Dopo il precedente articolo (Dove va il mondo?) che prendeva spunto dalle dichiarazioni di Putin (riportate in una nota di Jean Jeronimo in Où va la Russie ? Moscou, à la recherche d’une identité post-soviétique) circa la decisività della spinta nella sfera politica per la rinascita e per il ritorno della Russia sul palcoscenico mondiale (riflessione che, peraltro, ci era servita, per fornire un’ interpretazione meno superficiale di quanto viene celato dietro il paravento dello scontro di civiltà)[1] vorremmo segnalare un altro lavoro, sempre di un analista francese, che riporta concetti cruciali, sulla presente fase geopolitica, sui quali anche noi abbiamo spesso insistito.

Le riflessioni in questione, trascritte nel sito geostrategie.com, sono a firma di Aymeric Chauprade ed il titolo del pezzo è già di per sé esplicativo:  La Russie, obstacle majeur sur la route de « l’Amérique-monde » (La Russia, principale ostacolo sulla strada dell’America-mondo).

La tesi principale avanzata dall’autore è quella secondo cui gli Usa, dopo l’11 settembre 2001, non sono stati in grado di realizzare il proprio progetto di egemonismo integrale, per merito della Russia, la quale difendendo il proprio spazio vitale, coincidente con l’heartland, ha dimostrato al mondo che la fase unipolare, a guida indiscussa di una sola superpotenza, è definitivamente tramontata e non potrà più essere realizzata nei termini in cui era stata concepita dagli strateghi americani.

La Russia ha anche comprovato all’Europa che senza un’intesa preventiva con essa sul piano energetico i livelli di sviluppo tecnologico e industriale del Vecchio Continente saranno a rischio per il prossimo futuro, mentre è solo da una mutua cooperazione nei diversi ambiti sociali (e, quindi non esclusivamente, in quelli commerciali) che i partners dell’est e dell’ovest potranno proiettarsi, quali punti di snodo cruciali, nella riconfigurazione degli equilibri mondiali, inevitabilmente tendenti al multipolarismo. L’Europa sembra però non aver compreso la direzione di questi cambiamenti epocali e si ostina a seguire gli Stati Uniti nel loro progetto unipolare, ormai fallimentare, che dal lato europeo porterà ancora svantaggi politici, crisi economiche e il rischio di spingere un partner fondamentale, qual è appunto diventata la Russia, a guardare più verso Oriente che in direzione dell’occidente.

Chauprade rammenta che uno degli autori classici della geopolitica, H. Mackinder, imperniava il suo impianto teorico su una nozione chiave: quella secondo cui “le grandi dinamiche geopolitiche del pianeta si articolavano intorno al cuore del mondo (heartland), l’Eurasia”.

A sua volta, quest’ultima aveva come suo pivot centrale la Russia, nazione che dal punto di vista geostrategico, ha sempre giocato ad est un ruolo paragonabile a quello Germania in Europa. Per tale ragione solo neutralizzando Mosca diventava possibile controllare l’intera Eurasia ed esprimere un controllo assoluto su tutta l’area: “La théorie de Mackinder nous rappelle deux choses que les thalassocraties anglo-saxonnes n’ont jamais oubliées : il n’y a pas de projet européen de puissance (d’Europe puissance) sans une Allemagne forte et indépendante (or l’Allemagne reste largement sous l’emprise américaine depuis 1945) ; il n’y pas d’équilibre mon- dial face au mondialisme américain sans une Russie forte[2].”

Senza dubbio una Russia forte, politicamente indipendente ed economicamente stabile, impedisce alla potenza centrale americana di dispiegare il suo disegno di dominio incontrastato sul pianeta, facendo traballare la sua visione messianica di iperpuissance con un destino manifesto: “L’Amérique veut l’Amérique-monde; le but de sa politique étrangère, bien au- delà de la seule optimisation de ses intérêts stratégiques et économiques du pays, c’est la transformation du monde à l’image de la société américaine. L’Amérique est messianique et là est le moteur intime de sa projection de puissance. En 1941, en signant la Charte de l’Atlantique, Roosevelt et Churchill donnaient une feuille de route au rêve d’un gouvernement mondial visant à organiser une mondialisation libérale et démocratique. Jusqu’en 1947, l’Amérique aspira à la convergence avec l’URSS dans l’idée de former avec celle-ci un gouvernement mondial, et ce, mal- gré l’irréductibilité évidente des deux mondialismes américain et soviétique. Deux ans après l’effondrement européen de 1945, les Américains comprirent qu’ils ne parviendraient pas à entraîner les Soviétiques dans leur mondialisme libéral et ils se résignèrent à rétrécir géographiquement leur projet : l’atlantisme remplaça pro- visoirement le mondialisme.”[3]

Pertanto, all’indomani della caduta della cortina di ferro e del sistema socialista che dietro di questa, in isolamento dal resto del mondo, aveva stentato a svilupparsi col suo modello politico di centralizzazione statale e di economia pianificata (nulla a che vedere con il proclamato comunismo degli esordi rivoluzionari che avrebbe dovuto realizzare il sogno dell’uguaglianza sociale e della fine dello sfruttamento capitalistico) gli statunitensi sono tornati a riproporre la loro primigenia visione assolutistica di un mondo interamente sottoposto al giogo della loro autorità politica, economica, culturale, e militare.

Ma queste pretese egemoniche ammantate da un destino manifesto (Manifest Destiny) sono durate, in termini storici, l’espace d’un matin dimostrando l’eccesso di velleitarismo che si nascondeva nelle dottrine suprematiste di una nazione che nell’ultimo scorcio del XX secolo aveva realmente creduto di poter annichilire il movimento della storia.

In questa chiave fanatica vanno anche lette le fantomatiche emergenza mondiali relative all’importazione della democrazia e al terrorismo islamico, con il suo corteggio di organizzazioni internazionali dell’odio che ne incarnano il disegno, vedi Al Qaeda: “La guerre contre l’islamisme n’est que le paravent officiel d’une guerre beaucoup plus sérieuse : la guerre de l’Amérique contre les puissances eurasiatiques.”[4]

Ma il dilemma americano non ha solo la faccia fiera del rigenerato establishment russo che governa un’estensione territoriale quasi-continentale: “Après la disparition de l’URSS, il est apparu clairement aux Américains qu’une puissance continentale, par la combinaison de sa masse démographique et de son potentiel industriel, pouvait briser le projet d’Amérique-monde : la Chine. La for- midable ascension industrielle et commerciale de la Chine face à l’Amérique fait penser à la situation de l’Allemagne qui, à la veille de la Première Guerre mondiale, rattrapait et dépassait les thalassocraties anglo-saxonnes. Ce fut la cause première de la Première Guerre mondiale”[5].

Per quanto, geopoliticamente, la Cina appaia al momento più arretrata della Russia, nel senso che la sua strategia è fondamentalmente basata su un più ristretta rappresentazione economica – penetrazione e conquista dei mercati esteri accreditandosi quale “fabbrica del mondo” – il possibile saldamento di questo fattore con una più ampia visione (geo)politica impensierisce oltremodo i decisori statunitensi: “Si la Chine se hisse au tout premier rang des puissances pensent les stratèges américains, par la combinaison de sa croissance économique et de son indépen- dance géopolitique, et tout en conservant son modèle confucéen à l’abri du démo- cratisme occidental, alors c’en est fini de l’Amérique-monde. Les Américains peu- vent renoncer à leur principe de Destinée manifeste (Principle of Manifest Destiny) de 1845 ainsi qu’au messianisme de leurs pères fondateurs, fondamentalistes bi- blistes ou franc-maçons[6].”

Quando il socialismo sovietico si è de-realizzato gli americani si sono liberati di un fardello ingombrante posto sul loro cammino biblico di potenza predestinata ma hanno dovuto rapidamente concentrare le proprie energie sul contenimento della Cina. Come dice Chauprade gli statunitensi, memori degli insegnamenti di Mackinder, dopo aver distrutto le aspirazioni eurasiatiche della Germania e poi quelle dei russi, dovevano adesso fronteggiare e debellare quelle cinesi. Questi argomenti non potevano essere rivelati tal quali alla propria opinione pubblica né, tanto meno, ci si poteva aspettare un’adesione ai piani americani da parte degli alleati europei dichiarando apertamente le finalità strategiche perseguite. Per queste motivazioni sono state enfatizzate problematiche reali ma che fino a quel momento avevano avuto al massimo una dimensione regionale: “La guerre humanitaire et la guerre contre le terrorisme seraient les nouveaux prétextes servant à masquer les buts réels de la nouvelle grande guerre eurasiatique : la Chine comme cible, la Russie comme condition pour emporter la bataille. La Chine comme cible parce que seule la Chine est une puissance capable de dépasser l’Amérique dans le rang de la puissance matérielle à un horizon de vingt ans. La Russie comme condition parce que de son orientation stratégique découlera largement l’organisation du monde de demain : unipolaire ou multipolaire[7]”.

Individuata la complessiva strategia americana se ne possono analizzare adesso i singoli segmenti. Secondo l’analista francese gli americani starebbero puntando a:

– compattare un blocco transatlantico da spingere fino alle frontiere della Russia e sul lato occidentale della Cina

– stringere d’assedio la Cina controllandone le fonti di approvvigionamento energetico dalle quali dipendono le sorti del suo sviluppo economico.

– accerchiare l’impero di mezzo grazie ad alleanze con i suoi avversari secolari (indiani, vietnamiti, coreani, giapponesi, taiwanesi, etc.).

– indebolire l’equilibrio tra le grandi potenze nucleari con lo sviluppo dello scudo antimissile che, tuttavia, Obama al momento dice di non voler più impiantare (ma si tratta solo di un ripiegamento congiunturale).

– strumentalizzare i separatismi manifesti o potenziali nei diversi contesti nazionali (dalla Serbia, alla Russia, alla Cina, fino all’Indonesia e, ovviamente, al Medio-oriente arabo).

Finché al potere in Russia restava insediata la casta oligarchica eltsiniana gli americani hanno davvero sperato di poter dare forma a quell’alleanza, ad essi del tutto favorevole, che da Vladivostok arrivava fino a Vancouver, finalizzata a fortificare il loro assoluto ed indiscusso monocentrismo, secondo quanto auspicato dal Presidente Bush senior. Per questo gli americani invece di smantellare e rinunciare ai precedenti assetti militari, all’indomani della dissoluzione dell’URSS, hanno mantenuto e rafforzato la Nato, nonostante la funzione di quest’organizzazione fosse palesemente venuta meno con il disgregamento del patto di Varsavia e dei paesi che lo avevano costituito: “L’extension du bloc transatlantique est la première dimension du grand jeu eurasiatique. Les Américains ont non seulement conservé l’OTAN après la disparition du Pacte de Varsovie mais ils lui ont redonné de la vigueur : premièrement l’OTAN est passé du droit international classique (intervention uniquement en cas d’agression d’un Etat membre de l’Alliance) au droit d’ingérence. La guerre contre la Serbie, en 1999, a marqué cette transition et ce découplage entre l’OTAN et le droit international. Deuxièmement, l’OTAN a intégré les pays d’Europe centrale et d’Europe orientale. Les espaces baltique et yougoslave (Croatie, Bosnie, Kosovo) ont été intégrés à la sphère d’influence de l’OTAN. Pour étendre encore l’OTAN et resserrer l’étau autour de la Russie, les Américains ont fomenté les révolutions colorées (Géorgie en 2003, Ukraine en 2004, Kirghizstan en 2005), ces retourne- ments politiques non violents, financés et soutenus par des fondations et des ONG américaines, lesquelles visaient à installer des gouvernements anti-russes. Une fois au pouvoir, le président ukrainien pro-occidental demanda naturellement le départ de la flotte russe des ports de Crimée et l’entrée de son pays dans l’OTAN. Quant au président géorgien il devait, dès 2003, militer pour l’adhésion de son pays dans l’OTAN et l’éviction des forces de paix russes dédiées depuis 1992 à la protection des populations abkhazes et sud-ossètes[8]”. Il sogno Americano s’infrange definitivamente però con la salita al potere di una nuova classe dirigente in Russia. Su questo tema e sulla riorganizzazione politica del gigante dell’est ho scritto su un articolo che uscirà prossimamente per la rivista Eurasia. Nonostante sappiamo benissimo che certe dinamiche sono di tipo oggettivo e nascono all’interno di determinate congiunture storiche occorre, tuttavia, dare il giusto risalto ai portatori soggettivi di questi “sviluppi”, cioè agli uomini che si fanno interpreti di tali cambiamenti radicali: “En 2000, un événement considérable, peut-être le plus important depuis la fin de la Guerre froide (plus important encore que le 11 septembre 2001) se produisit pourtant : l’accession au pouvoir de Vladimir Poutine. L’un de ces retourne- ments de l’histoire qui ont pour conséquences de ramener celle-ci à ses fondamen- taux, à ses constantes. Poutine avait un programme très clair : redresser la Russie à partir du levier énergétique. Il fallait reprendre le contrôle des richesses du sous-sol des mains d’oligarques peu soucieux de l’intérêt de l’Empire. Il fallait construire de puissants opérateurs pétrolier (Rosneft) et gazier (Gazprom) russes liés à l’Etat et à sa vision stratégique. Mais Poutine ne dévoilait pas encore ses intentions quant au bras de fer américano-chinois. Il laissait planer le doute. Certains, dont je fais d’ailleurs partie puisque j’analysais à l’époque la convergence russo-américaine comme passagère et opportune (le discours américain de la guerre contre le terrorisme interdisait en effet momentanément la critique américaine à propos de l’action russe en Tchétchénie), avaient compris dès le début que Poutine reconstruirait la politique indépendante de la Russie ; d’autres pensaient au contraire qu’il serait occidentaliste. Il lui fallait en finir avec la Tchétchénie et reprendre le pétrole. La tâche était lourde. Un symp- tôme évident pourtant montrait que Poutine allait reprendre les fondamentaux de la grande politique russe : le changement favorable à l’Iran et la reprise des ventes d’armes à destination de ce pays ainsi que la relance de la coopération en matière de nucléaire civil[9]”. In sostanza, il corso politico seguito dal nuovo establishment russo ha smantellato le ambizioni eurasiatiche degli yankees. Questa sentenza storica segna la fine della strategia unipolare statunitense che non può concretarsi senza l’integrazione di Mosca nel famigerato blocco transatlantico. Quindi, nessun blocco intercontinentale a guida Usa nessuna possibilità di sbarrare il passo alla Cina e alle sue alleanze ad est. E’ questo l’ingrediente fondamentale che ha esacerbato lo squilibrio e l’instabilità mondiale favorendo l’entrata nella fase multipolare. Sebbene dopo l’11 settembre gli americani hanno creduto ancora di potersi riposizionare sullo scacchiere eurasiatico, i loro piani sono nuovamente falliti nel giro di un lustro: “Le 11 septembre 2001 offrit pourtant l’occasion aux Américains d’accélérer leur programme d’unipolarité. Au nom de la lutte contre un mal qu’il avaient eux- mêmes fabriqués, ils purent obtenir une solidarité sans failles des Européens (donc plus d’atlantisme et moins « d’Europe puissance »), un rapprochement conjonctu- rel avec Moscou (pour écraser le séparatisme tchétchéno-islamiste), un recul de la Chine d’Asie centrale face à l’entente russo-américaine dans les républiques musul- manes ex-soviétiques, un pied en Afghanistan, à l’ouest de la Chine donc et au sud de la Russie, et un retour marqué en Asie du Sud-est. Mais l’euphorie américaine en Asie centrale ne dura que quatre ans. La peur d’une révolution colorée en Ouzbékistan poussa le pouvoir ouzbek, un moment tenté de devenir la grande puissance d’Asie centrale en faisant contrepoids au grand frère russe, à évincer les Américains et à se rapprocher de Moscou. Washington per- dit alors, à partir de 2005, de nombreuses positions en Asie centrale, tandis qu’en Afghanistan, malgré les contingents de supplétifs qu’elle ponctionne à des Etats européens incapables de prendre le destin de leur civilisation en main, elle continue de perdre du terrain face à l’alliance talibano-pakistanaise, soutenue discrètement en sous-main par les Chinois qui veulent voir l’Amérique refoulée d’Asie centrale. Les Chinois, de nouveau, peuvent espérer prendre des parts du pétrole kazakh et du gaz turkmène et construire ainsi des routes d’acheminement vers leur Turkestan (le Xinjiang). Pékin tourne ses espoirs énergétiques vers la Russie qui équilibrera à l’avenir ses fournitures d’énergie vers l’Europe par l’Asie (non seulement la Chine mais aussi le Japon, la Corée du Sud, l’Inde…)[10]”.

Infine, possiamo tornare alla nostra asserzione iniziale: la Russia è certamente la nazione chiave per il dispiegamento del multipolarismo in virtù di una duplice oggettività, “posizionale” e politica, che al momento, consente al colosso dell’est di esprimere al meglio la propria potenza. Ma è, innanzitutto, la politica putiniana, fondata sulla leva energetica, che ha riportato Mosca agli antichi fasti sospingendola nelle alleanze antiegemoniche che coinvolgono ormai tanto l’America Latina (Venezuela) che il Medio-Oriente (Iran): “Cet axe est le contrepoids au pétrole et au gaz arabes conquis par l’Amérique. Washington voulait étouffer la Chine en contrôlant l’énergie. Mais si l’Amérique est en Arabie Saoudite et en Irak (1ère et 3e réserves prouvées de pétrole), elle ne contrôle ni la Russie, ni l’Iran, ni le Venezuela, ni le Kazakhstan et ces pays bien au contraire se rapprochent. Ensemble, ils sont décidés à briser la suprématie du pétrodollar, socle de la centralité du dollar dans le système économique mondial (lequel socle permet à l’Amérique de faire supporter aux Européens un déficit budgétaire colossal et de renflouer ses banques d’affaires ruinées)[11].”

Certo, la Casa Bianca (chiunque assurga al potere, sia esso democratico o repubblicano, bianco, nero giallo ecc. ecc.) non resterà a guardare lo svilupparsi di una situazione ad essa totalmente sfavorevole che rischia d’infrangere i suoi sogni egemonici o di ridimensionare la portata geopolitica delle sue aspirazioni. Per questo la pressioni sulla Russia si faranno sempre più aspre nonostante qualche apparente apertura, come ultimamente verificatosi sul sistema ABM. Tuttavia, a lungo termine, l’aggressività americana è destinata a ripresentarsi e i prodromi di questa sono già visibili nella periferia prossima russa. Queste ipotesi sono confermate, ad esempio, dallo schieramento di truppe in Georgia e dall’ingerenza crescente negli affari di molti paesi del Caucaso. Al momento il progetto più avanzato resta quello dell’installazione di due basi terrestri e una navale nel paese governato dal quisling Shakasvili. Tutto ciò sul piano militare. Ma anche sul piano geoconomico e commerciale gli americani non restano in “surplace”: “Les Américains vont tenter de développer des routes terrestres de l’énergie (oléoducs et gazoducs) alternatives à la toile russe qui est en train de s’étendre sur tout le continent eurasiatique, irri- guant l’Europe de l’Ouest comme l’Asie. [12]”.

E l’Europa come si comporta di fronte al rimescolamento degli assetti geopolitici di questa fase? Essa agisce in maniera scoordinata e quando decide di muoversi unitariamente è solo per impedire ai paesi membri di approfondire troppo i loro rapporti con Mosca per non irritare Washington. E’ quello che si è verificato, solo per citare un caso emblematico, allorché alcune imprese energetiche europee hanno stretto accordi di partenariato con le omologhe russe per gli approvvigionamenti e per l’installazione di gasdotti. Ne sa qualcosa la nostra Eni, sottoposta ad attacchi vergognosi e pretestuosi da parte delle burocrazie europee (ma purtroppo anche da parte dei poteri decotti nazionali italiani e delle loro “sponde” partitiche) che non vedono di buon occhio il SouthStream, sistema di pipelines gasiere concorrente a quello filoamericano Nabucco, sostenuto proprio dall’Ue per mero servilismo pro-Usa, essendo stata ampiamente dimostrata la non profittabilità economica di quest’ultimo progetto[13].

Ma non è sicuramente questa la via che permetterà al Vecchio Continente di poter ancora contare qualcosa nella fase multipolare in dispiegamento:“Dans ces conditions et alors que la multipolarité se met en place, les Européens feraient bien de se réveiller. La crise économique profonde dans laquelle ils semblent devoir s’enfoncer durablement conduira-t-elle à ce réveil ? C’est la conséquence positive qu’il faudrait espérer des difficultés pénibles que les peuples d’Europe vont endurer dans les décennies à venir[14].”


[1] Il c.d. scontro di civiltà sarebbe più correttamente da intendersi quale mera proiezione ideologica e “fenomenica” di un sotteso e ben più sostanziale trapasso epocale derivante dal depotenziamento di un tipo particolare di formazione sociale, quella dei funzionari privati del capitale di matrice americana, a vantaggio di una diversa tipologia riproduttiva ancora in gestazione.

[2] La teoria di Mackinder ci ricorda due cose che le talassocrazie anglosassoni non hanno mai dimenticato: non ci sono progetti europei di potenza (di Europa potente) senza una Germania forte ed indipendente (ma la Germania resta in gran parte sotto l’influenza americana dal 1945); non ci sono equilibri mondiali di fronte al mondialismo americano senza una Russia forte.

[3] L’America vuole l’America-mondo; lo scopo della sua politica estera, bene al di là della sola ottimizzazione dei suoi interessi strategici ed economici del paese, è la trasformazione del mondo a immagine della società americana. L’America è messianica ed è questo l’intimo motore della sua proiezione di potenza. Nel 1941, firmando la Carta dell’Atlantico, Roosevelt e Churchill davano un itinerario al sogno di un governo mondiale finalizzato ad organizzare una mondializzazione liberale e democratica. Fino al 1947, l’America aspirò alla convergenza con l’URSS nell’ide di formare con questa un governo mondiale, e ciò, malgrado l’irriducibilità evidente dei due mondialismi americano e sovietico. Due anni dopo il crollo europeo del 1945, gli americani capirono che non sarebbero giunti a insinuare i sovietici nel loro mondialismo liberale e si rassegnarono a restringere geograficamente il loro progetto: l’atlantismo rimpiazzerà provvisoriamente il mondialismo.

[4] La guerra contro l’islamismo è soltanto il paravento ufficiale di una guerra molto più seria: la guerra dell’America contro le potenze eurasiatiche.

[5] Dopo la scomparsa dell’URSS, è sembrato chiaramente agli americani che una potenza continentale, con la combinazione della sua massa demografica e del suo potenziale industriale, poteva rompere il progetto di America-mondo: la Cina. Il formidabile progresso industriale e commerciale della Cina di fronte all’America fa pensare alla situazione della Germania che, alla vigilia della Prima Guerra mondiale, recuperava e superava le talassocrazie anglosassoni. Fu la causa principale dello Prima Guerra mondiale.

[6] Se la Cina si issa al rango di superpotenza, pensano gli strateghi americani, grazie alla combinazione della sua crescita economica e della indipendenza geopolitica, e pur conservando il suo modello confuciano al riparo dal democratismo occidentale, allora è finita per l’America-mondo. Gli americani possono rinunciare al principio del Destino manifesto (Principle of Manifest Destiny) del 1845 e al messianismo dei loro padri fondatori, fondamentalisti biblisti o franc-maçons [vedi wikipedia alla voce corrispondente]”.

[7] La guerra umanitaria e la guerra contro il terrorismo sono i nuovi pretesti che servono a mascherare gli scopi reali delle nuova grande guerra eurasiatica: la Cina come obiettivo, la Russia come condizione per vincere la battaglia. La Cina come obiettivo perché solo la Cina è una potenza capace di scalzare l’America dai ranghi di potenza mondiale in un orizzonte di venti anni. La Russia come condizione perché dal suo orientamento strategico deriverà in gran parte l’organizzazione del mondo di domani: unipolare o multipolare.

[8] L’estensione del blocco transatlantico è la prima dimensione del grande gioco eurasiatico. Gli Americani hanno non soltanto conservato la NATO dopo la scomparsa del Patto di Varsavia ma gli hanno ridato vigore: primieramente la NATO è passata dal diritto internazionale classico (intervento soltanto in caso d’aggressione di uno Stato membro dell’alleanza) al diritto di ingerenza. La guerra contro la Serbia, nel 1999, ha segnato questa transizione e questo disaccoppiamento tra la NATO ed il diritto internazionale. In secondo luogo la NATO ha integrato i paesi dell’Europa centrale e dell’Europa orientale. Gli spazi Baltici ed iugoslavi (Croazia, Bosnia, Kosovo) sono stati integrati nella sfera  d’influenza della NATO. Per espandere ancora la NATO e attorniare la Russia, gli americani ha fomentato le rivoluzioni colorate (Georgia nel 2003, Ucraina nel 2004, Kirghisistan nel 2005), questi sovvertimenti politici non violenti, finanziati e sostenuti da fondazioni e ONGS americane, che miravano ad installare governi anti-russi. Una volta al potere, il presidente ucraino pro-occidentale chiese naturalmente la partenza della flotta russa dai porti della Crimea e l’entrata del suo paese nella NATO. Quanto al presidente georgiano egli spinse, dal 2003, per l’adesione del suo paese nella NATO e lo sfratto delle forze di pace russa dedicate dal 1992 alla protezione delle popolazioni dell’Abkhazia. e dell’Ossezia del sud.

[9] Nel 2000, un avvenimento considerevole, può darsi il più importante dalla fine della guerra fredda (più importante ancora che l’11 settembre 2001) si determinò, tuttavia: l’accesso al potere di Vladimir Putin. Uno di quei rivolgimenti della storia che hanno per conseguenza di riportare questa ai suoi fondamentali, alle sue costanti. Putin aveva un programma molto chiaro: raddrizzare la Russia a partire dalla leva energetica. Occorreva riprendere il controllo delle ricchezze del sottosuolo delle mani degli oligarchi poco preoccupati degli interessi dell’impero. Occorreva costruire forti operatori petroliferi (Rosneft) e gasieri (Gazprom) legati allo stato russo e alla sua visione strategica. Ma Putin non svelò ancora le sue intenzioni sul braccio di ferro americano-cinese. Egli lasciava crescere il dubbio. Alcuni, di cui faccio del resto parte poiché analizzavo all’epoca la convergenza russo-americana come passeggera ed opportuna (il discorso americano della guerra contro il terrorismo interdiva infatti momentaneamente la critica americana a proposito dell’azione russa in Cecenia), avevano compreso dall’inizio che Putin avrebbe ricostruito la politica indipendente della Russia; altri pensavano al contrario che sarebbe stato occidentalista. Gli occorreva chiudere con Cecenia e riprendere il petrolio. Il compito era difficile. Un sintomo chiaro tuttavia mostrava che Putin rprendeva i fondamentali della grande politica russa: il cambiamento favorevole verso l’Iran e la ripresa delle vendite di armi verso questo paese e il rilancio della cooperazione in materia di nucleare civile.

[10] L’11 settembre 2001 offrì tuttavia l’occasione agli americani di accelerare il loro programma unipolarista. In nome della lotta contro un male che aveva loro stessi fabbricato, poterono ottenere una solidarietà senza falle dagli europei (dunque più atlantismo e meno “Europa potente„), un ravvicinamento congiunturale con Mosca (per schiacciare il separatismo ceceno-islamista), un arretramento della Cina dall’Asia centrale a fronte dell’intesa russo-americana negli repubbliche musulmane ex-sovietiche, un piede in Afganistan, a ovest della Cina dunque ed a sud della Russia, ed un ritorno significativo nel Sud-est asiatico. Ma l’euforia americana in Asia centrale durò soltanto quattro anni. Il timore di una rivoluzione colorata in Uzbekistan spinse il potere uzbeko, per un momento tentato di diventare la grande potenza dell’Asia centrale facendo contrappeso al grande fratello russo, ad escludere gli americani ed à avvicinarsi a Mosca. Washington perse allora, a partire dal 2005, numerose posizioni in Asia centrale, mentre in Afganistan, malgrado i contingenti di suppletivi che spilla a stati europei incapaci di prendere in  mano il destino della loro civiltà, continua a perdere terreno di fronte all’alleanza talibano-pakistana, sostenuta discretamente sotto banco da parte dei cinesi che vogliono vedere l’America respinta dell’Asia centrale. I cinesi, nuovamente, possono  prendere parte del petrolio kazako e del gas turkmeno e costruire così vie d’istradamento verso il loro Turkestan (Xinjiang). Pechino rivolge le sue speranze energetiche verso la Russia che equilibrerà in futuro le sue forniture energetiche dall’Europa per l’Asia (non soltanto la Cina ma anche il Giappone, la Corea del Sud, l’India…)

[11] Quest’asse è il contrappeso al petrolio ed al gas arabi conquistati dall’America. Washington voleva soffocare la Cina controllando l’energia. Ma se l’America è in Arabia Saudita ed in Iraq (1° e 3° per riserve comprovate di petrolio), essa non controllale né la Russia, né l’Iran, né il Venezuela, né il Kazakhstan e questi paesi al contrario si avvicinano. Insieme, sono decisi à rompere la supremazia del petrodollaro, base della centralità del dollaro nel sistema economico mondiale (la quale base permette all’America di fare sopportare agli europei un deficit colossale e salvare le sue banche d’affari fallite).

[12] Gli americani stanno tentando di sviluppare strade dell’energia (oleodotti e gasdotti) alternativi alla trama russa che si sta estendendo su tutto il continente eurasiatico, “irrorando” anche l’Europa occidentale e l’Asia.

[13] A tal proposito riporto in nota un articolo tratto dal quotidiano Libero che svela uno degli ennesimi colpi che stanno per essere sferrati contro l’Eni, rea di essersi posizionata dalla parte sbagliata in questa guerra del gas:

L’olandese volante manovra su Eni, fonte Libero di Claudio Antonelli

Gli strani interessi del fondo Kvam

La più grande azienda italiana è sotto attacco. Domani il pressing americano sull’Eni uscirà allo scoperto. Ad agosto, le velate – nemmeno tanto – critiche di esponenti vicini ai democratici di Washington, preoccupati per l’asse del cane a sei zampe con la Libia e con la Russia. A settembre, Eric Knight, fondatore del fondo Usa Knight Vinke Asset Management, chiede in una lettera ai vertici dell’Eni lo spezzatino del gruppo. Ora Kvam decide di formalizzare i suoi suggerimenti in un incontro pubblico a Milano (domani alle 10, Hotel Four Seasons). L’obiettivo è raccogliere il consenso tra i piccoli azionisti necessario per portare avanti in assemblea la proposta vera e propria. La tesi sottostante, sostenuta da una Lex Column del Financial Times e suggerita da Knight, é che l’Eni sia un monopolio verticalmente integrato ormai anacronistico. Quindi, separarla in due tronconi potrebbe far felici gli azionisti e risolvere varie magagne, politiche e regolatorie oltre che finanziarie. Il riferimento è nel core business di Total, Bp e Shell. Da un lato aziende grosse impegnate nell’estrazione e dall’altro colossi come Gas de France, E.On e Centrica che si occupano della commercializzazione.

Gli obiettivi

Secondo il fondo Usa, dunque, separare l’upstream dal downstream creerebbe valore finanziario addirittura del 100% e comporterebbe un ritorno immediato sia per Eric knight, il fondatore di Kvam, che detiene l’uno per cento di Eni (oltre a partecipazioni in Enel e Snam Rete Gas) e per CalPers, il fondo pensionistico della California partner storico e alleato fidato di Knight in tante battaglie. Tutte sostenute da un medesimo schema: primo proporre un’operazione diretta a cambiare le strategie e la struttura della società adocchiata. Fare pressione sui vertici. Fare una campagna sui mass media per convincere grandi e piccoli azionisti. Infine chiudere la partita e monetizzare i ritorni. Negli ultimi anni il fondo ha agito così verso Hsbc, Shell e Suez. Interessante è il caso dei francesi di Suez.

Il caso Suez

Nel gennaio 2004 Knight acquisisce una quota dell’uno per cento circa , come ha fatto con Eni lo scorso anno. Nel novembre successivo scrive una lettera al board per chiedere una revisione strutturale delle attività. La richiesta principale avanzata a Suez è smembrare i conglomerati vendendo il 50% di Electrobel, fornitore di elettricità belga a un prezzo medio di 450 euro per azione. Suez rifiuta. A marzo 2005 Kvam convince 34 Comuni belgi a chiedere uno spin-off che avrebbe potenzialmente reso alle locali casse pubbliche 8 miliardi di dollari. Poi il fondo Usa sposta l’interesse sulla fusione Suez-Gdf dichiarandola iniqua e definendo sottocapitalizzata Gdf. A novembre 2006 annuncia di aver riunito 20 investitori (pari al 15% del capitale di Suez) intenzionati a bloccare la fusione. Passa un altro anno e a dicembre 2007 arriva l’offerta di Francois Pinault. Le azioni Suez a quel punto arrivano a 40 euro e Knight vende il suo pacchetto con un profitto addirittura del 100%. Insomma un metodo rodato che sicuramente vorrebbe ripetere con Eni. Anche perchè CalPers, in privato, avrebbe più volte bacchettato Knight per un semplice fatto: nel 2007 il fondo californiano ha registrato nel fondo di Knight un utile del 7,4% contro il 15,5 stimato e nel 2008 il rendimento non ha superato il 5%.

Al momento oltre all’articolo apparso sul Financial Times in cui si punta il dito sul taglio del dividendo di Eni «segno di scarsa performance» il fondo di Knight potrebbe essere il suggeritore anche di un altro articolo apparso sempre sul quotidiano londinese dedicato a Tullow Oil. La società inglese le cui licenze di estrazione ugandesi potrebbero essere d’interesse del Cane a sei zampe. Secondo il Financial Times Tullow Oil non avrebbe strategie petrolifere ma solo interessi finanziari come se volesse lasciare campo libero a operatori stranieri. A settembre anche sulla stampa italiana compaiono numerosi articoli a fonte Knight.

Così se appaiono sempre chiari gli obiettivi del fondo attivista, non sono altrettanto palesi gli interessi retrostanti.

La coppia Kvam-CalPers ha infatti in comune una segretezza praticamente blindata. Il fondo pensionistico californiano per statuto può, si legge nello Statement of Investment Policy for Corporate Governance, «In circostanze non abituali in cui gli obblighi di registrazione siano dannosi per la strategia utilizzata il personale assieme all’ufficio legale può considerare finanziariamente più vantaggioso rinunciare temporaneamente ai diritti di voto per procura di CalPers in un coinvestimento». Come dire, se si agisce di concerto con terzi tutto resta ignoto. Parimenti il fondo di Knight, che secondo indiscrezioni avrebbe in pancia circa 3 miliardi di dollari, è registrato in Delaware e quindi non ha l’obbligo di rendere noto il bilancio di fine anno. Nè le strategie a medio lungo termine.

Le lobby

A parte le rendite dirette del fondo e del partner californiano, è interessante capire chi sia Eric Raimondo Knight e quali lobby sostenga o, viceversa, abbia a sostegno. Il finanziere nato ad amsterdam nel 1959 è figlio di una olandese, Ella Vinke, discendente di una famosa famiglia di broker marittimi. E di un napoletano proveniente dalla Giamaica, Carlo Knight. Eric quarantenne prende la residenza a Napoli in via Posillipo dove ha in realtà trascorso l’infanzia. Viaggia in Campania solo per le ferie, ma è assiduo frequentatore della Svizzera. Dove, dopo aver fondato Knight Vinke &C, conosce Tito Tettamanti che lo aiuta a inserirsi nello Sterling Investment group con sede alle Isole Vergini. Qui incontra il banchiere Edoard Stern, ex direttore di Bank Stern assassinato a Ginevra nel 2005 dall’amante. Ma soprattutto conosce gli uomini di CalPers famosi per il loro potere. Sono riusciti addirittura a far togliere le Filippine dalla lista Usa delle giurisdizioni d’investimento per poi dopo poco farle rientrare. Causando un crollo del mercato di Manila di quasi un 4%. Insomma i contorni di Knight e l’attività dei suoi sostenitori non sono ben delineate, ma le elargizioni di Kvam sono al contrario chiarissime.

Un socio del fondo, il direttore indipendente Jeffrey Keil ha fatto una serie di donazioni al partito Democratico. Nel 1997 a Chris Dodd, ora capo del banking committe. Tra il 2002 e il 2004 al senatore Chuk Schumer famoso per aver votato due volte no all’impeachment di Clinton. Nel 2003 a Joe Lieberman e nel 2006 al One American Committee democratico.

[14] In queste condizioni e mentre il multipolarismo si realizza, gli europei si farebbero bene a svegliarsi. La profonda crisi economica nella quale essi sembrano affondare condurrà a questo risveglio? È l’effetto positivo che bisognerebbe augurarsi dalle difficoltà dolorose che i popoli dell’Europa sopporteranno nei decenni a venire.


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