E’ evidente come le mosse politico-economiche effettuate dalla Russia nell’ultimo periodo debbano essere state compiute nella giusta direzione. Lo si evince dal fastidio destato in tutto l’Occidente e dal conseguente livore degli attacchi a mezzo-stampa che sono via, via aumentati nell’ultimo periodo da parte dei grandi media di casa nostra nei confronti del presidente Putin e dell’intero Paese. L’occasione, del resto, è ora quanto mai propizia: gli imminenti giochi olimpici di Sochi e gli ultimi attacchi terroristici che nel mese di dicembre hanno scosso la città di Volgograd, hanno dato l’occasione di poter inveire contro la Russia e di preannunciare veri e propri tentativi di boicottaggio, arrivando quasi a rallegrarsi – se non per i morti, ovviamente – nel vedere la rinata potenza colpita nel cuore del suo territorio.

Il problema è ancora una volta il Caucaso: uno dei luoghi più affascinanti al mondo ma teatro, allo stesso tempo, nei secoli, di spietate efferatezze e dove feroci guerrieri hanno costituito sin dai tempi della grande espansione russa iniziata sotto Pietro il Grande nel XVIII° secolo, uno dei maggiori ostacoli per Mosca. “Il ventre molle” – come è stato spesso definito – del grande stato eurasiatico, ha per questo attirato nel tempo la simpatia e l’appoggio di paesi occidentali che non hanno mai disdegnato l’appoggio alle popolazioni autoctone al fine di contrastare l’avanzata degli zar in questi luoghi, oltre i quali si sarebbero spalancate una via secondaria per Costantinopoli e quella principale per il vicino Oriente, gli antichi possedimenti ottomani e persiani dall’immenso valore e prestigio, anche simbolico. Sin dagli eventi narrati a margine de Il Grande Gioco quando gli inglesi contribuirono alla resistenza caucasica contro i russi – per arrivare ai più recenti tentativi di circuire e attrarre le piccole repubbliche originatesi all’indomani del dissolvimento dell’URSS, questa è una terra su cui si sono sempre posati gli occhi dei principali attori della scena politica internazionale per i fondamentali significati strategici che essa racchiude ed implica: il contenimento della Russia nello spazio geografico denominato heartland e l’influenza esercitabile sul Medio Oriente.

Le guerre condotte negli ultimi vent’anni da Mosca contro Cecenia e Georgia, così come le quotidiane azioni di polizia volte a combattere l’inquietante deriva islamista dell’area, sono spesso state fonti di improbabili solidarietà e di condanne strumentali da parte dell’asse euro-atlantico. Voltoa fomentare l’instabilità della regione con l’attuazione della consueta dieta del divide et impera, contrastando il controllo capillare del territorio da parte della Russia e schierandosi così, come già altre innumerevoli volte, con l’apparente Davide di turno qualora Golia cozzi contro i propri interessi. In tal modo, si son trasformati criminali in personaggi dalle gesta eroiche e legittime operazioni di sicurezza in violente repressioni, dando poco peso (o, forse, il giusto peso, nel caso si volesse pensar male) al fatto che quest’area è stato il centro di partenza per i più terribili attacchi terroristici contro la Russia e che è funta da centro di reclutamento per miliziani islamisti spediti poi a combattere le guerre sante sostenute, direttamente o no, dalla Nato e/o finanziate dalle petromonarchie arabe: Kosovo, Libia e ora Siria. Proprio la Siria che, distante dal Caucaso molto meno di quanto si possa pensare di prim’acchito, annovera dall’inizio della rivolta la presenza di guerriglieri provenienti dalla Cecenia, dal Daghestan e dalle altre zone settentrionali della regione (l’autodefinitosi jaish muhajirin wa ansar, alla lettera “esercito di emigrati e soccorritori”), distintisi per le atrocità commesse ma incapaci di imprimere una svolta nell’andamento della guerra. Il mancato raggiungimento di tale obiettivo ed il risentimento provocato dal determinante sostegno russo al presidente siriano al-Assad – grazie al quale è stato demolito, giorno dopo giorno, il sogno di una blitzkrieg che avrebbe condotto i ribelli e le formazioni jihadiste ad una vittoria certa e rapida – possono di certo comportare un innalzamento del rischio di rappresaglie da parte di movimenti storicamente ostili al governo di Mosca per rovinare la manifestazione con cui Putin intende mostrare al mondo intero il volto di una nuova Russia tornata alla ribalta dello scenario politico internazionale. Ed è infatti innegabile, del resto, come il ritorno in patria di guerriglieri delusi ed arrabbiati dall’andamento del conflitto, con ulteriore esperienza acquisita sul campo, dotati di libertà di movimento (seppur limitata durante lo svolgimento dei Giochi) all’interno della Federazione e con un odio ancestrale verso Mosca – esasperato dal conflitto siriano e dal fatto che Sochi sorga in una regione dove essi dichiarano di vantare diritti di sovranità – siano elementi che impongano di alzare il livello di guardia, come del resto è stato e verrà ulteriormente fatto.

Tuttavia, altro paio di maniche è speculare sulle tragedie quasi aspettando che un evento simile si ripeta per essere pronti a puntare il dito, accusare i vertici dello Stato di incapacità a gestire simili situazioni, criticare la presunta arretratezza dei sistemi di sorveglianza (ma qual è il sistema per bloccare un libero cittadino che decide di farsi esplodere tra la folla?) e irridere la (sempre presunta) inutilità delle misure repressive, leggendo spesso e volentieri, fra le righe, un senso di disprezzo per il governo di Mosca ed una qual simpatia, se non per i terroristi, almeno per l’idea portata avanti. Come per dire: “se capiterà qualcosa, ve la siete cercata”; e nell’ultimo mese, articoli e servizi di questo stampo si sono sprecati. Come d’abitudine, sono stati enfatizzati problemi di poco conto e mescolate storie e personaggi con falsi miti, approfittando delle comprensibili lacune storico-geografiche che un normale lettore può avere di una regione lontana. E’ stata rispolverata, ad esempio, la questione dei Circassi (popolazione caucasica originaria dell’area dove sorge Sochi, relativamente penalizzata dalla conquista russa avvenuta nella seconda metà dell’800 ma che sin da allora convive in armonia col governo di Mosca) mischiandola con i deliri di Umarov, criminale del Daghestan autoproclamatosi “emiro del Caucaso” e che non di rado diventa nei giornali di casa nostra l’Emiro del Caucaso, senza virgolette e con la “E” maiuscola. Sottili differenze ma che nel linguaggio giornalistico pesano, quasi si fosse già pronti a riconoscere a questo personaggio, sulla carta, una legittimità per la porzione di territorio dove le sue bande seminano il terrore; come si fece, seppur in un diverso contesto, con i vertici di quel Kosovo autoproclamatosi indipendente e subito riconosciuto da gran parte dei paesi occidentali in spregio alle risoluzioni dell’ONU, con la determinante opera di convincimento del quarto potere.

Se a queste letture dei tragici fatti di dicembre, si aggiunge poi il tentativo di screditare tutto l’apparato olimpico con labili argomentazioni riguardo al costo sostenuto nell’organizzazione ed ai problemi, assai relativi, di carattere ambientale e paesaggistico che possono derivare dalla costruzione delle infrastrutture, sarà utile ricordare come i circa 50 miliardi di euro spesi siano effettivamente una somma ingente di denaro, è vero, ma siano anche una somma – derivante dai proventi energetici – che lo Stato russo ha deciso di reinvestire nel proprio paese sia per creare lavoro in una zona dove la disoccupazione presenta tassi elevati, che per accrescere la domanda interna, uno dei problemi principali della Russia di oggi.

Infine meriterà di essere annoverato – come già ricordato a dicembre, con efficacia, sulla nostra rivista – il gretto tentativo di boicottare le Olimpiadi da parte di alcuni capi di Stato occidentali a causa della recente legge approvata (ed espressione, si badi bene, della volontà popolare e non del volere di Putin, come spesso si sostiene) contro la propaganda omosessuale. Pur non essendo questa la sede per affrontare la questione, è tuttavia giusto rimarcare come nessuno, fra i media più diffusi, ricordi con altrettanta enfasi come la legge subito ribattezzata “anti-gay” vieti esclusivamente le pubblicità e le manifestazioni (come il gay-pride) e non l’omosessualità in sé, che è ammessa come in tutto l’Occidente. Questo, a differenza delle severissime punizioni di alcuni paesi – solidi alleati della Nato come Qatar e Arabia Saudita – dove tutto ciò avviene col benestare di europei ed americani e nel consueto rispetto della teoria dei due pesi e delle due misure. Ciò che colpisce, è vedere un tale atteggiamento proveniente dall’Unione Europea. Proprio da quell’istituzione che dovrebbe spingere per legarci più forte a Mosca al fine di vincere la sfida energetica che in questo momento penalizza noi e avvantaggia l’America – con i suoi costi enormemente inferiori – e che invece si perde in sciocchi boicottaggi e infantili ripicche. Non ultima, quella dell’annullamento della tradizionale cena con Putin in occasione del summit bilaterale del 28 gennaio, come risposta al nuovo accordo stretto dall’agenzia nucleare russa – Rosatom – con l’Ungheria del vituperato Viktor Orban.

Quello che si evince da quanto detto, è che pur di attaccare la Russia ed il suo Presidente – colpevoli, in fin dei conti, di rialzare la testa e di rendere il mondo un posto più sicuro dove l’arma della diplomazia si anteponga alla logica del fuoco – ogni scusa appare buona. Putin questo lo sa, e pare curarsene poco; del resto, non sono certo le rimostranze di alcuni politicanti a scalfire il suo prestigio e quanto accade non è una novità. Come scriveva Sergio Romano – profondo conoscitore del mondo russo, ex ambasciatore a Mosca e uomo unanimemente riconosciuto come super partes – in un brillante articolo apparso a dicembre sul Corriere, altro non è che “il seme dei pregiudizi che hanno oscurato lo sguardo dell’Occidente dai tempi della Russia imperiale a quelli della rivoluzione bolscevica, dalla Russia di Stalin, Nikita Kruscev e Leonid Brezhnev a quella di Michail Gorbaciov, Boris Eltsin e Vladimir Putin”.

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