A Trieste uno dei luoghi comuni più diffusi riguarda gli indubbi tempi d’oro del suo porto, quand’era l’unico sbocco al mare della sezione austriaca dell’Impero asburgico ed ancor oggi la funzione portuale viene vista in molti ambienti come la soluzione migliore per risollevare quest’estremo lembo a nord-est d’Italia dal suo stato di torpore economico ed imprenditoriale. Molte però sono le remore ideologiche e preconcette nel ridefinire lo scalo giuliano piuttosto come appendice a sud-ovest della massa mitteleuropea, regione d’incontro ed alle volte di scontro delle aree latina, germanica e slava. A prescindere dal porto e dalle sue indubbie potenzialità, però, Trieste oggi sembra calarsi in un altro ruolo, che può anche non essere esclusivo, vale a dire quello di snodo delle politiche energetiche internazionali.

Tramontato il progetto di gasdotto che dalla Romania doveva giungere fino al capoluogo giuliano, oggi il retroterra triestino, per lo più sito in Slovenia, sarà invece interessato da South Stream. Il 14 novembre, infatti, il Ministro russo dell’Energia Sergiei Shmatko ed il suo omologo sloveno Matej Lahovnik, alla presenza di Vladimir Putin e del Premier di Lubjana Borut Pahor, hanno sottoscritto a Mosca un accordo per il coinvolgimento della repubblica ex-jugoslava nel progetto frutto della joint-venture Gazprom-Eni. Attraversate Bulgaria, Serbia ed Ungheria, il tracciato proseguirà quindi in Slovenia per poi concludersi a Monfalcone, scalo portuale limitrofo a Trieste per ora noto quasi esclusivamente per la cantieristica navale.

Coincidenza ha voluto che Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni, dopo aver affrontato in maniera positiva martedì scorso alcune questioni relative alla cooperazione bilaterale in campo energetico con l’a.d. di Gazprom, Aleksiei Miller, sia stato a Trieste per ricevere il diploma honoris causa da parte del MIB, prestigiosa scuola di management sviluppatasi parallelamente all’ateneo triestino. Nel corso della lectio magistralis intitolata “La lupa e il cane a sei zampe”, Scaroni ha presentato la struttura dell’impero romano come modello ideale per un’azienda, come Eni ad esempio, che abbia intenzione di svilupparsi su scala globale. Davanti ad un ampio e qualificato pubblico del mondo finanziario e manageriale, l’illustre ospite ha evidenziato i cinque punti di forza della struttura imperiale, ancor oggi attualissimi: “standardizzazione e organizzazione, meritocrazia, integrazione, innovazione, comunicazione”.

Conclusa la relazione con un “Hic sunt leones” che voleva ricordare non solo le origini romane di Trieste-Tergeste, ma anche il leone che campeggia nel logo delle Assicurazioni Generali (presenti in prima fila i vertici della società, di cui si vocifera che Scaroni potrebbe assumere la presidenza allo scadere del mandato di Antoine Bernheim nell’aprile prossimo), Scaroni ha risposto a molti quesiti d’ambito prettamente energetico. Si è espresso a favore del progetto di rigassificatore presentato da Gas Natural da realizzarsi in località Zaule, alla periferia di Trieste (Endesa propone invece un impianto marittimo in mezzo al Golfo di Trieste): tale struttura avrebbe la sua ragion d’essere nel fatto che il 70% del gas naturale in Italia viene consumato nelle regioni settentrionali e quindi è nel Nord del Paese che andrebbe realizzato un rigassificatore (progetti alternativi riguardano ad esempio il litorale pugliese, ma anche Veneto e Liguria). La questione a livello locale è ampiamente dibattuta da mesi, ma partendo da considerazioni prettamente ecologiste e di impatto ambientale, senza affrontare un discorso di più ampio respiro concernente la politica energetica nazionale. A tal proposito, Scaroni ha d’altro canto ribadito la necessità di ritornare al nucleare proprio per diversificare le fonti di approvvigionamento ed anche qui ha toccato un tasto dolente del dibattito regionale. Il presidente del Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo, infatti, dopo aver in un primo tempo avvallato la disponibilità della regione ad accogliere impianti nucleari, ha poi ripiegato su una maggiore sinergia con il reattore sloveno ubicato a Krsko e sulla cui funzionalità non mancano però le perplessità, trattandosi di un modello di vecchia generazione.

Proprio dalla Slovenia sono altresì giunte numerose proteste nei confronti dei progetti di rigassificatore da realizzare a Trieste ad un paio di chilometri dal confine, adducendo motivazioni di carattere ambientale che non sono state ridimensionate neppure in seguito ad un vertice interministeriale italo-sloveno recentemente svoltosi a Brdo pri Kranju. Lubiana, invece, si dimostra ben più propensa ad avvallare il progetto di un rigassificatore a Castelmuschio sull’isola di Veglia, vale a dire in territorio croato e su progetto di un altro colosso energetico russo, cioè Lukoil. Lubiana che fra l’altro continua a porre il veto sull’adesione di Zagabria all’UE per una questione di confini marittimi e che al momento di assumere la presidenza di turno dell’UE nel primo semestre 2008 è stata al centro di uno scandalo: era, infatti, emerso che l’ambasciatore sloveno a Washington aveva ricevuto da ambienti diplomatici statunitensi precise istruzioni sulla politica da adottare a livello europeo e, nonostante le smentite, la Slovenia ha dimostrato coi fatti la sudditanza a certe indicazioni di matrice atlantista, specialmente riguardo il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.

Insomma, Trieste ed il suo hinterland nei prossimi anni si troveranno al centro della politica energetica europea e se da parte italiana grazie all’opera dell’Eni avvallata recentemente dalle scelte in politica estera di Silvio Berlusconi sembra esserci una chiara visione delle cose, sul versante sloveno non si riesce a capire ancora chiaramente quanta forza abbiano le correnti filorusse in un Paese che a partire dalla conquista della sua indipendenza ha sempre fatto dell’atlantismo la sua bussola in politica estera.

Lorenzo Salimbeni Salimbeni, collabora a Eurasia. Rivista di studi geopolitci. contributi pubblicati: La politica italiana e il Kosovo dal 1918 all’8 settembre 1943 (nr. 2/2008, pp. 199-216)

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