La Cina rappresenta il centro di gravità della massa asiatica d’oriente. Tutte le questioni relative all’equilibrio mondiale trovano la loro risposta a Pechino. La Cina è inattaccabile.
Jordis von Lohausen

Ciò che della Cina maggiormente impressiona e stupisce l’osservatore esterno sono principalmente la sua dimensione umana (attualmente circa un quinto dell’intera popolazione mondiale è costituita da etnie cinesi) e la grande capacità dei governi che si sono succeduti, nel corso della sua lunghissima storia, a organizzarla. Inoltre, dal particolare punto di vista geopolitico, grande stupore desta certamente la fermezza delle classi dirigenti a perseguire l’unità dello spazio vitale cinese. Secondo il geopolitico francese Defarges (1) l’unità politica della Cina evoca la fatica di Sisifo: appena l’unità è realizzata, subito essa subisce tentativi di frammentazione. Le continue ricostruzioni della grande muraglia ne costituiscono una prova.

Oggi, nell’epoca della frammentazione della massa continentale eurasiatica in piccoli stati dall’incerta sovranità, la Cina, con 11.000 chilometri di coste e 15.000 chilometri di frontiere terrestri, copre 9.560.000 chilometri quadrati della superficie terrestre (2), ed è una nazione-continente difficile da governare e mantenere unita, in special modo da quando sono aumentate, al suo interno, con l’introduzione del “socialismo di mercato”, le tensioni tra la zona continentale, ancora agricola e poco industrializzata, e quella costiera, economicamente più avanzata e progressivamente sempre più interdipendente dall’economia mondiale.
La massima espansione territoriale della Cina, dovuta principalmente ad una forte crescita demografica, si è compiuta tra la fine del XVII secolo e nel corso del secolo successivo. In quel periodo, la Terra di Mezzo, governata dalla dinastia Manciù, comprendeva il Tibet e la Siberia meridionale e copriva una superficie di circa 12.000.000 di chilometri quadrati; tale estensione era stata accompagnata, a scopo protettivo, da una intelligente azione di vassallaggio della periferia che aveva coinvolto, in particolare, la Corea, la Birmania e il Nepal.
All’inizio del XIX secolo lo stato cinese, non riuscendo a far fronte al rilevante problema interno della crescita demografica (3) ed alla pressione delle potenze europee (principalmente Russia, Inghilterra, Francia), è costretto a cedere gran parte del proprio territorio alla Russia e vaste enclaves all’Inghilterra (Hong Kong) e alla Germania (Shangtun); inoltre deve fare importanti concessioni agli Europei riguardo ai suoi centri più importanti e produttivi, come Shangai, Tianjin e Canton. Sostanzialmente gli Europei, in poco più di cinque decenni, dal 1842 al 1895, si appropriano della intera zona costiera della Cina ed estendono la loro influenza all’importante bacino dello Yangtze. L’azione espansiva del colonialismo europeo viene scandita dalle date dei Trattati di Nanchino nel 1842, di Tianjin nel 1858, dalla Convenzione di Pechino nel 1860 ed infine dal Trattato Shimonoseki nel 1895.
Con l’imposizione di tali trattati, passati alla storia come “trattati ineguali”, la Russia e le potenze occidentali riuscirono ad assicurarsi consistenti privilegi commerciali e territoriali nell’Asia orientale, senza peraltro concedere in cambio alcuna contropartita. Le potenze europee ottennero infatti che fossero aperti al commercio, incluso quello dell’oppio, molti porti, alla sovranità sui quali la Cina fu costretta a rinunciare; imposero, inoltre, l’esenzione fiscale per le proprie merci e l’extraterritorialità per i propri cittadini, che potevano circolare liberamente sul territorio cinese e acquisirvi proprietà, senza tuttavia sottostare alle leggi cinesi. Nello stesso arco di tempo, il Tibet fu posto sotto il controllo dell’Inghilterra, la Manciuria sotto quello della Russia, mentre la Francia estese la propria influenza nel sud della Cina, in particolare nelle regioni dello Yunan, del Guangxi e del Guangdong. Sempre sul finire del secolo, il fragile modus vivendi – instaurato tra la Cina e le potenze europee a prezzo di consistenti amputazioni territoriali e perdita della effettiva sovranità dello stato cinese su importanti snodi commerciali e strategici – viene perturbato dall’emergente Giappone, che, annettendosi la Corea ed estorcendo all’ormai debole Impero cinese Taiwan, le isole Pescadores e la penisola Liaotung in Manciuria (3), si appresta ad essere l’unico interlocutore nonché potenziale antagonista delle potenze occidentali e della Russia nello scacchiere orientale.

Per tutta la prima metà del XX secolo, la Cina, diventata repubblica nel 1912, sarà quindi un grande campo di battaglia in cui si affronteranno Giapponesi, nazionalisti del Kuomitang e comunisti cinesi. Con il termine del secondo conflitto mondiale e la vittoria di Mao Tsetung sui nazionalisti (1949), l’unità della Cina viene parzialmente ristabilita ed è quindi recuperata, dopo oltre un secolo, la sovranità dello Stato su gran parte di quello che era stato l’Impero di Mezzo. Tale nuova situazione geopolitica, dovuta alla fermezza del Grande Timoniere nel perseguire l’unificazione della Cina continentale e costiera (con l’esclusione del Tibet, della regione Yunan, che verranno inglobati più tardi, di Taiwan e Hong Kong, che tuttavia la giovane repubblica popolare considerava parte integrante della nazione), non era stata presa in considerazione dagli Stati Uniti e dall’URSS, che intendevano adottare, in coerenza con il costituendo assetto bipolare, anche per il territorio cinese, lo schema tedesco e coreano, vale a dire la creazione di una Cina comunista a nord, facilmente controllata dall’URSS, e di una Cina nazionalista, filoccidentale, a sud, comprensiva del litorale e delle principali isole cinesi.
Grazie alla lungimiranza di Mao Tsetung, che rimase sordo agli inviti di Stalin ad arrestarsi allo Yangtse Kiang, onde facilitargli una satellizzazione della Cina comunista e permettergli, in futuro, la spartizione del bottino cinese con i Giapponesi (trattato di neutralità nippo-sovietico del 1941) oppure con gli alleati “capitalisti”, la Cina riacquistò faticosamente il proprio peso nell’intera area asiatica.

La visione geopolitica della Cina di Mao nel contesto dell’accerchiamento russo-americano

Come più sopra ricordato, Mao Tse Tung, già ben prima della seconda guerra mondiale si era rifiutato di svolgere il ruolo di sentinella alle frontiere della Russia (5) ed anzi aveva mostrato che intendeva difendere la propria visione geopolitica nella conquista dell’intera Cina e nella lotta contro il Giappone. Infatti, una volta ricostituita l’integrità della nazione, la nuova Cina si preoccupò di partecipare alla guerra di Corea ed al sostegno dei partigiani indocinesi contro la Francia, con l’evidente duplice scopo di far pesare la propria presenza in seno al “campo socialista”, egemonizzato dall’URSS, e di costituire una propria rete di paesi satelliti che facessero da pendant a quelli “sovietizzati” dell’Europa orientale.
Il tentativo di costituire una rete di propri satelliti, la partecipazione al movimento dei Paesi non allineati (1955), la guerra con l’India (1962-1963) e gli incidenti sull’Ussuri (1969) si inseriscono nella prospettiva geopolitica cinese di spezzare il doppio accerchiamento strategico dell’URSS e degli USA, i quali, con i loro rispettivi alleati (Mongolia, Vietnam e India da una parte, e Giappone, Corea del sud, Thailandia e Taiwan dall’altra), isolano di fatto la Repubblica Popolare Cinese.
Se per gli USA l’isolamento della Cina significava allontanarla dall’URSS (spezzare il “campo socialista” e contenere il cosiddetto “effetto domino comunista” nello scacchiere orientale, come scriveva la pubblicistica occidentalista del tempo) e soprattutto mantenere tensioni all’interno della massa eurasiatica, onde facilitare la propria penetrazione economica, militare e politica, per l’Unione Sovietica esso si rivelò una pessima mossa strategica; infatti, nel volgere di neanche tre anni dagli incidenti sull’Ussuri, assistiamo al passaggio della Cina nel dispositivo geopolitico statunitense approntato da Kissinger e Nixon (1972): l’asse Washington–Islamabad–Pechino, un dispositivo che riconfermava la volontà espansionistica statunitense in Asia e il vero obiettivo geopolitico di Washington: la conquista dell’heartland eurasiatico, cioè della Russia.
Le due principali potenze eurasiatiche, la Cina e l’Unione Sovietica, non avendo ben compreso la strategia talassocratica degli USA, ne subiscono l’iniziativa per tutti gli anni Settanta ed Ottanta, mentre, nello stesso periodo devono fronteggiare importanti problemi interni di ordine economico-sociale; la Cina inizierà, defunto Mao, la “lunga marcia” verso il “socialismo di mercato” (6), mentre l’Unione Sovietica attraverserà con grandi difficoltà la stagnazione del periodo di Breznev e la destabilizzante perestrojka di Gorbaciov. Mosca, inoltre, si invischierà nel conflitto afgano.

Gli effetti dell’introduzione del socialismo di mercato

La lunga marcia verso il “socialismo di mercato”, iniziata dal presidente cinese Deng Xiaoping con l’introduzione delle riforme economiche del 1978-79, influenza la politica estera cinese che a partire da quella data comincia a praticare forme di distensione verso il Giappone e l’India. Il processo di apertura economica influenza anche la geopolitica interna della Cina, la quale, facendo leva sullo sviluppo della zona costiera, dove in via sperimentale Pechino ha istituito le “Zone economiche speciali”, sembra tornare ad una dimensione marittima. La Cina costiera, osservano A. Chauprade e F. Thual, “sfuggì alla rigidità della pianificazione sovieto-maoista e avviò, per la via portuale, proprio là dove circa cento anni prima era iniziato lo spezzettamento della Cina, il ritorno al mondo capitalista” (7). Come rilevano diversi osservatori (8), lo sviluppo economico costiero, diretto dal governo centrale e dalle imprese straniere (principalmente giapponesi, americane, australiane, coreane, europee e taiwanesi), ha determinato uno squilibrio interno della Cina, attirando decine di milioni di Cinesi e creando in pochi anni una tensione tra una “Cina della crescita”, marittima, ed una “Cina del sottosviluppo”, interna o continentale. Si prevede che tale fenomeno, progressivamente aumentato nel corso degli anni, e particolarmente accelerato a partire dall’entrata della Repubblica Popolare Cinese nell’Organizzazione del Commercio Mondiale, avvenuta nel novembre del 2001 con la firma dell’accordo di Doha, sia destinato, nel prossimo futuro, a sollevare problemi al governo centrale, specie se ad esso si collegheranno altre irrisolte questioni endogene che interessano alcune regioni periferiche, come il Tibet e lo Xinjiang.

Il sistema unipolare e la Cina

L’emergere della Cina come potenza regionale in forte espansione economica ha iniziato a destare serie preoccupazioni all’amministrazione americana verso la fine del 1999 (9). Fino ad allora, gli USA avevano adottato verso Pechino, considerata un “partner strategico”, una politica di engagement (coinvolgimento in campo economico e tecnologico). Secondo alcuni osservatori della Rand Corporation (10), tale dottrina aveva tre principali difetti: a) l’engagement non aveva impedito la produzione cinese di armi chimiche e biologiche né fermato la fornitura di missili cinesi al Pakistan ed all’Iran; b) non offriva basi per rispondere adeguatamente a “cattivi” comportamenti cinesi; c) si basava sull’assunzione, non verificata, che gli aiuti offerti per il suo sviluppo economico e tecnologico avrebbero indotto la Cina a comportamenti cooperativi. Per l’interesse della nazione americana occorreva, secondo gli analisti della Rand Corporation, assumere un’altra politica, che avrebbe dovuto ad un tempo contenere militarmente la Cina e coinvolgerla economicamente nel sistema economico mondiale. Questa nuova strategia da adottare verso la Cina venne battezzata col termine di congagement (containment engagement) (11). Secondo uno dei suoi ideatori, Zalmay Khalilzad, il congagement incorporava “un approccio flessibile durante il periodo della grande transizione cinese”. “Se – scriveva Z. Khalilzad – la Cina sceglie di cooperare con l’attuale sistema internazionale e diventa progressivamente democratica, questa politica (di congagement) evolverà in un reciproco partenariato. Se la Cina diventa una potenza ostile interessata all’egemonia regionale, la nostra posizione si volgerà nel contenimento” (12).
Tale dottrina, per la quale la Cina non è più un “partner strategico” bensì un “competitore strategico”, venne presentata, come noto, da Condoleeza Rice, nell’articolo Promoting the National Interest (13), scritto in occasione della campagna elettorale del 2000, e adottata successivamente dalla presidenza Bush. È proprio nel contesto del congagement che vanno considerati i rapporti tra Cina e USA di questi ultimi cinque anni, caratterizzati da momenti di aperto contrasto alternati a momenti di cooperazione.
La politica statunitense della carota dell’engagement e del bastone del containment dovrà tenere a mente però il celebre ammonimento maoista che recitava press’a poco così: “alla politica della carota occorrerà rispondere con la politica della carota, a quella del bastone con quella del bastone”.
Inoltre gli strateghi dell’iperpotenza americana farebbero bene a riflettere su quanto scriveva il generale Jordis Heinrich von Lohausen a proposito della Cina: “I tentativi di intrusione economica o militare – la sua estensione è troppo vasta – non possono nulla contro di essa. Essa è di un’altra razza e di una cultura antica, di gran lunga più antica. La Cina ha accumulato tutta l’esperienza della storia mondiale e resiste ad ogni trasformazione. La Cina è inattaccabile” (14). La crescita economica della Cina non deve dunque intimorire i popoli europei; essa si appresta, insieme a Russia e India, ad essere uno dei pilastri dell’auspicabile futuro multipolare e, soprattutto, il suo punto di equilibrio.

Note

1. Philippe Moreau Defarges, Dictionnaire de géopolitique, Editions Dalloz, Armand Colin, Paris, 2002, p.35.
2. La Cina si trova, nella classifica per estensione territoriale mondiale, al terzo posto, dopo il Canada (9.970.610 kmq) e la Federazione russa (17.075.400 kmq). (fonte Calendario Atlante De Agostini, Istituto Geografico De Agostani, Novara, 2004).
3. John King Fairbanks, Storia della Cina contemporanea, Rizzoli, Milano, 1988, p. 86 e seguenti.
4. La prima guerra sino-giapponese, 1894-1895, detta anche guerra Jiawu, dal nome dell’anno cinese in cui si svolse, per distinguerla da quella del 1937-1945, fu combattuta principalmente per il dominio sulla Corea, che, per la sua particolare posizione geostrategica, veniva da Tokyo considerata una testa di ponte in direzione del continente asiatico.
5. A tal riguardo si leggano le due Direttive interne per il Partito redatte da Mao Tsetung a nome del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese: La situazione dopo la vittoria sulla seconda campagna anticomunista (18 marzo 1941) e Bilancio della vittoria sulla seconda campagna anticomunista (8 maggio 1941), nelle quali Mao Tsetung insiste sulla necessità di continuare la guerra di resistenza nonostante l’Unione Sovietica avesse firmato con il Giappone, il 13 aprile 1941, il patto di neutralità. Il patto “consolidò la pace sulla frontiera orientale dell’URSS, sventò il complotto della Germania, dell’Italia e del Giappone per un attacco congiunto contro l’Unione Sovietica, e rappresentò una grande vittoria della politica estera di pace dell’Unione Sovietica”. (Mao Tsetung, Opere Scelte, vol. II, Casa editrice in lingue estere, Pechino, 1971, p. 481-491).
6. “Il socialismo di libero mercato è un ibrido ideologico, giustificato da Pechino con la considerazione che alcuni strumenti economici, a lungo etichettati come capitalisti, sono in realtà neutri e possono essere impiegati per favorire la crescita economica. Socialismo e libero mercato non sono in contraddizione , perché il mercato non porta necessariamente al capitalismo e anche nelle economie capitaliste vi sono forme di pianificazione economica”. (Maria Weber, Il dragone e l’aquila. Cina e USA. La vera sfida, Università Bocconi editore, Milano, 2005, pp. XII-XIII).
7. Aymeric Chauprade, François Thual, Dictionnaire de géopolitique, Ellipses, Paris, 1999, p. 97.
8. Philippe Moreau Defarges, op. cit. e Aymeric Chauprade, François Thual, op.cit.
9. Nel 1999 le relazioni tra Cina e USA si deteriorarono in seguito a due distinti episodi: l’accusa alla Cina di aver sottratto secreti militari americani (U.S. National Security and Military/Commercial Concerns with the People’s Republic of China, Select Committee, U.S. House of Representative, Re. Cristopher Cox, Chairman, U.S. Government Printing Office, Washington, DC, 1999), e la questione del bombardamento dell’ambasciata cinese di Belgrado del maggio 1999.
10. Think tank proposes shift in Clinton’s China policy, in “Asian Political News”, 13 settembte, 1999.
11. Zalmay Khalilzad et al., The United States ad a Rising China: Strategic and Military Implication, Rand Corporation, Santa Monica, 1999.
12. Zalmay Khalilzad, Congage China, IP-187, Rand Corporation, Santa Monica, 1999. Zalmay Khalilzad, attualmente ricopre la carica di Ambasciatore straordinario e plenipotenziario degli USA in Iraq, è stato Ambasciatore in Afghanistan (2003-2005) e consigliere del Segretario alla Difesa, Rumsfeld. All’epoca della definizione della strategia del congagement dirigeva il programma “Strategy, Doctrine and Force Structure”, nell’ambito del progetto Air Force della Rand Corporation.
13. Condoleeza Rice, Promoting the National Interest, “Foreign Affairs”, vol. 79, no. 1, January-February 2000, pp.45-62.
14. Jordis von Lohausen, Mut zur Macht. Denken in Kontinenten, Kurt Vowinckel, Berg am See, 1981.

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