“Not free and fair” per l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), “svolte in una atmosfera tradizionalmente tranquilla” e “in conformità con la legge, aperte in cui sono state garantiti diritti civili e libertà di espressione” per gli osservatori dei Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, “una presa in giro” per il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, “non imparziali e non libere” per il deputato Guglielmo Picchi, “una dimostrazione dell’impotenza occidentale” per l’edizione online del Der Spiegel, un “voto senza alternative” per il Sole24ore, un esempio riuscito di “arte della falsificazione” per il Belarus Digest, una “frustata per Washington” stando a quanto battuto dall’United Press International. Cerchiamo di capire il significato delle elezioni che si sono tenute in Bielorussia il 23 settembre scorso.

 

 

Le elezioni per il rinnovo della Палата прадстаўнікоў: un vincitore scontato

Alla scadenza del mandato quadriennale dei deputati in carica, il popolo bielorusso è stato chiamato alle urne per rinnovare i 110 seggi della Camera dei Rappresentanti, la camera bassa che assieme al Consiglio della Repubblica costituisce l’Assemblea Nazionale della Repubblica di Belarus. Gli analisti politici considerano poco rilevante l’esito di questo genere di consultazione elettorale dal momento che, nell’opinione collettiva, il Parlamento è visto come un’istituzione incapace di cambiare le condizioni di vita e di influenzare le decisioni politiche del Paese. Nell’ordinamento istituzionale bielorusso, infatti, la Camera dei Rappresentanti riveste un ruolo meramente cerimoniale e del tutto marginale rispetto al vero centro del potere rappresentato dal Presidente della Repubblica; ruolo marginale derivante da un’architettura costituzionale che lascia competenze residuali al Parlamento (artt. 90 – 105 Cost.) e da una poco propositiva iniziativa politica esercitata dai deputati, dal momento che la sua azione si limita all’approvazione dei disegni di legge di emanazione presidenziale.

Accertato il superamento (74%) della soglia minima di partecipazione (50%+1) la Commissione Elettorale Centrale ha dichiarato valide le elezioni. Al primo turno sono stati assegnati 109 seggi su 110: come era logico attendersi, i risultati elettorali non hanno modificato la composizione politico – partitica dell’Assemblea stante che, come oramai avviene dal 2004, l’opposizione non ha ottenuto nessuno dei 110 seggi che sono andati in toto a candidati partitici e indipendenti legati al Presidente Lukashenko. Più nello specifico, i partiti che hanno conquistato seggi sono stati il Partito Comunista della Bielorussia (3, + 3 rispetto al 2008), il Partito Agrario (1) e il Partito Repubblicano di Lavoro e Giustizia (1, +1). Gli altri sono andati a candidati registrati come indipendenti ma vicini a Lukashenko.

 

 

Le elezioni per il rinnovo della Палата прадстаўнікоў: la grande sconfitta

Se in elezioni puramente formali, dal risultato scontato e caratterizzate dalla campagna elettorale più noiosa che ci sia il vincitore non può che essere quello annunciato alla vigilia, l’attenzione va comunque posta sul grande sconfitto di questa tornata elettorale legislativa in Bielorussia, vale a dire le forze che si oppongono al potere “autoritario” del Presidente Alyaksandr Lukashenko che ne ha bollato i rappresentanti come codardi che non hanno niente da dire alla gente. 

La debolezza politica è endemica nel tessuto democratico bielorusso. Le parole del professore della Scuola Superiore di Economia di Mosca Andrey Suzadaltsey (“I candidati non hanno saputo svolgere una reale campagna elettorale, non hanno saputo portare le loro idee alla popolazione. Perciò, a quanto pare, i risultati dell’attuale voto non cambieranno la vita politica del Paese”) unite a quelle del politologo indipendente Alexannder Klaskovsky (“l’opposizione è virtualmente spaccata. Ha poche risorse e non c’è un reale programma”) spiegano quale sia la situazione all’interno dello spaccato universo democratico bielorusso. 

Le difficoltà interne allo schieramento delle forze contra Lukashenko si sono manifestate in tutta la loro profondità durante la fine della campagna elettorale nel momento in cui si è resa necessaria la decisione concernente la partecipazione o meno alle elezioni legislative; al blocco delle opposizioni, infatti, si è presentata la duplice alternativa, boicottare oppure partecipare, dal significato politico tutt’altro che irrilevante dal momento che scegliere per il boicottaggio della consultazione elettorale avrebbe consentito alle opposizioni di delegittimare il risultato davanti agli occhi della comunità internazionale; la seconda opzione, concorrere con i propri candidati, avrebbe, invece, permesso agli attivisti di relazionarsi con il tessuto della società civile e di incrementare la possibilità di una cooperazione interpartitica tra gli oppositori del Presidente bielorusso per sviluppare un percorso a lungo termine. Lungi dal trovare un accordo comune, ogni forza ha fatto la sua scelta: il Fronte Nazionale Bielorusso del leader Janukevoch e il Partito dell’Unione Civica di Bielorussia (UCP) guidato da Anatoly Lebedko, i due maggiori soggetti politici dell’opposizione hanno optato per il boicottaggio delle elezioni abbandonando la corsa una settimana prima del voto con l’UCP che ha invitato i propri sostenitori ad andare a raccogliere funghi, a pescare, a leggere un libro al parco oppure a giocare a scacchi ma di non andare a votare per non legittimare la nuova composizione della Camera dei Rappresentanti; due altre formazioni, la lista Mondo Giusto e il Partito Socialdemocratico Bielorusso hanno scelto, invece, di partecipare con i propri candidati; altri candidati hanno scelto di presentarsi come indipendenti. Lo scenario presenta adesso gli stessi tratti di quello che si presentò nel 2010 in occasione delle elezioni presidenziali quando contro Lukashenka non fu presentato un candidato comune capace di aggregare i voti del “campo democratico” bensì nove differenti contendenti, uno per ogni movimento politico. In quest’ottica va letto lo sprone dell’analista politico Valery Karbalevich che ha sollecitato l’opposizione (ma sarebbe meglio parlare di opposizioni) a concentrarsi sulle presidenziali, per presentare un candidato unico, una strategia elettorale e un programma politico, se vuole davvero provare a combattere Lukashenko.

Questa frammentazione del campo “democratico” palesa le difficoltà dell’opposizione a darsi un programma di azione politica comune: la mancanza di una strategia comune, se non quella della perenne attesa (l’opposizione aspetta e spera che il deteriorarsi della situazione economica apra gli occhi ai bielorussi e li faccia scendere in strada per protestare) e della sopravvivenza, è il risultato della mancanza di un fine comune verso cui orientare le proprie prospettive politiche. Le varie forze di opposizione non sono concordi nel definire l’obiettivo finale della loro azione: cercare di rovesciare il regime attuale oppure diventare forza e presenza parlamentare nel tentativo di trasformare da dentro le istituzioni completando la transizione del sistema verso l’instaurazione della democrazia anche se nessuno dei leader che si oppongono a Lukashenko ha esperienza e competenze su come costruire e governare uno Stato democratico.

Resta il fatto che questo sia il problema maggiore da risolvere per non rimanere costantemente spettatori delle vicende bielorusse invece che protagonisti e promotori di queste: il divario tra la società civile e le forze democratiche appare incolmabile e, come accaduto nel 2010 dopo l’ennesima vittoria di Lukashenko, anche se scoppiassero rivolte i partiti di opposizione non sembrano pronti e preparati a catalizzare la protesta. La debolezza dell’opposizione bielorussa si radica nella mancanza di risorse umane necessarie per intraprendere un’azione politica efficace e su vasta scala, l’aggravarsi dei conflitti interpartitici interni al blocco democratico e l’assenza di una strategia comune. Stante questo scenario, l’attività dell’opposizione rimane pressoché impercettibile agli occhi dei bielorussi.

Alle divergenze politiche ed ideologiche, si aggiungono le difficoltà nel reperire le risorse necessarie all’attività politica all’interno dei propri confini. In questa situazione, l’unica via praticabile è quella della dipendenza dalle risorse provenienti dall’esterno: Unione Europea, Stati Uniti e Polonia in particolare sono stati i maggiori sostenitori della società civile e per i movimenti di opposizione in Bielorussia ma le risorse stanziate per questo tipo di supporto sono insufficienti.

Se è vero che queste elezioni rappresentano un’occasione persa per Lukashenko di aprire il proprio Paese ai “valori democratici” richiesti dall’Unione Europea è pur vero che anche il blocco delle forze di opposizione ha perso l’occasione per presentarsi come valida alternativa al potere del Presidente.

 

 

Giudizi opposti sulle elezioni legislative. Questione di framing?

I giudizi sulle elezioni legislative in Bielorussia degli osservatori dell’OSCE (not free and fair) e degli osservatori della CIS (“aperte e rispettose della legge”) si collocano agli antipodi delle possibilità di giudizio. Mettendo in conto un’inevitabile inclinazione politica nella valutazione dell’evento elettorale da parte degli organismi internazionali, riportare tali affermazioni all’interno del proprio framing di riferimento ci aiuta a capire meglio come la Bielorussia oscilli tra due visioni del mondo, quella europea – occidentale e quella russa, che differiscono alla radice e nei valori fondanti: per dirla con Fukuyama, a Minsk la storia non è ancora finita e per adesso non ha nessuna intenzione di farlo. La Bielorussia, per la sua posizione geografica, è un Paese conteso tra Europa e Russia e la questione geopolitica o politica a tutto tondo si gioca sia sul terreno della realtà che su quello della sua rappresentazione ed è qui che entra in campo la questione del framing di riferimento all’interno del quale i giudizi di merito sulle elezioni bielorusse prendono vita: citando Lakoff, ogni parola evoca un frame, un quadro di riferimento, che può essere costituito da una serie di immagini o di conoscenze di altro tipo. […] Ogni parola si definisce in relazione a un frame. Anche il concetto di “elezioni” si sviluppa in un frame.

Nella conclusioni preliminari del rapporto OSCE del 24 settembre 2012 si legge che “the elections were not administered in an impartial manner and the complaints and appeals process did not guarantee effective remedy. […] The legal framework does not adequately guarantee the conduct of elections in line with OSCE commitments and international standards”. Quali sono i valori internazionali cui rimanda l’OSCE? Lo spiegano le parole di Matteo Mecacci, coordinatore OSCE: “una libera elezione dipende dalla possibilità per le persone di essere libere di parlare, organizzarsi e concorrere alla carica, e noi non lo abbiamo visto in questa campagna”.  Il giudizio sulle elezioni legislative in Bielorussia da parte dell’OSCE si colloca all’interno della cornice di riferimento dei valori fondanti il concetto di democrazia occidentale, della liberal – democrazia, un regime contraddistinto dalla garanzia reale di partecipazione politica della popolazione adulta che prevede elezioni libere, competitive, corrette, ricorrenti a cui partecipano più di un partito come pilastro portante dell’intero sistema.

Il giudizio degli osservatori della CSI (e russi in particolare) si colloca all’estremo opposto di quanto riportato nel rapporto OSCE: “the election was conducted freely, openly, in a calm atmosphere and high turnout”. Questo quanto si legge in una dichiarazione del Ministero degli Affari Esteri russo che accusa gli osservatori dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa di aver tenuto un approccio politicizzato. La valutazione di merito si inserisce in un frame completamente differente rispetto a quello della democrazia occidentale: quello della democrazia sovrana, concetto elaborato nel 2005 da Vladislav Yuryevich Surkov che prevede di rigettare la pretesa universalità del modello di governo democratico adottato nei paesi occidentali e la piena legittimità di un indirizzo politico che prevede la presenza di un leader carismatico da cui emana il potere insieme ad un apparato statale forte e centralizzato che non tollera ingerenze esterne e uno spiccato paternalismo nel rapporto tra potere e società. In questo contesto, la competizione elettorale si trasforma da prova per eccellenza della pratica democratica a puro rituale: i partiti di opposizione fortemente minoritari sono di fatto esclusi dalla possibilità di presentarsi come valida alternativa alla linea ufficiale ed è lo Stato che ha il diritto esclusivo di definire le proprie procedure politiche.

Questa cornice di riferimento sembra essere quella più consona per comprendere al meglio le dinamiche elettorali della Bielorussia. D’altronde Lukashenko era stato chiaro in merito: “non organizziamo le elezioni per l’Occidente”. 

 

 

Bielorussia: una sfida persa per l’UE?

Il destinatario del messaggio “non organizziamo le elezioni per l’Occidente” non può che essere l’Unione Europea e le sue politiche verso la Bielorussia. Il Presidente ha poi rincarato la dose accusando l’Unione di fare pressioni volte a cambiare gli equilibri politici interni al Paese. Minsk non è più disposta ad tollerare interferenze esterne nelle proprie vicende politiche interne e tanto meno lo è nel continuare ad accettare la tendenza europea ad approcciare il dialogo con la Bielorussia sulla base del metodo stick and carrot, “bastone e carota; Minsk intende cooperare con gli altri Paesi europei sulla base dell’uguaglianza e del rispetto politico. Le dichiarazioni di Lukashenko fanno il paio con quella rilasciata nel mese di aprile dall’ambasciatore bielorusso a Roma Evgeny Andreevich Shestakov che, dopo aver fatto presente come l’UE non sia ancora pronta per accogliere tra le sue braccia la Bielorussia, ha ammonito le istituzioni comunitarie che il principio del “tutto o niente” non può portare ad una distensione nei rapporti: “Bruxelles pretende da noi un legame profondo, un impegno di lunga portata per adeguare la nostra politica interna alle sue cosiddette “attese”. E se noi per il momento non siamo pronti a questi “sacrifici”, l’UE preferisce congelare del tutto le relazioni secondo il principio del “tutto o niente”. Se Bruxelles intende intraprendere un serio dialogo con Minsk dovrà, quindi, innanzitutto abbandonare l’interpretazione della cooperazione internazionale come pura iniziativa fondata su “premi” concessi a quei Paesi che si adattano ai propri modelli e valori.

La massima prodiana “ogni allargamento crea nuovi vicini. In passato, molti di questi vicini sono poi divenuti membri” sembra trasformarsi in utopia e perdere ogni connessione con la realtà alle porte di Minsk: il conflittuale rapporto con le istituzioni europee ha spinto Lukashenko ad intensificare e a rafforzare i rapporti bilaterali con la Russia di Putin che, a differenza di quanto esige Bruxelles, non avanza richieste di aperture ai valori democratici in cambio di un più stretto rapporto tra i due Paesi. Con l’istituzione dello Spazio Economico Comune (18.11.2011) che ha abbattuto le frontiere tra i tre Paesi e con il progetto di Unione Eurasiatica, istituzione sovranazionale che intende rappresentarsi come uno dei principali attori globali all’interno di un mondo nuovamente multipolare, la Bielorussia, ponte naturale tra Ovest ed Est, sembra aver ceduto al potere di attrazione del polo moscovita.

Alla luce dei rapporti sull’asse Bruxelles –Minsk l’approdo ad una situazione del genere era tutt’altro che inaspettato: l’Unione Europea cominciò a guardare con occhio interessato alla Bielorussia nel lontano 1995 quando il processo di democratizzazione post sovietico aveva reso possibile credere che anche l’indipendente Repubblica di Belarus avrebbe intrapreso lo stesso percorso battuto dalle altre ex Repubbliche Socialiste; con la Polonia che entrerà nell’Unione solamente nel 2004, la Bielorussia rimaneva tuttavia lontano dal centro del potere europeo e lontano dalla sua zona di influenza sul confine orientale. La mancata transizione democratica insieme con il consolidarsi del potere di Lukashenko e l’affermarsi di un sistema statale basato su una combinazione di elementi di continuità con il sistema sovietico (potere centralizzato e controllo) con elementi tipici di regimi democratici come la presenza di partiti e l’organizzazione di elezioni tali da far parlare gli scienziati politici in termini di neo-autoritarismo (o nella declinazione russa democrazia sovrana) ha portato l’Europa a mettere in atto una strategia di isolamento nei confronti di Minsk nella convinzione e nell’attesa che questa condizione mettesse in ginocchio l’economia e con essa il sistema di potere di Lukashenko. Ma la Bielorussia era tutt’altro che da sola ed isolata: scaricata dalla politica di vicinato europea, isolata anche rispetto agli altri Paesi della regione, Minsk ha messo in atto un collegamento stretto e forte con Mosca.

Le “rivoluzioni colorate” in Ucraina e in Georgia avevano permesso di nutrire qualche speranza sul fatto che anche la Bielorussia avrebbe preso in corsa il treno verso la democratizzazione: il referendum del 2006 che ha sancito di fatto la presidenza a vita di Lukashenko ha fatto svanire questo tipo di speranze oltre a mettere a nudo un dato inequivocabile, vale a dire, l’insufficienza e debolezza degli strumenti in mano a Bruxelles per combattere quella che viene considerata come l’ultima dittatura europea. In seguito a questa nuovo raffreddamento dei rapporti l’UE ha deciso di appoggiare la società civile portando avanti una politica basata su un doppio binario: con l’European Neightboorough Policy creare un minimo di contatti con Minsk necessari a sondare un eventuale allargamento dell’Unione e creare le pre-condizioni per attuare future riforme liberali nel Paese. Le elezioni presidenziali del 2010 hanno di nuovo raffreddato i rapporti sull’asse Bruxelles –Minsk, hanno portato all’esclusione della Bielorussia dal programma di vicinato europeo, mentre nuove sanzioni verso il Paese hanno inevitabilmente spinto Lukashenko a orientarsi ad un legame sempre più stretto con Mosca. D’altronde l’andamento dei rapporti con Mosca hanno influenzato quelli nei confronti dell’Unione Europea del Presidente bielorusso, che ha sempre tenuto un atteggiamento ondeggiante in materia di politica estera: quando le relazioni con la Russia erano difficoltose non esitava a cercare spazi verso occidente manifestando disponibilità ad aperture e concessioni, mentre nel momento in cui l’Unione Europea ricorreva a sanzioni contro il suo Paese si riavvicinava alla Federazione Russa in cerca di aiuti soprattutto economici.

Le parole di Olga Stuzhinskaya, direttrice del think tank Office for Democratic Belarus sono una lucida analisi dei limiti delle politiche messe in atto da Bruxelles: “gli strumenti a disposizione dell’Unione Europea sono molto limitati perché manca un elemento centrale: le autorità bielorusse non hanno alcuna intenzione di seguire i dettami europei. Per questo motivo, l’Unione può fare ben poco. Nel breve periodo, prevarrà lo status quo. “Non organizziamo le elezioni per l’Occidente, appunto.

 

 

Luglio Dicembre 2013: qualcosa di nuovo sul fronte orientale?

“Nella UE ci sono diversi soggetti contrari alle sanzioni contro il nostro Paese impiegati, burocrati, e intere nazioni. Ci sono per esempio Lituania e Lettonia, che sappiamo essere sottoposte a forti pressioni”. L’attenzione è posta sulla posizione tenuta dalla Lituania, Paese per tradizione legato a Minsk dai tempi del Granducato di Lituania di cui i territori dell’attuale Repubblica di Belarus facevano parte, nei confronti di Lukashenko visto che dal luglio al dicembre del 2013 sarà il Presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea. Se il vero vincitore della recente tornata elettorale è stata Mosca, l’avvicinarsi della Presidenza lituana è un passaggio potenzialmente capace di aprire nuovi scenari nei rapporti tra istituzioni europee e Bielorussia dal momento che chi detiene la presidenza di turno del Consiglio ha l’opportunità di affermare o accrescere la propria influenza (oltre che di influenzare) nella definizione dell’agenda politica dell’Unione Europea. La Presidenza di turno della Lituania sarà foriera di un avvicinamento tra Bruxelles e Minsk? Il 2013 porterà un nuovo scenario sul fronte orientale dell’UE?

 

 

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