Come ben sappiamo, i Paesi sorti in seguito al crollo dell’Unione Sovietica hanno dovuto affrontare tutta una serie di sfide politiche, economiche e militari al fine di mantenere e/o rafforzare il proprio ruolo geopolitico e garantirsi, di conseguenza, la sopravvivenza nell’arena internazionale.

La Repubblica di Moldova è uno di questi Stati impegnati in una difficile transizione verso un modello politico più stabile ed efficace e un assetto economico più trasparente, efficiente e soprattutto prospero.

Come avremo modo di vedere tra poco, le sfide che attendono la Moldova sono molte e dalla loro risoluzione dipenderà il futuro di questo piccolo ed importante Stato situato nell’Europa sudorientale incastonato tra Romania ed Ucraina e pienamente integrato nelle altamente instabili dinamiche politiche che connotano la regione del Mar Nero.

Se, come cercheremo di mostrare tra breve, la pace e la stabilità dell’Europa dipende anche dalla stabilità interna di questo piccolo Paese, allora è probabile che la risoluzione del conflitto con la secessionista Transnistria sia la sfida più complessa ed importante che attende i policy-maker di Chisinau. Chiaramente la ricomposizione di quel conflitto dipende in larga misura dalla volontà delle Grandi Potenze i cui interessi passano anche per quel territorio. Detto questo è bene precisare che sarebbe sbagliato pensare alla Moldova come una semplice vittima delle volontà altrui. Seppur angusti, i politici moldavi mantengono un certo spazio di manovra sia nella politica interna sia in quella internazionale (teatro regionale) che deve essere sfruttato con intelligenza e lungimiranza, spazio che può essere ampliato se si decidesse di procedere verso riforme volte da un lato a rafforzare il sistema politico e dall’altro a combattere le sacche di corruzione che si annidano nell’economia e nella burocrazia nazionale.

Anche nel caso moldavo politica interna ed internazionale si intrecciano senza soluzione di continuità.

La Moldova oggi: un Paese in bilico tra difficoltà economiche e crisi politica

La Moldova è una Repubblica Parlamentare. E’ uno degli Stati più piccoli d’Europa, sia sotto il profilo territoriale (circa 34000 km²), sia sotto il profilo del numero di abitanti (poco più di 3,5 milioni).

Sebbene durante il periodo sovietico abbia conosciuto una certa prosperità oggi la sua economia si trova a fronteggiare enormi difficoltà. Non è quindi casuale se il Paese viene spesso definito il più povero d’Europa a causa del suo reddito pro-capite ben al di sotto della media europea.

L’attuale crisi economica non ha fatto che rendere più complessa una situazione già abbastanza delicata caratterizzata da un’economia che presentava molti squilibri, primo fra tutti la pesante dipendenza dalle rimesse degli immigrati moldavi. Infatti, dal 2000 al 2008 il Paese ha registrato una buona crescita media del PIL pari al 6%. Tale trend è stato alimentato soprattutto dai consumi sostenuti dalle rimesse dall’estero.

La crisi in Moldova è arrivata più tardi ma ha colpito molto duro: nel 2009 si è assistito ad un crollo delle rimesse dall’estero del 29%, una flessione del PIL pari al 6.5% ed un rallentamento dei consumi del 12%. Si tenga inoltre presente che il debito pubblico moldavo si aggira pericolosamente attorno al 116% del PIL. Queste difficoltà economiche hanno costretto il governo moldavo a prendere seri provvedimenti che nell’ottobre del 2009 si sono concretizzati in un programma di stabilizzazione economica e a rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale che nel febbraio 2010 ha deciso di mettere a disposizione di Chisinau 574 milioni di dollari. Oltre a questo, una Conferenza dei donatori (a cui hanno preso parte la Banca Mondiale, il FMI, l’Unione Europea e molti Paesi come USA, Giappone e Cina) tenutasi a Buxelles lo scorso 25 marzo ha promesso di stanziare 2.6 miliardi di dollari a favore della Moldova.

Chiaramente i dati macroeconomici da noi presentati sono sufficienti per capire che il modello economico moldavo ha bisogno di una serie di riforme necessarie a renderlo più forte, trasparente, competitivo ed efficiente sotto il profilo del consumo energetico.

Tuttavia, a destare più preoccupazione in questo momento non è tanto l’economia quanto la difficoltà che il sistema politico stà fronteggiando da poco meno di un anno. Nell’aprile del 2009, a seguito di elezioni parlamentari, vinte dal Partito comunista dell’allora Presidente Voronin, duramente contestate dall’opposizione, si verificarono violenti scontri di piazza (la cosiddettaTwitter revolution) e veri e propri attacchi contro il Parlamento. L’opposizione accusava il governo di aver commesso brogli pesantissimi che rendevano inaccettabili i risultati. In realtà la presidenza dell UE ha definito le elezioni, sulla base del rapporto della International Election Observation Mission inviata in Moldova, libere e pluraliste.

Poichè il Partito comunista ottenne 60 seggi, 1 in meno rispetto a quelli necessari a securizzare l’elezione del Presidente, Voronin fu nominato Presidente della Camera ed assunse la Presidenza della Repubblica ad interim.

Nel giugno dello stesso anno si procedette a nuove elezioni poichè la Costituzione prevede che si ritorni al voto se non si riesce ad eleggere un Presidente entro 30 giorni. I 4 partiti ‘pro-occidentali’ alleati tra loro (sotto il nome di Alleanza per l’Integrazione Europea) raccolsero abbastanza voti (53) per creare un governo (guidato dal liberale Vlad Filat) e cominciarono ad implementare il loro programma di governo enfaticamente chiamato ‘Ripensare la Moldova’ che presenta una linea politica marcatamente pro-occidentale e orientata ad indebolire il potere dei comunisti.

Un evento importante si verifica poi l’11 settembre 2009 quando il Presidente ad interim Voronin decide di rassegnare le dimissioni. Il nuovo governo propone alla carica di Presidente Marian Lupu ma, mancando dei numeri necessari previsti dalla Costituzione (non si dimentichi che serve una maggioranza di 61 parlamentari) e osteggiati dai comunisti che non votano per il candidato proposto dal governo, fallisce ripetutamente obbligando il Paese ad avere un Presidente ad interim (Mihai Ghimpu, Presidente del Parlamento).

In un certo senso a partire dal settembre 2009 Il governo porta avanti una partita, pericolosa per la stabilità del Paese e per la credibilità del governo, che viene giocata su due tavoli: da un lato prova, e fallisce, a far eleggere il proprio candidato entro i termini temporali stabiliti dalla Costituzione per evitare nuove elezioni. La Corte Costituzionale in marzo ha stabilito che bisogna tornare alle urne entro il 16 giugno 2010, cioè entro un anno esatto dalle precedenti elezioni. Dall’altro mette in cantiere l’ipotesi di una profonda modifica della Costituzione, in particolare si propone l’idea di modificare tramite referendum l’articolo 78 al fine di rendere diretta l’elezione del Presidente della Repubblica (non del tutto casualmente tale idea ha preso forza soprattutto quando i sondaggi hanno mostrato che Lupu aveva sorpassato Voronin nell’indice di gradimento).

Ciò che ci preme sottolineare è che questa fase di stallo e tensioni reiterate si verifica nel momento in cui il Paese avrebbe avuto bisogno, a causa della situazione economica di cui abbiamo già parlato, di un largo consenso e non di uno scontro logorante a livello istituzionale. Inoltre non può passare inosservato il fatto che il governo, che ama presentarsi come campione della democrazia liberale, abbia messo mano ad azioni che in realtà contraddicono molto quel modello e che, al contrario, assomigliano più a metodi autoritari. Per capirci vediamo rapidamente qualche esempio significativo: innanzitutto la volontà di cambiare la Costituzione di fronte ad una fase di stallo al fine di favorire l’elezione del proprio candidato senza curarsi troppo degli effetti laceranti che potrebbero avere sulla vita politica sembra un atto poco lungimirante che potrebbe ritorcersi anche contro la stessa coalizione di governo. Inoltre, il governo stà evidentemente forzando il dettato costituzionale con interpretazioni poco ortodosse. Infine, i processi aperti contro il Ministro degli Interni del precedente governo e del Capo della Polizia hanno più il sapore della vendetta che non della volontà di fare chiarezza sui fatti dell’aprile 2009, quando ci furono scontri di piazza guidati dall’opposizione a cui il risultato delle urne non piaceva per niente.

Tornando alla questione della riforma costituzionale i comunisti si sono espressi favorevolmente sull’elezione diretta del Presidente a patto che si torni a votare per un nuovo Parlamento così come ordinato dalla Corte Costituzionale.

Nonostante questa apertura ci sembra che la strada migliore sia quella di lasciar cadere il nome di Lupu e trovare un candidato che sia accettato anche dai comunisti e solo dopo aprire il confronto per apportare le necessarie modifiche alla Costituzione al fine di metterla al passo con il Paese.

Ci sembra evidente che ciò che i cittadini moldavi si aspettano dalla politica in questo momento siano delle risposte serie ai mali che affliggono lo Stato e spingono migliaia di persone ad emigrare in cerca di condizioni di vita più dignitose. Al contrario, un cambiamento della costituzione come quello proposto dal governo non farebbe altro che allontanare ancor di più i cittadini dalla politica e dalle istituzioni.

Come mostreremo nel seguente paragrafo, se esiste qualcosa di cui la Moldova non difetta sono proprio le sfide geopolitiche. Se le elite politiche moldave vogliono essere all’altezza della situazione devono invece recuperare i cittadini alla politica al fine di utilizzare tutte le energie e le capacità racchiuse in quel piccolo Stato. Questo può essere fatto se e solo se le istituzioni vengono rispettate e non piegate alle necessità contingenti di chi governa.

Il nodo geopolitico della Transnistria…

Quello della Transnistria è un vero e proprio nodo geopolitico in grado di destabilizzare l’Europa intera e che merita dunque un’attenzione particolare. Le prime nubi nere che preannunciavano il conflitto tra Repubblica di Moldova ed i separatisti della Transnistria cominciarono ad addensarsi nell’ultima fase della storia sovietica quando grazie alla politica di Gorbaciov fu permessa l’istituzionalizzazione della lingua rumena e dell’alfabeto latino per poterla scrivere. Questo chiaramente spaventò molto la popolazione slava (Ucraini e Russi) che fino a quel momento avevano avuto un ruolo assolutamente preminente. Nella parte orientale del Paese (cioè la Transnistria), in cui gli slavi erano la maggioranza nelle aree urbane, la protesta sfociò nella proclamazione di una Repubblica nel settembre 1990. Un anno dopo, nell’agosto dell’anno successivo, proprio nel momento in cui Gorbaciov era vittima di un fallito golpe, fu dichiarata l’indipendenza. Anche la Moldova compie lo stesso atto dopo qualche giorno e la dichiarazione d’indipendenza riguarda, ovviamente, tutto il territorio della Repubblica socialista di Moldova.

La tensione sale settimana dopo settimana ed esplode quando l’allora Presidente moldavo Mircea Snegur, dopo aver incassato lo status di membro ONU (2 marzo 1992), ordina di sconfiggere le truppe ribelli della Transnistria che avevano da poco attaccato una stazione di polizia fedele a Chisinau.

Questa escalation mette in mostra tutte le contraddizioni del ‘progetto Moldova’ voluta da Stalin che la creò nel 1940 accorpando la Bessarabia, sottratta alla Romania grazie al Patto Molotov-Ribbentropp, con l’industrializzata regione del Dniester che fino ad allora aveva goduto di uno status autonomo all’interno dell’Ucraina.

La guerra dura poco e si conclude con il cessate il fuoco stipulato il 21 luglio 1992, che sancisce il fallimento del tentativo moldavo, la stabilizzazione del frozen conflict in Transnistria (dove si consolidano le strutture statali) ed il dispiegamento di truppe di peacekeeping russe, moldave e della Transnistria.

Quel conflitto ancora oggi non ha trovato una soluzione e continua a rappresentare una minaccia per la sicurezza e la stabilità europea. A causa di visioni geopolitiche differenti e spesso contrastanti sia tra i due diretti contendenti, Chisinau e Tiraspol, sia tra questi e le Potenze esterne coinvolte, ci sembra che una soluzione politica della questione non sia in vista.

…. ed il ruolo delle potenze esterne, grandi e piccole

Fin dal principio le influenze esterne hanno giocato un ruolo decisivo in Moldova ed in Transnistria creando dei pesantissimi condizionamenti ai decisori di Chisinau. Per i motivi che presto vedremo ci sembra di poter affermare che, sebbene non siano gli unici, Russia, Romania ed Unione Europea svolgano il ruolo più importante.

Il ruolo della Russia in Transnistria è difficilmente sottovalutabile. Sebbene molti amino dipingere la presenza russa a Tiraspol (capitale della autoproclamatasi Repubblica di Transnistria, non riconosciuta giuridicamente da nessun Paese al mondo ad eccezion fatta per Abkhazia ed Ossezia del Sud, che hanno anch’esse qualche problema ad essere riconosciute) come l’esempio lampante dell’imperialismo russo e della malafede del Cremlino, la questione è in realtà molto più complessa. La popolazione della Transnistria, soprattutto quella di origine slava, vede la presenza delle truppe russe come una garanzia contro la possibilità di diventare cittadini della Romania. Ancora oggi Bucarest è vista con grande sospetto in questa Repubblica autoproclamatasi.

Le truppe russe hanno avuto un ruolo chiave fin dall’inizio: non si dimentichi infatti che è grazie alla presenza della ex 14° armata sovietica al comando del generale Alexander Lebed che l’offensiva moldava del 1992 è stata respinta con successo. Da quel momento la presenza russa si è consolidata, non solo a livello militare ma anche a livello economico. In un certo senso la Russia potrebbe ritirare le proprie truppe anche domani senza perdere la possibilità di giocare un ruolo preponderante in Transnistria grazie alla sua massiccia presenza nell’economia locale. Chi invece non vuole il ritiro russo sono le elite della Transnistria: il ritiro delle truppe russe cominciò infatti nel 2001 grazie ad un accordo internazionale ma fu ben presto interrotto a causa del rifiuto di Tiraspol a lasciar partire le armi di proprietà dell’esercito russo bloccando quindi il ritiro. E’ chiaro da questo esempio che Tiraspol vede nella massiccia presenza russa sul suo territorio l’unica vera garanzia di soppavvivenza e preme affinchè le proposte di risoluzione del conflitto presentate dal Cremlino tengano conto della volontà di rimanere un’entità politica a se stante. La Transnistria ha mostrato la sua volontà di confluire nella Federazione Russa con un Referendum tenutosi nel settembre 2006 e non riconosciuto nè da Chisinau nè dalla comunità internazionale.

Il rapporto che Mosca ha con la Moldova non è altrettanto idilliaco. Non lo è ora che a Chisinau siede un governo dichiaratamente pro-occidentale che potrebbe mettere in discussione la propria neutralità a favore di un avvicinamento sostanziale alle strutture politiche e militari occidentali (UE e NATO), mentre sappiamo che Mosca vede in tale neutralità una barriera all’espansione dell’Alleanza Atlantica ritenuta pericolosa per la propria sicurezza nazionale. In realtà i rapporti non erano perfetti anche quando c’erano i comunisti di Voronin a governare, i quali avevano certo verso Mosca un occhio di riguardo ma mai al punto da compromettere quelli che erano ritenuti essere gli interessi nazionali: ad esempio, Voronin non ha mai accettato il piano Kozak presentato da Mosca e volto a creare una Federazione tra le due entità.

Detto questo è bene comunque sottolineare che l’asso nella manica di Mosca si chiama gas. La dipendenza della Moldova dal gas russo è pesantissima e sia nel 2006 che nel 2009 si sono verificate interruzioni ai flussi di gas (nel primo caso a causa del rifiuto moldavo a pagare un prezzo più alto, nel secondo a causa del contenzioso russo-ucraino). E’ chiaro che se vogliono godere di una posizione geopolitica più salda i policy-maker moldavi devono diminuire questa dipendenza incrementando l’efficienza dell’economia nazionale. Non partecipare con le proprie truppe alla parata sulla Piazza Rossa per celebrare la vittoria sul nazismo sarà pure un gesto simbolico (anche se sono state addotte ragioni economiche) ma non intacca la debolezza moldava nei confronti di Mosca.

La Romania gioca chiaramente un ruolo importante nelle vicende moldave. Sotto il profilo etnico, culturale e linguistico i due Paesi sono vicinissimi e questo non può non avere delle ripercussioni geopolitiche. Bucarest ha sempre cercato di attrarre a sé Chisinau al fine di intensificare i rapporti e di promuovere i propri interessi in una terra che è vista come appartenente all’universo rumeno.

Fin dall’inizio del conflitto la Romania è stata percepita da Tiraspol come un pericolo al punto che il generale russo Lebed, durante la guerra del 1992, rassicurò i rumeni sul fatto che la sua armata era in grado di raggiungere Bucarest in un paio d’ore!

L’attuale governo moldavo, nel tentativo di avvicinarsi il più possibile all’Unione Europea, ha intrapreso una serie di passi verso la Romania che potrebbero avere conseguenze geopolitiche importanti. Come ben sappiamo, la lingua è un fattore identitario fondamentale che influenza la rappresentazione geopolitica di un Paese. Ora, la Costituzione moldava stabilisce che la lingua ufficiale dello Stato è il moldavo, tuttavia poco tempo fa il Presidente del Parlamento ha pubblicamente dichiarato che Moldavi e Rumeni condividono le stesse origini etniche e parlano la stessa lingua: il rumeno. Si dice inoltre che sempre lo stesso Presidente Ghimpu abbia proposto di cambiare il nome della lingua ufficiale dal moldavo al rumeno e rivedere l’idea di neutralità al fine di avvicinare Chisinau all’Unione Europea.

Se tali proposte fossero implementate si verificherebbe un allineamento moldavo sulle posizione di Bucarest ed un ennesimo allontanamento tra Chisinau e Tiraspol, magari quello definitivo, visto e considerato che come abbiamo detto la popolazione della Transnistria non vuole avvicinarsi a Bucarest. Si avrebbe inoltre una più che comprensibile reazione da parte della Russia spaventata da un così importante mutamento. Ad innalzare il livello d’allerta russo contribuisce anche il fatto che i due Paesi hanno incrementato i loro rapporti militari stipulando da poco un’accordo sulle priorità della cooperazione tra i due eserciti per i prossimi anni ed un Protocollo di collaborazione tra le forze aeree della Romania e le forze aeree militari della Moldova e che la Romania ha deciso di incrementare le spese militari al fine di modernizzare le forze armate.

Infine l’Unione Europea che ha un interesse strategico nel favorire e mantenere la stabilità nel suo confine sudorientale favorendo fin dove è possibile, attraverso certe politiche ad hoc, l’acquisizione del cosidetto aquis communitaire, ritenuto a Bruxelles come la conditio sine qua non verso la realizzazione di una forma di stato democratica secondo i parametri occidentali e l’acquisizione del benessere economico.

Chiaramente nella sua politica verso la Moldova l’Unione Europea è fortemente influenzata da Bucarest.

Gli strumenti politici messi in campo da Bruxelles sono molti. Probabilmente i più importanti, soprattutto per consistenza finanziaria, sono la European Neighborhood Policy e la Eastern Partnership in cui la Moldova è coinvolta attivamente e da cui riceve aiuti consistenti per la realizzazione di una serie di riforme e progetti. Basti dire che per il periodo 2011-2013 la Moldova riceverà 273 milioni di euro, circa il 75% in più di quanto ha ricevuto la volta precedente. Inoltre si discute della possibilità di stipulare un Accordo di Associazione i cui pilastri saranno (o dovrebbero essere) un accordo di libero scambio e l’abolizione del regime dei visti per i cittadini moldavi che vogliono entrare nell’UE.

L’Unione Europea ha definito le elezioni dell’aprile 2009 come libere e pluraliste e ha condannato la violenza: nonostance ciò appare chiaro che Bruxelles sia portata a vedere nel governo di Filat e nella sua retorica ultra-europeista un interlocutore con cui discutere a tutto campo di una collaborazione ampia volta ad un avvicinamento della Moldova all’UE, sebbene nessuno parli dell’ingresso nell’Unione. Allo stesso modo, si tende a chiudere gli occhi sugli aspetti meno piacevoli di quel governo.

Per quanto riguarda la Transnistria, l’UE ha attuato delle misure restrittive imposte contro la dirigenza di Tiraspol a partire dal 2003 e con la Missione EUBAM, creata nel 2005, sostiene gli sforzi ucraini e moldavi volti a migliorare il controllo della frontiera tra le 3 entità politiche e a scoraggiare i traffici illeciti che in quella parte di mondo trovano terreno fertile.

Conclusioni

Come abbiamo visto la Moldova è uno Stato piccolo che presenta tutta una serie di debolezze politiche ed economiche a cui si somma la presenza di un frozen conflict sul proprio territorio (o meglio, su un territorio su cui ambisce ad esercitare la propria sovranità) che non rende certo le cose più facili. Le debolezze e le incongruenze che affliggono le istituzioni politiche ed economiche del Paese sono una sfida che le elite moldave possono e devono assolutamente vincere se vogliono rafforzare la capacità del Paese di promuovere autorevolmente i propri obiettivi geopolitici in un’area alquanto turbolenta, e permettergli di avere un ruolo più attivo nello scacchiere Regionale.

Un rafforzamento del genere si rivelerebbe utile anche a rinvigorire la posizione moldava nella complessa e delicata partita che si sta giocando sulla Transnistria, dove gli interessi di Chisinau devono fare i conti non solo con quelli di Tiraspol ma anche e soprattutto con quelli di Mosca, Bruxelles, Bucarest e Washington.

I policy-maker moldavi dovrebbero capire però che le debolezze e le incongruenze del Paese non dovrebbero essere risolte perseguendo politiche che spaventano le elite della Transnistria e preoccupano Mosca in quanto si rivelerebbero profondamente controproducenti per gli assetti interni e regionali.

* Alessio Bini è dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna)

Sullo stesso tema vedi anche il saggio “L’importanza geopolitica della Transnistria di fronte all’accerchiamento atlantista della Russia” di Stefano Vernole, pubblicato nell’ultimo numero di “Eurasia”

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