto, a tappe forzate, il “processo di unificazione europea”, a colpi di “trattati” e di moneta unica, che dal 1991, senza mai sottoporre alcunché al giudizio popolare (specialmente in Italia), ci ha portato dritti filati nella situazione di empasse politica e di grave crisi economica e finanziaria che tutti conosciamo.
Non si considererà mai abbastanza il fattore “fretta” per capire come mai, dall’oggi al domani, è stato inculcato ai cittadini dell’Europa Occidentale che si doveva assolutamente “fare presto”. L’Europa “unita” non poteva attendere.

È vero. L’America non poteva attendere che la Russia si riprendesse dopo essere riuscita a piazzare nei suoi apparati vitali un ubriacone e dei parassiti dediti alla dilapidazione delle ricchezze della Nazione.
Il risveglio russo, dopo i colpi inferti per tutti gli anni Novanta (si pensi all’attacco a Belgrado, che oggi sarebbe impensabile), stava nella legge naturale delle cose. E così è puntualmente avvenuto quando al Cremlino è andato Vladimir Putin.
Ma ci sono stati circa dieci anni devastanti, di cui ancora paghiamo le conseguenze. La fase di debolezza della Russia ha difatti coinciso con una stretta del nostro asservimento alla globalizzazione della Nato, la sionistizzazione di tutto il discorso politico ed un crollo verticale della nostra economia.

Oggi che la Russia è tornata un attore di primo piano, agli strateghi del “caos creativo” non resta che ricorrere all’embargo e al boicottaggio, sostenuti dal solito apparato di disinformazione mediatico.
Possiamo permetterci tutto questo? Lo si chieda alle imprese italiane che esportano. Non ai cretinetti dei “diritti umani”, che tanto per loro la “crisi” non c’è.

Bisogna assolutamente capire che il boicottaggio della Russia, così come quello di tutti i paesi presentati a tinte fosche (l’Asse del Male!), non è farina del “nostro” sacco, semplicemente perché non è nel nostro interesse. Al contrario, l’embargo alla Russia è nell’interesse di chi, costantemente animato da una fretta tremenda e sospetta, ci ha messo la camicia di forza di una “unione” che, stante il suo “commissariamento” perpetuo, previene le politiche autonome che ciascuno Stato europeo avrebbe potuto intessere con Mosca una volta caduto il Muro e venuto meno il diversivo ideologico della “Guerra fredda”.


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Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".