Riportiamo in traduzione italiana l’intervista rilasciata dal direttore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” ad Ádám Horváth e pubblicata nel periodico ungherese“Barikád il 2 maggio 2013.

 

 

D. –  In medias res: professore, Lei conosce molto bene la situazione dell’Ungheria. L’Unione Europea va bene per noi oppure no?

R. – L’Ungheria, così come gli altri paesi dell’ex blocco sovietico, dal 1989 fa parte dell’area euroatlantica, egemonizzata dagli Stati Uniti d’America. In modo particolare dopo il suo ingresso nella NATO, essa viene utilizzata in vista degli obiettivi strategici e militari statunitensi. L’Ungheria ha subito, alcuni decenni più tardi, la medesima sorte dei Paesi “liberati” con la seconda guerra mondiale.

 

 

D. – I quali evidentemente godono ancor oggi dei vantaggi derivanti dall’appartenenza ad un’area comune…

R. – Sì, e l’Ungheria si è venuta a trovare in una strana situazione. Nonostante abbia eretto statue ai presidenti degli Stati Uniti, nonostante si sia integrato nella NATO e nella cosiddetta Unione Europea, nonostante abbia corrisposto alle richieste euroatlantiche e liberali, tuttavia questo Paese si trova nel mirino dell’Occidente e sotto le pressioni esercitate dai tecnocrati di Bruxelles e dalle forze atlantiste.

 

 

D. – Secondo Lei, dov’è che ciò appare più evidente?

R. –  In primo luogo sul piano economico. All’Ungheria non è consentito di prendere misure che possano giovare all’indipendenza economica; basti pensare alla questione della tassazione delle multinazionali o al rapporto dello Stato con la banca d’emissione. Ma sono significativi anche gli attacchi che sono stati sferrati, sul piano politico-giuridico, contro la nuova Costituzione ungherese e, per citare un solo esempio, contro l’articolo che definisce la famiglia come comunità di uomo e donna. Si aggiungano le grida allarmistiche circa un “antisemitismo” che sarebbe in continua crescita e la denuncia di presunte discriminazioni nei confronti della cosiddetta “minoranza rom”.

 

 

D. – Secondo Lei, in che misura l’americanismo ha danneggiato Ungheria?

R. –  In grande misura, senza dubbio; tuttavia non si tratta di una devastazione comparabile a quella avvenuta nell’Europa occidentale, dove l’americanismo è l’ideologia egemone da una sessantina d’anni.

 

 

D. – Nei Suoi articoli e nelle Sue interviste, Lei ha spiegato come l’Italia, a causa della sua subordinazione economica e militare agli Stati Uniti d’America, non possa svolgere quel ruolo cui essa è destinata dalla storia e dalla geografia, ruolo di collegamento e di mediazione nei confronti dei Balcani e dei Paesi mediterranei. L’Ungheria si trova in una situazione analoga?

R. – La missione dell’Ungheria, collocata nel cuore dell’Europa centrale, è sempre stata quella di svolgervi un ruolo di organizzazione dello spazio geopolitico e di mediare tra le grandi potenze d’Oriente e d’Occidente. Questo Paese si è trovato continuamente nella necessità di mantenersi in equilibrio tra gl’imperi austriaco, ottomano e russo.

 

 

D. – E attualmente?

R. – Oggi l’Ungheria si trova in uno stato di dipendenza dall’Occidente, per cui le è assegnato un ruolo di frontiera nella zona orientale dell’area euroatlantica. Se desidera il proprio bene, l’Ungheria deve porre termine quanto prima a questa situazione di dipendenza.

 

 

D. – È possibile questo?

R. – È questione di volontà politica. Da quando è alla guida della Russia, il presidente Putin cerca di restaurare il rapporto di unione con le repubbliche ex sovietiche; si vedano, per esempio, i casi della Bielorussia e del Kazakhstan. Di fronte al riemergere della potenza russa come polo alternativo a quello atlantico, l’Occidente ha elaborato il progetto – di cui i Russi percepiscono il carattere aggressivo – di installare postazioni missilistiche nei pressi della frontiera russa. In tal modo l’Ungheria viene nuovamente a trovarsi sulla linea di confine tra l’Occidente e l’Est.

 

 

D. – Com’è che il nostro Paese potrebbe uscire dalla sfera d’interessi dell’Occidente senza ricadere in una condizione di totale dipendenza da una potenza dell’est?

R. – Oggi i Paesi completamente sovrani sono quelli che possiedono dimensioni continentali e dispongono di un’adeguata potenza demografica, industriale e militare, come, per esempio, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India. La piccola Ungheria, coi suoi dieci milioni di abitanti, non può illudersi di essere un Paese sovrano; è indispensabile che essa si integri in un blocco più grande. Qualora scegliesse di integrarsi nell’area compresa fra l’Asia minore e la Cina, nella quale vivono popoli affini per origine a quello magiaro, l’Ungheria potrebbe diventare un prezioso elemento di raccordo tra l’Europa e l’Asia.

 

 

D. – Qual è la Sua opinione circa la controversia tra finnugristi e turanisti?

R. – Io non sono un sostenitore fanatico della tesi finnugrista, ma è un dato di fatto che sul territorio dell’ex Unione Sovietica vivono popolazioni finniche imparentate con quella magiara. D’altro canto è fuori discussione che gli Ungheresi hanno uno stretto rapporto coi popoli turanici. Essendo unita all’Oriente per via di un duplice legame, l’Ungheria potrebbe integrarsi in un’area di estensione più estesa che non quella dell’Unione Europea.

 

 

D. – Lei trova che da parte dell’attuale governo vi sia una decisione di questo genere?

R. – Da parte del governo Orbán vedo solo un’intenzione concernente una cooperazione economica. È ovvio che ciò non è male, anzi; ma una visita ufficiale ed alcuni contratti economici, come quelli sottoscritti recentemente in Kazakhstan, non sono sufficienti.

 

 

 D. – Quale può essere la soluzione?

R. – La presa del potere da parte di una forza politica che, contrapponendosi alle concezioni liberali, recuperi le tradizioni, ritorni alle radici magiare e nelle relazioni internazionali si orienti verso i popoli affini, non solo per stipulare contratti economici.

 

 

D. – Come vede la situazione dei Balcani, che si trovano nelle nostre vicinanze immediate, dove il futuro può essere immaginato in rapporto all’influenza turca e russa?

R. – Nel corso della storia Turchi e Russi si sono trovati spesso in conflitto tra loro. Negli ultimi anni questa situazione si è normalizzata grazie all’azione di Putin e di Erdogan. Oggi, a causa della situazione siriana, il rapporto è peggiorato. Ma, data l’importanza che la Siria riveste, oltre che per l’Iran, per la Russia stessa (si pensi solo al porto di Tartus), la crisi potrebbe risolversi e le relazioni russo-turche ritornare normali. Ciò si rifletterebbe positivamente anche sui Balcani e sarebbe un ostacolo a ulteriori destabilizzazioni.

 

 

D. – Prescindendo dai Balcani, ritiene importanti le future relazioni tra Russia e Turchia?

R. – Nella maniera più assoluta. L’avvenire dell’Eurasia dipende in larga misura dal modo in cui la Turchia saprà assumere una funzione guida rispetto agli altri popoli turchi e regolare il proprio rapporto con la Russia. Se la teoria di Huntington preconizza lo scontro delle civiltà, io ritengo auspicabile che le culture tradizionali (come quella cristiano-ortodossa e quella musulmana) sappiano instaurare un dialogo costruttivo. È ancora valido il simbolo delle cinque dita della mano, con cui Gengis Khan volle rappresentare l’unità essenziale delle cinque forme tradizionali eurasiatiche.

 

 

D. – In altri termini: le culture tradizionali devono essere solidali tra loro?

R. – Le culture tradizionali non possono contrapporsi nella loro sostanza. Esse possono contrapporsi solo al liberalismo e alla barbarie moderna, che oggi recano principalmente il marchio dell’americanismo. Di fronte a questa minaccia dovrebbero coalizzarsi le grandi religioni, a partire da quella islamica e da quella cristiana, tra le quali esiste una significativa comunanza di valori.

 

 

D. – Secondo Lei, quale sarà l’esito del conflitto siriano?

R. – È importante conoscerne le premesse. Il governo di Assad è l’obiettivo di una sovversione progettata dagli Stati Uniti e dai settari wahabiti al soldo del Qatar e dell’Arabia Saudita, i quali hanno poco o nulla a che fare con l’Islam autentico, tant’è vero che l’Imam Khomeyni li poté bollare con l’etichetta di “Islam americano”. Il tentativo di abbattere l’ordinamento statale è comunque fallito e le forze d’opposizione non sovversive potranno cercare una composizione attraverso le trattative col governo. Ciò non comporta un vantaggio soltanto per il popolo siriano, che ha già sofferto abbastanza, ma è anche negl’interessi della Russia e dell’Iran.

 

 

D. – Torniamo alla politica ungherese. Gábor Vona, presidente del partito Jobbik, ha formulato un nuovo paradigma geopolitico basato su tre pilastri. Primo: “Asse da mare a mare”, cioè dalla Polonia alla Croazia attraverso l’Ungheria. Secondo: “Eurasiatismo invece che euratlantismo”. Terzo: Politica ungherese transfrontaliera non di difesa e di arretramento, ma di avanzamento e di tutela degl’interessi. Lei ritiene che questa concezione contribuisca a comporre un quadro più positivo della politica estera ungherese?

R. – In un articolo apparso in “Eurasia” e intitolato “A oriente, Ungherese!” ho già avuto modo di valutare alcune vedute di Gábor Vona circa la politica estera. Per quanto riguarda il primo punto, un asse polacco-ungherese-croato nell’Europa centrale è pienamente concepibile sotto il profilo geografico, storico, culturale e simbolico. Sul secondo punto, quello relativo alla visione eurasiatista, non è necessario dilungarsi in ulteriori particolari, poiché ne abbiamo già parlato. Infine, per quanto concerne la politica transfrontaliera, posso concepirla solo qualora essa prescinda da ogni elemento sciovinistico. Certo, gli Ungheresi al di là degli attuali confini devono poter godere dei medesimi diritti di cui in Europa sono titolari altre minoranze etniche. Si tratta di un fatto importante, che nessun politico ungherese dovrebbe dimenticare.

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