Bruxelles. Ultimo giorno di settembre. Da un autobus è possibile osservare le vie del centro, le immagini di una città che riprende il proprio ritmo settimanale. Il percorso seguito può costeggiare il quartiere europeo, senza entrarvi. Un po’ come una grossa fetta dell’agglomerato urbano brussellese. Una gran parte della città che – come la maggioranza dei cittadini europei – rimane spesso estranea a dinamiche e decisioni che ruotano intorno alle Istituzioni dell’Unione.

Una volta su Internet, è possibile dare uno sguardo alle notizie italiane ed a quelle europee. Tra queste ultime, a richiamare l’attenzione del lettore è un articolo pubblicato da “EurActiv.fr”: Les relations de scientifiques avec l’industrie chimique éclatent au grand jour.

Cerchiamo, dunque, di capire a cosa si faccia riferimento. Iniziamo da una «proposta della Commissione» finalizzata a raccomandare – atto giuridicamente non vincolante – l’applicazione del «principio di precauzione in materia di perturbatori endocrini», lasciando ipotizzare l’interdizione di alcuni «prodotti chimici comunemente utilizzati». La bozza definisce “perturbatore endocrino” una «sostanza o miscela esogena che altera» una o più funzioni del «sistema endocrino, causando, di conseguenza, «effetti avversi alla salute in un organismo intatto», nella sua «progenie» o «(sub)popolazioni». Le «categorie» cui si fa riferimento sono 2: quella dei «perturbatori endocrini» e quella dei «sospetti perturbatori endocrini». E’ interessante notare come il testo menzioni, alla terza pagina, una «risoluzione» del Parlamento europeo «del 14 marzo 2013 sulla protezione della salute pubblica dai perturbatori endocrini», i quali dovrebbero essere identificati tramite «criteri orizzontali omnicomprensivi […] basati sulla scienza ed in particolare sul Programma Internazionale sulla Sicurezza Chimica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO/IPCS)».

Una volta noto, il documento in questione diviene oggetto di una critica pubblicata su «14 riviste scientifiche tra luglio e settembre» e firmata da «18» esperti (“EurActiv.fr”). Secondo questi ultimi, il quadro normativo, «per i cosiddetti prodotti chimici perturbatori endocrini (EDCs)», che la Commissione vorrebbe applicare sarebbe dovuto ad una «virtualmente completa ignoranza […] dei principi di farmacologia e tossicologia». Senza scendere troppo nel dettaglio, la presa di posizione parte proprio dal concetto di «perturbatore endocrino», interpretato non come un «punto terminale definito in senso tossicologico», ma come una «modalità di azione che potrebbe o meno concludersi con effetti avversi».

Pur nella difficoltà di formarsi un parere netto, svolgiamo una piccola ricerca on line, al fine di trovare altri spunti sulla questione. Risulta interessante un servizio giornalistico firmato da Stéphane Horel e Brian Bienkowski e pubblicato su “Environmental Health News”. Secondo l’indagine, tra i 18 firmatari della critica alla proposta della Commissione europea (Direzione generale Ambiente), «17» avrebbero «collaborato con industrie chimiche, farmaceutiche, cosmetiche, del tabacco, dei pesticidi o della biotecnologia». Inoltre, alcuni avrebbero «ricevuto fondi di ricerca da associazioni industriali» o lavorato come consulenti per aziende del settore. Nella lista di nomi, l’unico accanto al quale non figurano «legami noti con l’industria» è quello di Sonja von Aulock, dell’Università tedesca di Costanza.

Chiaramente, la discussione sviluppatasi intorno al caso è accesa e le posizioni in campo sono, a dir poco, opposte. Ad esempio, per Daniel R. Dietrich – «tossicologo», ex consulente di un’organizzazione industriale, primo ad apparire tra gli autori del controverso editoriale – quello del conflitto di interessi è un argomento di scarsa rilevanza. Contrariamente, Åke Bergman – «ricercatore in chimica ambientale all’Università di Stoccolma» – ha definito il “testo dei 18” come «emotivo e non specifico, una miscela di scienza e linea politica, e con molti errori». Bergman è, inoltre, tra i firmatari – insieme a «40 altri scienziati senza dichiarati conflitti di interesse» – di un “testo confutazione” pubblicato nella «rivista Environmental Health». In questa parte del campo, l’idea è che la posizione espressa da Dietrich e colleghi sia intesa ad influenzare le decisioni della Commissione europea piuttosto che a dar spazio ai principi scientifici.

In tutto questo, «Joseph Hennon, portavoce della Commissione per l’ambiente», ha dichiarato che la «Commissione», nel definire le «linee di orientamento» delle «normative sui perturbatori endocrini», fa riferimento alle «migliori conoscenze scientifiche disponibili». Secondo “EurActiv.fr”, durante l’autunno, la «Commissione pubblicherà una nuova strategia» in merito ai «perturbatori endocrini».

Al di là di chi risulterà aver ragione in questa spinosa questione, «la posta in gioco» – come dicono Stéphane Horel e Brian Bienkowski – è «alta» e «coinvolge la strategia dell’Unione europea per regolamentare i prodotti chimici che alterano gli ormoni». Si tratterebbe del «primo tentativo al mondo di fare ciò». Inoltre, le «nuove regole» avrebbero degli effetti globali, dato che «tutte le compagnie che vendono una varietà di prodotti in Europa dovrebbero osservarle».

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Angelo Tino ha studiato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Ha, in seguito, conseguito un Master complémentaire presso l'Institut d’études européennes dell'Université Libre de Bruxelles.