Introduzione

Le cronache delle relazioni russo-ucraine dello scorso decennio si soffermano con regolarità sulle questioni energetiche. Attraverso l’Ucraina passano i più importanti condotti che trasportano gli idrocarburi russi (e centroasiatici) in Europa. Fino all’apertura del Nord Stream dello scorso 6 Settembre, la via ucraina di creazione sovietica rappresentava l’unico percorso per le forniture di petrolio e gas, tanto desiderate dai clienti europei di Mosca.

Dopo l’avvento di Putin al Cremlino e, ancor di più, dopo la “Rivoluzione arancione” in Ucraina, si sono succedute due crisi sulle forniture di gas, nel 2006 e nel 2009 – se ne prevede una terza durante il prossimo inverno. Il ruolo di Gazprom e dei suoi sussidiari è fondamentale nel rapporto tra Mosca e Kiev. Tuttavia, per giudicare in maniera distaccata e obiettiva, bisogna fare un passo indietro nel tempo e un passo in alto sui gradini della scala di astrazione. Come vedremo, è necessario prendere in considerazione la situazione politica interna, le politiche speculari di Unione Europea e Federazione Russa nel loro “vicino estero” e il ruolo degli Stati Uniti.

 

Arancione sbiadito

L’arresto di Yulia Tymoshenko sembra chiudere la fenomenologia involutiva della c.d. “Rivoluzione arancione” ucraina cominciata nel 2004. La vittoria elettorale del duo Yushchenko-Tymoshenko fu accolta con grande soddisfazione dai circuiti politici occidentali, che ancora fremevano per la “Rivoluzione delle rose” georgiana. Si credeva allora che la moltitudine che affollava le piazze di Kiev fosse un segnale dell’emancipazione ucraina dalla transizione post-sovietica e che potesse ingenerare un avvicinamento alle istituzioni e alle pratiche occidentali.

Era il periodo di “massima assenza” russa dallo spazio ex-sovietico: Mosca stava ancora leccandosi le ferite economiche della crisi del 1998 e le ferite, quelle vere, della seconda guerra di Cecenia. Tra 2003 e 2004, però, il potere di Putin al Cremlino si consolidò permettendogli di riconsiderare le tesi della nostalgia post-sovietica.

La riconquista del “vicino estero” passava per una rinnovata influenza economica e politica oltreconfine. L’Ucraina era designata come uno degli obbiettivi principali, non solo perché nel suo territorio si snodavano i condotti che convogliavano gli idrocarburi russi verso l’Europa, ma anche per affinità linguistiche e culturali, e per soddisfare la mai sopita volontà di potenza russa.

Le rivoluzioni colorate vengono spesso considerate una risposta alla pressione russa degli anni Novanta per la riconquista dell’influenza sul “vicino estero”. Aleksandr Solženicyn e Andranik Migranyan pubblicarono scritti molto forti[i] sul near abroad (termine inglese con il quale si traduce l’espressione russa blizhnee zarubezh’e, letteralmente, “immediato oltreconfine”). Ma Yeltsin e il ministro degli affari esteri, Andrej Kozyrev, non risposero a tali iniziative, preoccupati com’erano di risolvere i problemi domestici l’uno e i rapporti con l’Occidente l’altro. Con l’avvento di Primakov al Ministero degli Affari Esteri nel 1996 la Comunità degli Stati Indipendenti entrò nei fatti tra le priorità di Mosca.

Decisiva sarebbe stata l’elezione di Vladimir Putin, a cui Yeltsin aveva dato il vantaggio di preparare la celebrazione elettorale nominandolo Primo Ministro ad interim alla fine del 1999. Una volta consolidato il suo potere e insediato uomini di fiducia nei ministeri più importanti e all’interno del personale del Cremlino, Putin cominciò a fare la voce grossa con l’Ucraina che, diventata “arancione”, voleva rinegoziare i contratti per le forniture energetiche e intensificare il dialogo con UE e NATO. Questo clima portò alla prima crisi del gas (2006), contribuì ad raffreddare ulteriormente i rapporti tra Russia ed Occidente durante la guerra georgiana in Ossezia del Sud (2008) ed infine riaccese la seconda crisi del gas (2009).

Quest’ultima rappresenta la circostanza del reato della Tymoshenko che, secondo l’accusa, avrebbe facilitato la ripresa delle forniture di gas durante la crisi del 2009, procurando un danno economico al suo paese e non ottemperando alle procedure necessarie per il raggiungimento di un accordo. L’abuso d’ufficio si concretizzò con il negoziato tra il Primo Ministro ucraino e l’omologo russo, Vladimir Putin, che diede luogo a un accordo che garantiva gli approvvigionamenti dietro la maggiorazione del prezzo del gas naturale fornito. Allora, l’Unione Europea esercitò una forte pressione per il raggiungimento dell’accordo, che tuttavia non seguì l’iter parlamentare, come previsto dalla legislazione ucraina. L’attuale Primo Ministro Mykola Azarov ritiene la Tymoshenko responsabile per la crisi e per le negative ripercussioni economiche causate.

Una terza crisi potrebbe verificarsi qualora il tiro alla fune sui prezzi continuasse. Anche il filorusso Yanukovich, per conquistare il favore della popolazione dopo l’affaire Tymoshenko e per marcare il suo nuovo approccio alle relazioni con Mosca, sta provando a rinegoziare al ribasso i contratti di fornitura del gas. Sarà un compito indubbiamente difficile, visto che Gazprom ha forzato la firma di contratti take or pay attraverso i suoi sussidiari ucraini. Alla luce di tali contratti, l’Ucraina deve ottemperare alla richiesta del prezzo stabilito dalla Russia e non può comprimere la sua domanda, visto che il pagamento viene effettuato sul volume stabilito, non su quello effettivamente consumato. Il tentativo di Yanukovich di ridurre il prezzo di un terzo potrebbe essere anche un modo per mostrare i muscoli dopo le critiche del Cremlino sugli ultimi sviluppi nella politica interna ucraina.

 

Russia e Ucraina: due strane gemelle

Da almeno un decennio, la Russia sta provando a riportare sotto la propria influenza il suo vicino. Per ottenere il risultato, Mosca ha utilizzato mezzi economici e culturali, ma nessuno strumento si è rivelato tanto efficace quanto l’arma energetica. Quello russo-ucraino è appunto uno dei casi paradigmatici (anche se rimane uno dei pochi) che vede l’utilizzo dell’energia quale strumento di proiezione del potere statale. La nazionalizzazione di gran parte del settore dall’inizio del decennio (Gazprom, Rosneft) e la garanzia del monopolio sull’export per Gazprom (con la conseguente emarginazione di Itera, la compagnia russa più forte in Ucraina negli anni 2000) hanno aiutato a far coincidere gli interessi industriali ed economici con quelli governativi. Le “oligarchie” che si muovevano in maniera indipendente negli anni Novanta sono state smantellate (su tutti, si veda il caso Yukos) e la concentrazione industriale nel settore energetico ha creato una struttura di “potere verticale” che collega direttamente i giacimenti e le pipelines alle stanze del Cremlino.

Non del tutto originali sono le radici dell’ascesa al potere della Tymoshenko. Anche in Ucraina, infatti, la liberalizzazione dell’economia, la transizione democratica, e l’apertura ai mercati occidentali avevano lasciato spazio ad individui e piccoli gruppi imprenditoriali che conoscevano bene il sistema di potere. Questi si arricchirono rapidamente e lottizzarono interi settori dell’economia ucraina. Insieme al marito Oleksandr, di cui acquisì il cognome, la “principessa del gas”[ii] era alla guida di una grande compagnia energetica formatasi dalle ceneri dell’impalcatura statale (The Ukranian Petrol Corporation). In seguito, fu nominata presidente della United Energy Systems of Ukraine (Yedinye Energeticheskie Sistemy Ukrainy), che si occupava principalmente delle importazioni di gas dalla Russia. Le sue crescenti ambizioni politiche, insieme alla sua posizione privilegiata nell’economia ucraina, portarono la donna più influente in Ucraina, originaria di Dnipropetrovsk, ad occupare il posto di Ministro dell’Energia per qualche mese durante il primo governo Yushchenko, sotto la presidenza Kuchma.

L’energia è il mezzo principale utilizzato da Mosca per esercitare la propria influenza, ma è anche quello che l’Occidente usa per strumentalizzare la vicenda, fregiando l’Ucraina di uno sviluppo democratico che ancora non si è concretizzato e tacciando la Russia di comportamento scorretto. Tuttavia, sono proprio le agenzie economiche occidentali che spingono per l’abbattimento dei sussidi alle esportazioni, senza i quali l’Ucraina non potrebbe permettersi le forniture che le arrivano da Est. Entrambi i Paesi hanno vissuto due storie molto simili dalla caduta dell’Unione Sovietica e, pur perseguendo a volte obiettivi dissimili, si sono comportate in maniera speculare: la gestione “verticale” dei rapporti politici, la privatizzazione poco trasparente e l’incertezza del diritto ne sono esempi chiari.

 

L’Occidente nel gioco geopolitico sull’Ucraina

Il comportamento dell’Occidente nei confronti dei due paesi è stato altrettanto altalenante: agli applausi per le politiche di liberalizzazione post-sovietica sono succeduti gli sguardi accigliati verso l’accentramento del potere e la mancanza di trasparenza. L’Unione Europea ha mantenuto un comportamento ambivalente nei confronti di Kiev, evidente quando si considera la dimensione del Partenariato orientale (Eastern Partnership) che ha subito numerosi cambiamenti di rotta specie a cavallo tra gli anni Novanta e il nuovo secolo. Ultimamente, l’UE ha ritardato le sue considerazioni sull’arresto della Tymoshenko e sulla questione della rinegoziazione dei contratti energetici, a testimonianza della difficoltà di Bruxelles di portare avanti una politica estera coerente nell’area post-sovietica che non confligga con gli interessi particolari degli Stati membri.

I circoli culturali europei si sono espressi – anche loro con un po’ di ritardo – sulla vicenda Tymoshenko. Una lettera apparsa sul Corriere della Sera a firma di intellettuali e politici del vecchio continente (e non solo[iii]) chiede che l’Ucraina ritorni sulla via democratica che era stata imboccata dopo le dimostrazioni del 2004. L’elenco degli abusi che l’amministrazione Yanukovich favorirebbe è molto pesante. Forse però il tono usato è duro anche perché le aspettative per un’Ucraina democratica e “occidentale” sono state disattese, in primis dagli stessi protagonisti della Rivoluzione arancione.

Gli Stati Uniti avevano scommesso sull’Ucraina quale testa di ponte della NATO per contrastare il rigurgito egemonico post-sovietico di Mosca verso lo spazio della CSI. La firma del Partenariato per la Pace (Partnership for Peace) nel febbraio 1994 con l’Ucraina funse da viatico per tutti gli altri nuovi Stati indipendenti. Ma questo, che doveva essere il primo passo verso l’inclusione dello spazio ex-sovietico nell’area del Patto Atlantico, non diede luogo ad evoluzioni sostanziali: l’ultimo grave errore dei quartieri generali di Bruxelles (e dell’amministrazione G.W. Bush) è stato quello di illudere Ucraina e Georgia al meeting di Bucarest del 2008 che si sarebbe configurata la possibilità di accelerare l’ingresso di Kiev e Tbilisi nella NATO. Tale atteggiamento poco lungimirante rappresentò la miccia che portò allo scontro militare dell’Agosto 2008 tra Georgia e Russia sul territorio delle regioni indipendentiste di Abkhazia e Ossezia del Sud.

Il racconto delle relazioni tra NATO ed Ucraina non è il tema principale di questo articolo, ma vale la pena sottolineare che esse sono state in linea con l’atteggiamento ostile statunitense verso la Russia di Putin, le cui mire egemoniche verso il “vicino estero” sono state progressivamente arginate, almeno fino al periodo del reset (fine 2009).

 

Conclusione

Un altro passo indietro forse aiuterebbe ancora di più l’osservatore di oggi, perso tra le dozzine di cognomi e luoghi che caratterizzano l’Ucraina. La divisione della popolazione ucraina lungo le sponde del Dnepr è geograficamente quasi perfetta: a ovest, la parte filopolacca, che fa riferimento a Leopoli e simpatizza per l’UE; a est, la parte filorussa, che ha radici comuni con Mosca.

Gli anni bui di Kuchma avevano favorito l’emergere di oligarchie economiche che sfruttavano con perizia i legami quasi ambivalenti che l’ex presidente intesseva ora con Mosca (Trattato di Amicizia del 1997, esteso di altri dieci anni nel 2008), ora con Washington e Bruxelles (PfP NATO del 1994, MAP NATO del 2002). Anche queste oligarchie nacquero nel solco della divisione demografica ucraina[iv]. È importante comprendere come anche oggi il Dnepr rappresenti la frontiera tra due nazioni di frontiera dal destino comune[v].

Lo sforzo occidentale per portare l’Ucraina dentro la rosa dei “Paesi amici” ha spinto fortemente per la Rivoluzione arancione e sembra che gli ultimi eventi (la sconfitta della Tymoshenko alle elezioni nel 2010 e il recente arresto) siano la testimonianza della sconfitta della strategia di democratizzazione a tappe forzate consigliata da Brzezinski[vi].

D’altra parte, l’atteggiamento egemonico russo nei confronti di Kiev si adatta alle contingenze economiche e politiche avvicinando e poi scartando i protagonisti dei processi governativi ucraini.

I problemi di quella che veniva chiamata “Piccola Russia” (Malorossiya) ai tempi di Gogol’, forse non sono poi tanto “piccoli” e anche qualora non riguardino gli interessi energetici europei, rimangono geopoliticamente rilevanti.

 

* Paolo Sorbello ha ottenuto la Laurea Specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche dall’Università di Bologna (sede di Forlì). La sua tesi di ricerca è stata successivamente pubblicata da Lambert Academic Publishing con il titolo “The Role of Energy in Russian Foreign Policy towards Kazakhstan” (Giugno 2011). L’autore ha condotto i suoi studi presso istituzioni accademiche in Spagna, Russia e negli Stati Uniti. Ha lavorato presso importanti istituti di ricerca negli Stati Uniti e attualmente collabora con il centro di ricerca IECOB pubblicando articoli e approfondimenti su tematiche inerenti alla geopolitica dell’energia.


[i] Andranik Migranyan, “Rossiya i blizhnee zarubezh’e”, Nezavisimaya Gazeta, 12 e 18 gennaio 1994 (in russo) e Aleksandr Solženicyn, Rebuilding Russia, Farrar, Straus and Giroux, New York, 1991.

[ii] Piero Sinatti, “L’Ucraina in bilico tra Russia e Occidente”, Limes, n. 3, 2008, p. 228.

[iii] “Il Paese è al bivio tra democrazia e autocrazia: l’Europa alzi la voce”, lettera firmata da André Gluksmann, Vaclav Havel, Michael Novak, Yohei Sasakawa, Karel Schwarzenberg, Desmond Tutu, Richard von Weizsäcker e Grigory Yavlinsky, apparsa in traduzione italiana sul Corriere della Sera di domenica 4 settembre 2011 a pagina 19.

[iv] Donato Bianchi, La Russia nel mondo multipolare, Lotta Comunista, Milano, 2008.

[v] Ucraina infatti si traduce come “frontiera esterna” o “periferia estrema”.

[vi] Jean-Marie Chauvier, “Elezioni in Ucraina: fallimento della “rivoluzione arancione”, Eurasia, 15 febbraio 2010, http://www.eurasia-rivista.org/elezioni-in-ucraina-fallimento-della-rivoluzione-arancione/3076/

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