Il 16 marzo scorso, la nota agenzia privata di intelligence “Stratfor” ha pubblicato un’interessante analisi della situazione italiana, alla luce della crisi economica di Eurolandia (in particolare di quella che concerne i cosiddetti “Piigs”, ossia Portagallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). (1) L’articolo, molto ben documentato, prende in esame l’economia, la società e la politica del nostro Paese.

Dopo aver osservato che la mancanza di crescita economica, il debito pubblico superiore al 120% del Pil, la forte evasione e l’illegalità diffusa riducono notevolmente le possibilità dell’Italia di superare la crisi, “Stratfor” mette in evidenza che Monti ha comunque conseguito alcuni risultati positivi nei suoi primi cento giorni di governo e i tassi d’ interesse sul debito che nel mese di novembre dell’anno scorso erano saliti quasi all’8%, sono tornati a livelli “normali”, cioè al 3% circa. Merito, secondo “Stratfor”, della manovra “salva Italia”, pari al 3,25% del Pil, e soprattutto delle liberalizzazioni decise dal nuovo governo, nonché dell’impegno ad attuare una vasta e radicale riforma del lavoro. Nondimeno, il fatto che il Fmi preveda una contrazione del 2,2% del Pil nel 2012, dopo che dal 2001 al 2010 la nostra economia è cresciuta mediamente solo dello 0,41% all’anno, sarebbe un chiaro segno della debolezza della struttura produttiva italiana – la quale, tra l’altro, senza una forte crescita non potrebbe “far fronte” ad un debito pubblico assai maggiore del Pil.

“Stratfor”, pur rilevando il basso livello del nostro debito privato, evidenzia altri dati preoccupanti: solo il 13,5% della popolazione ha meno di 14 anni, mentre il 20% ne ha più di 65; il che indica una progressiva riduzione della base produttiva nei prossimi anni e una conseguente diminuzione del gettito fiscale. E se l’economia sommersa ammonta a ben 275 miliardi di euro, l’evasione fiscale è pari all’8% del Pil. Non meno grave il tasso di disoccupazione tra i giovani (da 15 a 25 anni), che supera il 30%, benché in Italia la famiglia sia una “istituzione” ancora assai forte, in grado di sostenere chi ha un reddito basso o è disoccupato. D’altronde, “Stratfor” nota pure che la criminalità organizzata offre parecchi “contatti” e “opportunità” per chi è in cerca di lavoro o vuole migliorare la propria posizione sociale.

Comunque sia, l’agenzia privata nordamericana d’intelligence ritiene “superficiale” paragonare l’Italia alla Grecia – anche se alla fine del 2011 la situazione politico-economica dell’Italia pareva molto simile a quella greca – giacché, se in entrambi i Paesi vi è un governo di “tecnocrati” (totalmente “apolitico” il governo Monti, a differenza di quello del “tecnico” Papademos), in Italia le misure adottate da governo non hanno generato alcuna seria tensione politica o sociale e le principali forze politiche nonché i principali media e le associazioni dei lavoratori appoggiano il governo. Del resto, le stesse dimensioni dell’economia della Grecia sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle dell’economia dell’Italia, cosicché è naturale che l’Italia possa anche contare su un aiuto assai più consistente da parte dell’Unione europea.

“Stratfor” però sottolinea che il Pdl e il Pd, pur garantendo il loro appoggio al governo Monti, hanno espresso critiche, rispettivamente, sulle liberalizzazioni e sulla riforma del lavoro, in quanto sono misure che danneggiano i gruppi di interesse che i due partiti rappresentano. A giudizio del think tank nordamericano, questa apparente contraddizione dipende dal fatto che entrambi i partiti hanno obiettivi a breve termine e a lungo termine. Di conseguenza, quanto più vicine saranno le elezioni politiche tanto più forte sarà sia la lotta politica all’interno dei due partiti sia la tentazione di prendere le distanze dal governo “tecnico” di Monti. E il braccio di ferro sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (considerato da “Stratfor”, con ogni probabilità, una sorta di “residuato bellico” della guerra fredda) è un segno di quel che potrebbe accadere nei prossimi mesi. E non sarebbe affatto un buon segno, dato che, secondo “Stratfor”, la riforma del lavoro è la più importante sfida sociale e politica che Monti dovrà affrontare. Perciò, se nel breve periodo si può escludere che Monti incontri ostacoli insormontabili, con il passare del tempo i politici potrebbero cercare di cavalcare una protesta sociale generata dalle scelte impopolari che il governo “tecnico” di necessità dovrà fare, oltre che dalla recessione e dal probabile aumento del tasso di disoccupazione. Conclude quindi “Stratfor” che i problemi fondamentali del Paese sono ben lungi dall’essere risolti e che si conferma che le difficoltà economiche dell’Italia sono in larga misura la conseguenza della instabilità che caratterizza la politica italiana, tanto che, ove la vita politica del Paese tornasse alla “normalità”, si dovrebbe temere una dura reazione da parte dei “mercati” e una nuova crisi finanziaria.

Si tratta di una conclusione, in verità, assai banale, dacché una critica generica, benché condivisibile, del teatrino della politica del nostro Paese, pare spiegare poco o nulla. Certo non spiega come il Paese potrebbe crescere con la “terapia Monti” – peraltro, perfino Gustavo Piga, ordinario di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, sostiene che «gran parte degli studi di Bankitalia pubblicati negli ultimi due anni dimostrano che il modo migliore per ridurre il debito e il deficit al livello che ci chiede Bruxelles è aumentare la spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi». (2) Né spiega quali siano le ragioni che, nel giro di venti anni, hanno condotto l’Italia, una delle maggiori potenze economiche mondiali, a rischiare di essere retrocessa in serie B.

Sorprende pure che “Stratfor” ignori che la struttura economica italiana è imperniata sulle piccole e medie imprese (alle quali, tra l’altro, gli Stati Uniti riservano il 25% degli appalti del settore pubblico) e che non prenda in considerazione gli effetti a lungo termine delle scelte strategiche compiute dall’Italia negli anni Novanta. Vale a dire che non esamini le conseguenze derivanti dal fatto che la classe dirigente italiana, dopo che il vecchio ceto politico era stato in gran parte “eliminato” per via giudiziaria (e non sembra un caso che ciò si sia verificato quando gli equilibri geopolitici mondiali stavano rapidamente mutando a causa del crollo del Muro), scelse di rinunciare ad una politica strategica nazionale, (s)vendendo alcune delle nostre più importanti imprese pubbliche, proprio allo scopo di ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil. Ma ancora più sorprendente è che un’agenzia di intelligence “specializzata” in analisi geopolitiche trascuri del tutto la politica estera dell’Italia e quella dei nostri “alleati” (che pure è decisiva anche per capire la politica e l’economia del nostro Paese) e che quindi non si domandi nemmeno quali scelte strategiche un Paese mediterraneo come l’Italia, con notevoli possibilità di espansione verso Est e verso Sud, dovrebbe compiere per sfruttare al meglio i complessi e profondi mutamenti geopolitici che contraddistinguono l’attuale fase storica.

Si poterebbe però osservare che una tale domanda difficilmente il think tank statunitense può porsela, soprattutto se si tiene presente che, a parere di alcuni giornalisti e analisti, “Stratfor” in realtà non è che “un’ombra della Cia”, con relazioni “molto particolari” con la banca d’affari Goldman Sachs. (3) Tuttavia, anche per questo motivo, parrebbe che lo scopo dell’articolo concernente il nostro Paese sia, in primo luogo, di far comprendere che l’Italia non ha altra scelta che quella di obbedire ai diktat dei “mercati” (ossia soprattutto dei centri di potere che i “mercati” rappresentano), altrimenti dovrebbe nuovamente subire l’attacco dei “mercati”, non avendo neanche più il “controllo” del proprio debito pubblico, in buona parte “internazionalizzato” a partire dagli anni Novanta. (E al riguardo, si deve pur notare che le istituzioni dell’Unione europea – che non si dovrebbe in alcun modo confondere con l’Europa – non sono certo disposte a contrastare decisamente l’azione strategica dei “mercati”, non solo sul piano economico, ma anche su quello politico).

In questa prospettiva, si dovrebbe allora riconoscere che è affatto logico che “Stratfor”, considerando evidentemente che le coordinate per orientare la (geo)politica della nostra classe dirigente sono decise (pur se solo “in ultima istanza”, per così dire) “oltreoceano”, dia per scontato che l’Italia non abbia alcuna autentica “autonomia strategica” Assai meno logico, a nostro avviso, è ritenere invece sia che si possa evitare il “declino” dell’Italia, sia che l’Italia non debba né possa rendersi indipendente (almeno in una certa misura, ma analoghe considerazioni sarebbero da fare per la stessa Europa continentale) da quei centri di potere i cui “interessi strategici” sono a fondamento delle analisi (geo)politiche dell’agenzia privata d’intelligence “Stratfor”.

NOTE

1) Special Series: European Economies At Risk – Italy (http://www.stratfor.com/analysis/special-series-european-economies-risk-italy).
2) Caro Monti, siamo come la Spagna: gli obiettivi di deficit vanno rivisti (http://www.linkiesta.it/italia-taxi-liberalizzazioni-monti#ixzz1pNFoGoAA).
3) Si vedano, ad esempio, Svelati i file delle spie di Stratfor gli agenti privati ombra della Cia (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/27/svelati-file-delle-spie-di-stratfor-gli.html) e WikiLeaks pubblica le mail della Stratfor, corazzata degli 007 privati più potenti d’America (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-27/wikileaks-ruba-casa-stratfor-215906.shtml?uuid=AaWiJoyE). Per quanto concerne la questione della “neutralità scientifica” di “Stratfor” si veda il recente articolo di Vismara Luca Francesco Stratfor: fra discutibile scientificità e “soft power” statunitense (http://www.eurasia-rivista.org/stratfor-fra-discutibile-scientificita-e-soft-power-statunitense/14091/).


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Fabio Falchi ha compiuto studi filosofici. Nel 2010 ha iniziato una fruttuosa collaborazione con "Eurasia. Rivista di studi geopolitici" e col relativo sito informatico, pubblicando diversi articoli e saggi in cui vengono tracciate le linee di una "geofilosofia" dell'Eurasia. Accogliendo la prospettiva corbiniana dell'Eurasia quale luogo ontologico della teofania, l'Autore ambisce a fare della posizione geofilosofica il grado di passaggio a quella "geosofica". Un tentativo di tracciare una sorta di mappa storico-geopolitica e metapolitica dei conflitti dall'antichità fino ai nostri giorni è costituito da Il Politico e la guerra (due volumi, 2015-2016); una nuova edizione di quest'opera, Polemos. Il Politico e la guerra dall'antichità ai nostri giorni, è disponibile sul sito "Academia.edu". Nel 2016, infine, è apparsa la sua opera più recente, Comunità e conflitto. La Terra e l’Ombra.