Pierre Drieu la Rochelle (1893-1945), celebre saggista, scrittore e poeta francese, a partire dal 1920 fino alla sua morte dedica un numero rilevante dei suoi scritti all’idea di un’Europa politicamente unita. In uno dei suoi più celebri saggi al riguardo, Genève ou Moscou (1928), non può essere più chiaro rispetto la sua posizione politica: “il mio obiettivo politico essenziale è stato, è e sarà sempre la costituzione degli Stati Uniti d’Europa”. Nel presente scritto si è cercato di ripercorrere, rispettando un ordine cronologico, l’intera riflessione europeista di Drieu la Rochelle, dall’elaborazione del concetto di “Europa delle patrie” fino al sostegno nei confronti di Berlino e poi di Mosca.

 

Innanzitutto vi è la décadence

Drieu la Rochelle può senza alcun dubbio essere definito come un autore decadente; fin dai primi decenni del ‘900, infatti, in lui è radicata la convinzione della crisi della civiltà occidentale ed europea. Come nota Alessandra La Rosa, autrice di un saggio concernente proprio la riflessione europeista di Drieu: “Pierre Drieu la Rochelle è tra gli scrittori francesi per i quali la preoccupazione della crisi della civiltà occidentale occupa un posto centrale. L’idea di decadenza ha una presenza quasi permanente nelle opere di Drieu, diventando una vera ossessione”[1]. L’idea di un’unione politica dell’Europa, dunque, per lo scrittore francese costituisce innanzitutto la risposta necessaria a questa decadenza. Pertanto, quello della décadence può essere inteso come il fil rouge che attraversa tutta la riflessione europeista di Drieu, dal suo sostegno alla Società delle Nazioni fino a quando, negli ultimi anni della sua vita, saluta con entusiasmo l’avvento dei russi sull’Europa. Tuttavia, dobbiamo riscontrare che secondo La Rosa, per quanto concerne l’idea di Europa che l’autore sviluppa negli anni ’40, periodo della sua adesione all’Asse, bisognerebbe trovare un altro punto di riferimento rispetto a quello della decadenza. Opinione assai discutibile, quest’ultima, se si considera soltanto che lo stesso Drieu in quegli anni afferma: “Sono diventato fascista perché ho visto i progressi della decadenza. Ho veduto nel fascismo il mezzo per frenare ed arrestare questa decadenza”[2]

 

Debolezza delle nazioni e necessità dell’Europa

Decadenza dell’occidente ed in particolare dell’Europa, quindi; ma prima di tutto, decadenza della Francia. La riflessione di Drieu sull’Europa, infatti, inizia proprio dall’analisi della crisi fisica e politica che riguarda il suo paese natale, del quale, tuttavia, egli dichiara più volte di essere sinceramente innamorato. Come nota La Rosa, “L’amore che Drieu prova per la Francia e i francesi è indiscutibile […]. Drieu ama la Francia e i francesi di un amore profondo”[3]. Addirittura, l’autore arriva a paragonare l’amore che nutre nei confronti della sua patria a quello che si può provare per una donna di meravigliosa bellezza. Ciononostante, questo amore passionale non gli impedisce di “essere un testimone che con lucidità, ma non senza umiliazione, vuole evidenziare la decadenza della sua amata”[4]. In Mesure de la France (1922) egli dichiara che è di fondamentale importanza per i suoi connazionali capire la reale “misura” del suo paese. Questo, in un clima di grande entusiasmo per la vittoria del primo conflitto mondiale, espone ovviamente Drieu al rischio dell’impopolarità; tuttavia, egli procede presentando “come derisoria caricatura […] l’immagine politica della grandeur della Francia”[5]. In modo totalmente disincantato, l’autore afferma che nel contesto mondiale successivo alla Grande Guerra, la Francia “ha totalmente perso l’iniziativa politica”[6]; secondo Drieu, la prima guerra mondiale ha dimostrato in modo palese e definitivo che la Francia non è più la grande potenza che era in passato. Egli pertanto nega al suo paese la facoltà di attribuirsi il merito della vittoria, evidenziando il carattere fittizio di tale successo, che, secondo lui, sarebbe piuttosto da attribuire agli alleati della Francia. In seguito, per ribadire la situazione di profonda crisi della sua patria, Drieu fa riferimento ad una serie di dati numerici, applicando alla Francia la cosiddetta “tirannia del numero”[7] e sottolineando il minor peso demografico del suo paese rispetto ad altre potenze europee come la Germania e la Gran Bretagna. Come nota giustamente La Rosa, per Drieu vi è un’importante relazione tra  i dati demografici e la vitalità di una nazione: una popolazione numerosa vuol dire forza, dinamismo ed iniziativa, mentre la diminuzione della natalità è indice di invecchiamento, indebolimento e perdita di dinamismo. La Francia, inoltre, appare ancora più debole se confrontata con altre potenze emergenti sul piano mondiale; si profila, a questo punto, la necessità per il suo amato paese di ridefinire la sua esistenza politica all’interno del continente europeo.

Successivamente, Drieu si sofferma anche su quello che è l’effettivo peso politico internazionale degli altri Stati europei, come la Germania e il Regno Unito, che, se confrontato con quello di «nuove potenze» mondiali come gli Stati Uniti d’America e l’Unione sovietica appare anch’esso drammaticamente ridotto. Dunque, la necessità di pensare in termini europei non riguarda soltanto la Francia, ma tutte le nazioni del continente che non vogliono rimanere prigioniere della loro impotenza. Con le parole di Drieu: “L’Europa, posta tra Imperi di dimensioni continentali, comincia a soffrire di essere divisa in venticinque Stati”; infatti, “Oggi una politica è mondiale o non è. L’era dei grandi Imperi è aperta”[8] (vi è da dire che questa terminologia ricorda in qualche misura quella che userà il grande giurista tedesco Carl Schmitt, il quale, nel 1939, parlerà di “grandi spazi” e “Imperi” quali assi portanti di un nuovo ordinamento internazionale della Terra[9]). Se non si vuole che l’Europa si trasformi in una colonia russa o americana, l’unica cosa da fare è la realizzazione di una politica europea: “L’Europa si federerà o si divorerà, o sarà divorata”[10]. Dunque, la formazione di una qualche unità fra gli Stai europei diviene “una necessità pressante, una miserabile questione di vita o di morte”[11].

Per precisione, vi è da chiarire che, in Mesure de la France, per Drieu “il ruolo delle patrie non è terminato”[12], in quanto esse rimangono ancora la forma specifica dell’organizzazione sociale, benché, da un punto di vista prettamente politico, “l’era delle alleanze è aperta”[13]. In questo  scritto, l’autore pensa ancora ad una «Europa delle patrie»; pertanto, “egli propende verso l’idea di una alleanza tra le patrie europee, sotto la forma di una confederazione, dove potrebbe essere creata qualche struttura in comune”[14]. Dal momento che nello stesso testo, oltre al termine «alleanza», Drieu usa anche quello di «federazione», secondo La Rosa egli già in questi anni esita “fra un progetto di alleanza delle patrie europee e un progetto federativo”[15]. Tesi alquanto ardita, dal momento che Drieu la Rochelle non è un giurista o un politologo bensì, come egli stesso si definisce, un «homme de lettre». In ogni caso, in questo testo del 1922, il nostro autore rifiuta ancora ogni soluzione che si fondi sull’egemonia unificatrice di una sola nazione o di un solo Stato: “L’Europa è un continente dove la vita non è possibile se non a condizione di ammettere e di praticare l’uguaglianza”.[16]

 

Europa contro guerra e nazionalismo?

La riflessione europeista di Drieu la Rochelle, com’è logico che sia, è ricca di considerazioni sui temi della guerra e del nazionalismo.

Come nota opportunamente La Rosa citando George Boneville, “l’odio della guerra e l’amore dell’Europa presentano una stretta correlazione nella maggior parte delle riflessioni fatte dagli intellettuali sul tema dell’Europa”[17]. Tuttavia, per quanto concerne Drieu “l’equazione è più complessa”; infatti “l’atteggiamento europeista di Drieu non scaturisce da un rifiuto della violenza in sé, da un odio per la guerra tra le nazioni, e quindi da un amore innato per la pace. L’esprit de guerre e la volontà di potenza sono presenti nel suo pensiero”[18]. Bisogna dire, però, che Alessandra La Rosa, nel suo saggio sull’idea larochelliana di Europa, ricostruisce la riflessione dell’autore francese sui temi della guerra e del nazionalismo in maniera piuttosto criticabile. Ma vediamo di analizzare nello specifico la ricostruzione effettuata dalla studiosa.

All’inizio vi è un giovane Drieu amante della guerra ed entusiasta per l’inizio del primo conflitto mondiale; egli, infatti, com’è noto, si arruola volontario e prende parte ai combattimenti. In questo momento la guerra “rappresenta per Drieu l’occasione che permette di risvegliare e di suscitare nell’uomo quelle virtù virili, come il coraggio, l’amore del rischio e il senso del sacrificio, attraverso le quali affermare la propria volontà di potenza”[19]. Una volta terminata la Grande Guerra, a seguito dell’esperienza diretta del campo di battaglia, “Drieu prende coscienza della profonda dicotomia esistente tra la guerra moderna, da lui vissuta, fatta di ferro, di scienza e di industria e la guerra «éternelle», da lui sognata, fatta di scontri frontali, di muscoli, di guerrieri […]. La guerra moderna nega tutti i valori che giustificavano agli occhi di Drieu la guerra eterna”[20]. Secondo l’autrice, dunque, tale consapevolezza di aver vissuto la forma decadente della guerra classica “ha contribuito a fare assumere a Drieu una posizione antimilitarista; ad aprire la strada al pacifismo che negli anni venti si manifesta come protesta contro la guerra moderna”[21]. Quindi, secondo La Rosa, è in questo senso che “si spiegano certamente le prime affermazioni di Drieu sulla necessità di evitare la ripetizione di una guerra”[22]. Tuttavia, essa sostiene che “se ci soffermassimo solamente sulle sue proteste contro la guerra moderna non potremmo capire le sue dichiarazioni di pacifismo assoluto, implicite nella sua posizione europeista. Infatti la condanna della guerra moderna non implica ancora la condanna morale della guerra in sé quindi anche di quella che per Drieu è la «vera» guerra”[23]. Ricapitolando, dunque, secondo Alessandra La Rosa l’opinione di Drieu la Rochelle riguardo la guerra si evolve nel modo seguente: inizialmente vi è un Drieu bellicista, poi un Drieu che condanna la guerra esclusivamente nella sua versione moderna, quella combattuta con i mezzi terribili e devastanti forniti dallo sviluppo tecnico ed infine un Drieu pacifista assoluto, internazionalista (sic!), che condanna la guerra in modo totale e definitivo. Però, essa sostiene che “per capire come Drieu approdi all’internazionalismo pacifista che implica una condanna morale e politica della guerra” ci si debba soffermare “sul superamento della sua posizione nazionalista”[24].  

È così che La Rosa afferma, opportunamente, che in linea generale “Drieu la Rochelle non è certamente un intellettuale che crede nell’Europa «a priori» e che quindi nega di fatto l’idea nazionale”[25]. Ancora nei primi anni ’20, infatti, egli è un convinto nazionalista (si ricordi, a tal riguardo, l’immenso amore che dichiara di nutrire nei confronti della Francia). Tuttavia, La Rosa nota che “bisogna anche ammettere che il discorso politico di Drieu è caratterizzato da fasi evolutive in cui vi è un ripensamento e un superamento degli aspetti nazionalisti del suo pensiero”[26]. Dunque, già “nello stesso pensiero giovanile di Drieu […] è possibile individuare delle affermazioni che lo allontanano dalla stretta osservanza del nazionalismo maurassiano” [27]; lo stesso saggio Mesure de la France, dove Drieu auspica un’alleanza di tipo confederale fra le nazioni del continente europeo, sarebbe espressione di questo «nazionalismo moderato». Tuttavia, per La Rosa è nei saggi Genève ou Moscou e L’Europe contre le patries, rispettivamente del 1928 e del 1931, dove “il superamento della posizione nazionalista di Drieu trova la sua completa manifestazione[28]. A sostegno di ciò, la studiosa cita alcuni passi di questi testi in cui l’autore sollecita i propri concittadini a considerare l’irragionevolezza di qualsiasi divisione di carattere nazionale; inoltre, essa sottolinea che Drieu in questi scritti “rifiuta ogni forma di nazionalismo culturale”[29] considerando quest’ultimo nient’altro che “espressione di un «ottuso» conservatorismo”[30]. Anche nelle opere letterarie dello stesso periodo “Drieu presenta i nazionalismi come delle formule vuote”[31], cioè prive di qualsiasi senso. L’autore è convinto, infine, che il nazionalismo si sia trasformato in un’autentica malattia mortale, ovvero in una specie di mostro, in quanto può portare facilmente alla guerra. Di conseguenza, La Rosa nota che in questo modo Drieu riunisce nello stesso rifiuto la guerra e il nazionalismo, per il semplice fatto che quest’ultimo genera la prima. È così che, dunque, La Rosa può affermare che la speranza di Drieu in un’unione politica dell’Europa “si colora, come nella maggior parte dei casi, di pacifismo morale e politico, che può sembrare paradossale in un futuro teorico del fascismo”[32]. Ecco che si palesa perfettamente dinanzi ai nostri occhi un meraviglioso Drieu pacifista ed universalista, si potrebbe dire una specie di «Pierre Wilson la Rochelle». D’altronde, anche gli individui più malvagi, almeno una volta nella loro vita, sono stati buoni…

Ora, come accennato in precedenza, la ricostruzione di Alessandra La Rosa appare chiaramente discutibile. Questo, per un motivo molto semplice: Drieu non è mai stato un autentico pacifista, tantomeno un pensatore con tendenze internazionaliste od universaliste come invece lo descrive la studiosa. Anche in scritti come Genève ou Moscou e L’Europe contre le patries, Drieu, in verità, non si scaglia contro la guerra ed il nazionalismo come fossero dei mali assoluti, eterni; al contrario, egli condanna entrambi perché sarebbero dannosi per l’Europa e per gli europei in quella precisa contingenza storica e potrebbero impedire la costituzione di un’unità politica del continente. Quindi, la guerra (fra gli Stati europei) e il nazionalismo (a dimensione statale), secondo Drieu, sono dei mali per l’Europa in quel preciso momento storico. Non ha torto dunque La Rosa quando dice che “Drieu si era reso conto che attraverso il patriottismo si sarebbe giustificata una nuova guerra fratricida che avrebbe indebolito ulteriormente l’Europa e tutte le patrie che la componevano”[33]; tuttavia, da ciò non si può affatto far derivare un presunto pacifismo assoluto dello scrittore francese. Inoltre, vi è da precisare che Drieu non condanna il nazionalismo tout court ma, invece, come afferma Jean Mabire, intellettuale francese profondo conoscitore del pensiero larochelliano: “l’immenso merito di Drieu […] sta nell’aver presentito la nuova dimensione della nazione, la sola capace di rispondere a tutte le sfide del mondo moderno. Questa nazione è l’Europa, è solo l’Europa”[34]. Altrimenti, come potrebbero spiegarsi le seguenti parole del poeta francese, scritte proprio in L’Europe contre le patries: “La sovranità spetterà dunque all’Europa, la nuova patria che ha le dimensioni della nuova economia”[35]. Vi è da tenere presente, poi, che Drieu la Rochelle, anche nelle sue opere saggistiche, è solito avere un atteggiamento molto severo nei confronti delle posizioni da lui stesso assunte in passato che non condivide più; non è raro, infatti, riscontrare nei suoi testi dei veri e propri rimproveri nei confronti di sé medesimo. È in questo senso, dunque, che potrebbero interpretarsi diverse delle sue sentenze più severe nei confronti della guerra e del nazionalismo, apparentemente così definitive.

Nella riflessione larochelliana sulla guerra ed il nazionalismo, quindi, dopo un’attenta analisi interpretativa, in luogo di un’apparente evoluzione contraddittoria vi è da riscontrare uno sviluppo sostanzialmente coerente. In altri termini, senza ombra di dubbio col passare del tempo cambia la posizione dell’autore su questi temi, ma non mutano affatto il suo pensiero e le sue convinzioni più profonde. Quello che si fa fatica a comprendere, riguardo ad autori come Pierre Drieu la Rochelle, è che, rispetto ad un tema profondo e tragico come quello della guerra esiste una terza posizione oltre a quelle dei «guerrafondai» e dei «pacifisti» (posizioni, queste, che come dovremmo ben sapere in seguito a drammatiche esperienze spesso e volentieri tendono a sovrapporsi). Volendo riprendere una classificazione del politologo francese Raymond Aron, quella di Drieu sarebbe una «morale della prudenza» piuttosto che una «morale del combattimento» od una «morale della legge». Con le parole di Aron: “Essere prudenti significa agire in funzione della congiuntura singola e dei dati concreti, e non già per spirito di sistema o per obbedienza passiva a una norma o a una pseudo-norma; significa preferire la limitazione della violenza al castigo del preteso colpevole o a una giustizia detta assoluta; significa darsi obiettivi concreti, accessibili, […] e non già obiettivi illimitati e forse sprovvisti di significato”[36]. Per Drieu, quindi, la guerra in sé non è totalmente positiva né totalmente negativa, ma è una realtà della vita umana, oltre che uno strumento eterno ed ineliminabile della politica. Secondo questa logica non è affatto paradossale che egli condanni la guerra nella sua versione moderna, combattuta con mezzi tecnologici potentissimi, in quanto quest’ultima, a causa proprio della natura degli strumenti utilizzati, è illimitata e mira alla distruzione totale dell’avversario politico, negando così qualsiasi ragione alla guerra stessa.

Infine, bisogna dire che per Drieu l’Europa unita non costituisce affatto un passo in direzione di un’unità pacifica del mondo; piuttosto, essa è la dimensione in cui scoprire una nuova identità nazionale e costituisce un tassello fondamentale per la costituzione di una nuova divisione razionale della Terra, dalla quale, chissà, potrebbero originarsi anche nuove guerre. 

 

Da Ginevra a Mosca

Nel 1928, in Genève ou Moscou, Drieu è convinto che la Società delle Nazioni di Ginevra possa costituire un punto di riferimento fondamentale per l’unificazione europea. Ciò, ovviamente, basta e avanza ad Alessandra La Rosa per rilevare la speranza di Drieu “di vedere realizzare una unificazione europea sotto il segno liberale [sic!]”[37].

Nel medesimo testo, Drieu si affida alle potenzialità del sistema economico capitalista. Infatti, egli “Spera in un neo-capitalismo intelligente e riformatore che rinunci alla concorrenza selvaggia che regnava sia tra le nazioni che all’interno di queste”[38]. Il nostro autore è convinto che il legame fra sistema capitalista e nazionalismo vada superato, dal momento che la dialettica stessa che sta alla base dell’evoluzione del capitalismo deve condurre quest’ultimo, se vuole sopravvivere, oltre le barriere nazionali degli Stati. Infatti, rispetto alle crisi che possono affliggere il sistema capitalistico (crisi della produzione, del consumo ecc.) “alcun rimedio può essere apportato nei limiti attuali degli Stati nazionali” e dunque “il capitalismo non può che sopravvivere se fa gli Stati-Uniti [d’Europa] e gli Stati-Uniti [d’Europa] non possono che essere fatti dal capitalismo cosciente e organizzato”[39]. È così che “Drieu sostiene i nuovi capitalisti, agenti di un sistema industriale intelligente, poiché li considera forze rivoluzionarie che concorrono alla realizzazione della unità europea”[40]; per citare le stesse parole dell’autore: “Rinunciate, capitalisti, alla concorrenza nazionale e sociale, disciplinatevi, correte a Ginevra”[41].

Nella metà degli anni ’30 Drieu la Rochelle aderisce al fascismo e nel 1936 entra a far parte del Partito Popolare Francese guidato da Jacques Doriot. A partire da questo momento egli perde tutto il suo precedente ottimismo nei confronti della Società delle Nazioni e si rende conto del fatto che essa non può più costituire un valido agente per l’unificazione dell’Europa. Inoltre, parallelamente egli abbandona anche il suo progetto iniziale di «Europa delle patrie», più o meno federale, frutto di un’alleanza alla pari fra le nazioni del continente. Si tengano presenti, a questo riguardo, le parole che l’autore pronuncia nel suo romanzo intitolato Gilles (1939): “Gilles scosse vagamente il capo. Per lui, c’era l’Europa. Che cos’era? Diverse forze da legare senza menomarne nessuna, rispettandole tutte e assumendole nella loro vita profonda. Ginevra era stata miserabile astrazione che umiliava la molteplicità delle vite possenti. Bisognava che le nazioni si incontrassero sotto un segno complesso che garantisse l’autonomia di tutte le fonti, particolari e universali. Invece, il silenzio…”[42].

È così, quindi, che Drieu giunge ad accettare l’idea di un’Europa unita che possa nascere a seguito dell’azione unificatrice di una sola nazione egemone: la Germania. In un articolo del 1942, egli definisce “Incontro memorabile” quello avvenuto fra “l’idea del Reich e l’idea d’Europa”[43]. In seguito precisa che in quel determinato momento storico “nessuna forma nazionale, nessuna idea nazionale sembra più idonea ad accordarsi con l’idea d’Europa quanto l’idea di Reich tedesco”[44]. Infatti, quest’ultima comprende in sé non solo il concetto di nazione, bensì anche quelli di razza e di missione imperiale, che risultano fondamentali in un ottica di unificazione europea. Per quanto riguarda l’idea di razza, nota che essa “non può essere soddisfatta soltanto con l’annessione o l’aggregazione di tutto ciò che è germanico allo Stato tedesco”, ma “si prolunga necessariamente nell’idea di razza ariana o indoeuropea; e ciò permette di accedere […] alla parola d’ordine della comunità delle nazioni europee fondata sulla razza”[45]. La missione imperiale della Germania, invece, dovrà essere quella di tutelare e difendere il sistema socialista europeo.  A tal riguardo, egli afferma che “[oggi] il popolo tedesco è […] l’espressione del socialismo in Europa. È il popolo tedesco a portare la massa delle sofferenze e delle rivendicazioni, delle speranze e delle ambizioni della più gran massa dei lavoratori socialisti d’Europa al centro del mondo. Esso si sente capace e responsabile dell’avvenire della costruzione socialista europea riguardo alle costruzioni russa, asiatica e americana”[46].

Si palesa dunque chiaramente dinanzi agli occhi di Drieu l’immagine di un’Europa unita sotto un unico vessillo rosso crociuncinato:

 

 La race des Aryens retrouve son union
Et reconnait son dieu à l’encolure forte.
Trois cents millions d’Humains chantent dans un seul camp.
Un seul drapeau rouge à la cime des Alpes.
Voici les temps sacrés remontant des enfers[47].

 

Come nota Adriano Romualdi, lo scrittore francese comprende in questi anni che l’Europa si può organizzare “solo intorno al blocco degli 80 milioni di Tedeschi cui il Nazismo aveva dato forza, unità, disciplina”[48]. Drieu vede nella Germania nazista l’ultima chance per il continente europeo, che continua ad essere sempre più minacciato sia ad Oriente che ad Occidente. Con le sue parole: “In ogni caso il Nazismo mi è parso e mi pare […] l’ultima diga di qualche libertà in Europa, di quella poca libertà che può essere salvata dalla calata dei Russi e dalle distruzioni irreparabili provocate da un conflitto finale tra Russia e America”[49]. È emblematico il modo in cui nel romanzo Les chiens de paille (1944) il protagonista Constant si rivolge ai patrioti e ai resistenti: “Voi volete conservare un patriottismo provinciale all’epoca degli imperi, all’epoca in cui gli aerei varcano gli oceani in poche ore. Siete liberi di farlo. Perseverare nel proprio essere fino alla decomposizione è una fatalità alla quale ben pochi possono sfuggire […]. Nel 1940 né la Francia è stata vinta né la Germania ha vinto. Tutto questo non aveva gran che a che fare con la Francia e la Germania. La Germania non è che uno strumento, come l’America e la Russia, uno strumento molto meno brutale e schiacciante di queste ultime due […]. Io vedo folle immense, mostruosamente armate, in marcia per il mondo per costruire imperi di dimensioni continentali. Questi imperi saranno atrocemente barbari perché l’estrema civilizzazione genera l’estrema barbarie”[50].

Infine si può dire, come fa Romualdi, che quella che emerge in questo periodo dalla riflessione di Drieu “non è una Europa neutra, l’aborto esangue ed intellettuale dei federalisti di Strasburgo o di altri democratici mentecatti”[51]; piuttosto, essa appare come “un blocco di forza che detta la sua legge ponendo un’alternativa tra capitalismo e comunismo, democrazia anglosassone e bolscevismo russo, individualismo liberale e collettivismo marxista. Essa è una sintesi fascista dei valori di libertà e autorità, di lavoro e di capitale”[52]. Quindi, “L’Europa di Drieu è quella distesa tra Brest e l’Elbruz, tra Narvik e Creta, risoluta a difendere la sua rivoluzione contro il capitalismo yankee e il bolscevismo asiatico”[53].

Tuttavia, a cominciare dai primi anni ’40 la prospettiva di una vittoria dell’Asse inizia ad allontanarsi sempre di più e, come nota Claudio Mutti, autore di uno scritto intitolato Un solo stendardo rosso dedicato alla riflessione dell’ultimo Drieu, emerge un’altra bandiera di colore rosso a rappresentare le speranze dell’autore francese: quella con falce e martello. Si considerino le parole che Drieu scrive nel suo diario personale il 27 dicembre 1942: “Morirò con gioia selvaggia all’idea che Stalin sarà il padrone del mondo. Finalmente un padrone. È bene che gli uomini abbiano un padrone il quale faccia loro sentire l’onnipotenza feroce di Dio, l’inesorabile voce della legge” [54]. Inoltre, il 24 gennaio 1943 afferma: “Ah, che muoiano pure tutti questi borghesi, se lo meritano. Stalin li sgozzerà tutti e dopo di loro sgozzerà gli ebrei… forse. Eliminati i fascisti, i democratici resteranno soli di fronte ai comunisti: pregusto l’idea di questo tête-a-tête. Esulterò nella tomba”[55]. Analizzando criticamente le spiegazioni date a quest’ultima “conversione” di Drieu la Rochelle da Jean Hervier (il quale, oltre a fornire un interpretazione di tipo psicanalitico, arriva ad affermare l’opportunismo e la fragilità delle convinzioni politiche di Drieu), Mutti afferma correttamente che il motivo principale di tale appoggio ai sovietici è il fatto che “Drieu  vede nell’Armata Rossa l’unico strumento storico in grado di sostituire gli eserciti dell’Asse nella costruzione dell’unità continentale”[56]. Drieu la Rochelle, quindi, anche in questo contesto rimane totalmente fedele al suo obiettivo di sempre: la realizzazione dell’unione politica dell’Europa. Inoltre, Mutti rileva che un’altra costante del pensiero di Drieu tale da giustificare questa sua ultima «conversione» è l’avversione che egli nutre nei confronti della democrazia liberale. Come afferma lo stesso Drieu nel suo diario il 2 settembre 1943: “del resto il mio odio per la democrazia mi fa desiderare il trionfo del comunismo”[57]. A tal riguardo si considerino anche le seguenti parole del 29 marzo 1944: “In ogni caso saluto con gioia l’avvento della Russia e del comunismo. Sarà atroce, atrocemente devastante, insopportabile per la nostra generazione che perirà tutta di morte lenta o improvvisa, ma è meglio questo che il ritorno del ciarpame anglosassone, della ripresa borghese, della democrazia rabberciata”[58].

Dinanzi all’imminente sconfitta delle forze del Tripartito, dunque, secondo Drieu la Rochelle il pericolo principale per gli europei non è rappresentato da Mosca, bensì da Washington: “Bisogna augurarsi la vittoria dei russi piuttosto che quella degli americani. […] I russi hanno una forma, mentre gli americani non ne hanno. Sono una razza, un popolo; gli americani sono un’accolita di ibridi. Quando si ha una forma, si ha una sostanza; ebbene, i russi hanno una forma”[59] (3 marzo 1943).  La Russia sovietica, dunque, costituisce l’ultimo baluardo per contrastare la décadence dell’Occidente e dell’Europa: “Quello che mi piace nel trionfo del comunismo è non solo la scomparsa di una borghesia detestabile e ottusa, ma anche l’inquadramento del popolo e la rinascita dell’antico dispotismo sacro, dell’aristocrazia assoluta, della teocrazia definitiva. Scompariranno così tutte le assurdità del rinascimento, della riforma, della rivoluzione americana e francese. Si torna all’Asia; ne abbiamo bisogno”[60] (25 aprile 1943).

Per quanto concerne la dottrina marx-leninista, Drieu è convinto che non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze, in quanto essa non costituisce altro che una malattia momentanea che non è affatto capace di compromettere la sostanziale salute del sistema russo: “Il marxismo è una febbre di crescenza in un corpo sano. Credevamo che quel corpo magnifico fosse marcio, ma non è così”[61] (3 marzo 1943). Con grande acutezza Drieu si accorge, a differenza della maggior parte degli intellettuali della sua epoca (e della nostra),  che fra la Russia zarista e quella comunista sono molte di più le continuità rispetto alle differenze: la Russia comunista “È il trionfo della monarchia e dell’aristocrazia nel loro principio vitale”[62] (29 luglio 1944); “Monarchia, aristocrazia e religione oggi sono a Mosca e in nessun altro luogo”[63] (7 agosto 1944); “Mosca sarà la Roma finale”[64] (9 agosto 1944). Inoltre, egli afferma che “L’esito logico del comunismo è la teocrazia. […] Stalin probabilmente accetterà il compromesso come Clodoveo. La Chiesa diventerà per lui un’altra leva contro gli anglosassoni”[65] (10 settembre 1943). Si tengano presenti, poi, le parole che Drieu aveva fatto pronunciare al protagonista di un suo racconto di diversi anni prima intitolato L’agent double (1935): “Durante la guerra sono stato soldato. Sono stato felice: servivo. Chi? Lo Zar? Forse. La santa Ortodossia? Anche. La Russia? Certo. Ma voi mi direte oggi, come mi diceste dieci anni fa: ‘La Russia non significa niente. Un paese non è nulla, è una gleba indistinta. La Russia è lo Zar o il Comunismo’. Ma no, vi rispondo io con tutta l’esperienza della mia vita e della vostra: ‘La Russia è lo Zar e il Comunismo, e dell’altro ancora’”[66].

Nel corso del 1944, le dichiarazioni di Drieu nel suo diario in favore dei comunisti russi si fanno sempre più frequenti. Il 10 giugno dice: “Lo sguardo rivolto a Mosca. Nel crollo del fascismo, i miei ultimi pensieri vanno al comunismo. Mi auguro il suo trionfo”[67]. E ancora il 28 giugno: “Niente ormai mi separa dal comunismo, niente me ne ha mai separato tranne la mia atavica diffidenza di piccolo borghese”[68]. Quella che auspica Drieu, infine, è una vera e propria alleanza fra fascisti e comunisti: “Immagino una solidarietà in extremis fra dittatori: Stalin che offre aiuto a Hitler e a Mussolini, rendendosi conto che, se resta il solo della sua specie, è perduto. Ma sarebbe troppo bello. Preferirà colonizzare direttamente la Germania”[69] (20 luglio). Quest’alleanza fra fascismo e comunismo, fra “estrema destra” ed “estrema sinistra”, fra “rossi” e “neri”, come nota Claudio Mutti, diventerà realtà in Russia, “dove i fascisti di Barkashov e i comunisti di Anpilov hanno contrastato insieme, con le armi in pugno, i disegni dittatoriali del governo proconsolare di Eltsin. Il tentativo mondialista di assoggettare il grande spazio ex-sovietico ha provocato, come è noto, la nascita di un’opposizione «rosso-bruna», la quale esprime la rivendicazione popolare di tutto ciò che la colonizzazione democratica sta mettendo a repentaglio: onore, dignità, identità spirituale, cultura tradizionale, spirito comunitario, indipendenza politica, giustizia sociale”[70]. La realizzazione concreta di tale sintesi fra elemento nazionale ed elemento sociale può davvero far apparire le seguenti parole di Drieu come una vera e propria premonizione: “il XX secolo non finirà senza assistere a strane riconciliazioni”[71].

*   *   *

Infine, com’è già stato detto sopra, conviene ribadire che per quanto le posizioni politiche assunte da Drieu nel corso della sua vita possano apparire come assai contraddittorie (da Ginevra a Berlino, fino a Mosca), egli è rimasto sempre coerente con la sua speranza di vedere realizzata l’unità dell’Europa contro la decadenza dello stesso continente. Sembra opportuno, quindi, citare ancora una volta le parole di Jean Mabire: “Si è detto, di Drieu, che era incostante e proteiforme. Al contrario, in lui c’è stato l’appello costante ad instaurare quelli che a buon diritto possono essere detti gli Stati Uniti d’Europa. È per questo che egli credette a Ginevra contro Mosca e poi a Berlino contro Jalta”[72]; ed infine, aggiungiamo noi, a Mosca contro Washington.


NOTE

[1] Alessandra La Rosa, L’idea di Europa in Drieu la Rochelle, in Enzo Sciacca (a cura di), L’Europa e le sue regioni, Arnaldo Lombardi Editore, Palermo 1993, p. 87.

[2] citato in Adriano Romualdi, Introduzione, in M. Prisco – G. Giannettini – A. Romualdi, Drieu La Rochelle: il mito dell’Europa, Edizioni del Solstizio, 1965, pp. 101-136. Questo saggio introduttivo di Romualdi è pubblicata anche sul sito del Centro Studi La Runa, https://www.centrostudilaruna.it/drieu-la-rochelle-il-mito-delleuropa.html

[3] A. La Rosa, L’idea di Europa in Drieu la Rochelle, cit., p. 89.

[4] Ivi, p. 90.

[5] Ibidem.

[6] Citato in Ibidem; traduzione nostra.

[7] Ivi, p. 91.

[8] Citato in Ivi, p. 94; traduzione nostra.

[9] A tal riguardo, si veda Carl Schmitt, L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale con divieto di intervento per potenze straniere. Un contributo sul concetto di impero nel diritto internazionale, in Stato, Grande spazio, Nomos, Adelphi, Milano 2015, pp. 101-198

[10] Citato in A. La Rosa, L’idea di Europa in Drieu la Rochelle, cit., p. 95; traduzione nostra.

[11] Citato in Ibidem; traduzione nostra.

[12] Citato in Ivi, p. 100; traduzione nostra.

[13] Citato in Ibidem; traduzione nostra.

[14] Ivi, p. 104.

[15] Ibidem.

[16] Citato in Ibidem; traduzione nostra.

[17] Ivi, p. 95.

[18] Ivi, pp. 95-96.

[19] Ivi, p. 96.

[20] Ivi, p. 97.

[21] Ibidem.

[22] Ibidem.

[23] Ivi, p. 98; corsivo nostro.

[24] Ibidem; corsivo nostro.

[25] Ibidem.

[26] Ivi, p. 100; corsivo nostro.

[27] Ivi, p. 99.

[28] Ivi, p. 100; corsivo nostro.

[29] Ivi, p. 101.

[30] Ibidem.

[31] Ibidem.

[32] Ivi, p. 103.

[33] Ibidem.

[34] Jean Mabire, Misura di Drieu, in Autori vari, Omaggio a Drieu la Rochelle, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1996, p. 27; corsivo nostro.

[35] Citato in Ivi, p. 29; corsivo nostro.

[36] Raymond Aron, Pace e guerra tra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano1962, p. 665; corsivo nostro.

[37] A. La Rosa, L’idea di Europa in Drieu la Rochelle, cit., p. 105.

[38] Ibidem.

[39] Citato in Ibidem; traduzione nostra.

[40] Ivi, pp. 105-106.

[41] Citato in Ivi, p. 106.

[42] Citato in J. Mabire, Misura di Drieu, cit., p. 29; corsivo nostro.

[43] Pierre Drieu la Rochelle, Francia, Inghilterra, Germania, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, a. XLVII, n. 3, Luglio-Settembre 2017, p. 167.

[44] Ibidem.

[45] Ivi, p. 168.

[46] Ibidem.

[47] Citato in A. Romualdi, Introduzione, cit.

[48] Ivi.

[49] Citato in Ivi.

[50] Citato in Ivi.

[51] Ivi.

[52] Ivi.

[53] Ivi.

[54] Citato in Claudio Mutti, Un solo stendardo rosso, in Autori vari, Omaggio a Drieu, cit., pp. 67-68.

[55] Citato in Ivi, p. 68.

[56] Ivi, p. 69.

[57] Citato in Ivi, p. 70.

[58] Citato in Ibidem.

[59] Citato in Ivi, p. 71.

[60] Citato in Ivi, p. 70.

[61] Citato in Ivi, p. 71

[62] Citato in Ivi, p. 72.

[63] Citato in Ibidem.

[64] Citato in Ibidem.

[65] Citato in Ibidem.

[66] Citato in Ivi, p. 82.

[67] Citato in Ivi, p. 71.

[68] Citato in Ibidem.

[69] Citato in Ibidem.

[70] Ivi, p. 81.

[71] Citato in Ivi, p. 82.

[72] J. Mabire, Misura di Drieu, cit., p. 27.

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Lorenzo Disogra, laureato con lode in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all’Università di Parma, è autore di due saggi sul pensiero di Carl Schmitt pubblicati rispettivamente sui nn. 2/2017 e 3/2017 di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.