Fonte: Mondialisation.ca, 23 Ottobre 2009 – Asia Times Online

Per i circoli d’informazione (occidentali), ciò che s’è ricavato dalla visita in Russia, di questa settimana, della Segretaria di Stato USA, Hillary Clinton, è un appello “per la cooperazione” e una “sfida” alla Russia ad aprire il suo sistema politico, abbracciare la “diversità” e a mettere via la mentalità da guerra fredda.

Chi abusa chi? Si potrebbe essere perdonati per la marea di risate che sono echeggiate nei corridoi del Cremlino – innaffiate, in seguito, con vodka Stolichnaya – se si considera la pietosa reputazione di Washington nel mondo, e dei suoi soliti sospetti “valori dell’occidente“, e il fatto che l’intellighenzia russa ha osservato che, in realtà, sono i falchi di Washington a crogiolarsi da anni nella guerra fredda. Che peccato che Hillary, la belligerante anti-Iran, non ha incrociato il percorso del maestro di scacchi Vladimir.

Il primo ministro Vladimir Putin aveva di meglio da fare, era a Pechino per una riunione dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO). Dopo Pechino, Putin ha detto apertamente agli Stati Uniti di non esercitare pressioni sull’Iran, sottolineando che nuove sanzioni sarebbero state “premature“. Sarebbe necessario un “accordo“. Hillary è stata messa al tappeto dall’esperto di judo Putin,  e lei non se n’è nemmeno accorta. Eppure, Hillary faceva ancora propaganda, alla televisione americana, dicendo che se la “comunità internazionale” approvava nuove sanzioni contro l’Iran, la Russia l’avrebbe seguita.

Non è questo che Putin – o il ministro degli affari esteri russo Sergej Lavrov – ha detto, né ciò che pensano i leader di Pechino.

Lavrov, anche se un po’ più diplomatico di Putin, ha stabilito che le sanzioni sono “controproducenti“. E’ sempre così, la pensano, in fondo, Putin e Pechino. Per quanto riguarda il presidente russo Dmitrij Medvedev, può avere accennato al fatto che non si sarebbe opposto ad ulteriori sanzioni, ma solo alla fine e nel lontano, lontano, futuro e non nel traguardo di dicembre, che lampeggia di rosso nelle menti di Washington.

Lavrov è andato dritto al punto dicendo: “Vogliamo risolvere tutte le questioni riguardanti il programma nucleare iraniano, in modo che questo paese possa esercitare tutti i suoi diritti quale membro non nucleare del Trattato di non proliferazione, e possa godere di tutte le opportunità connesse all’uso pacifico dell’energia nucleare“. Ciò significa che “ogni sforzo deve essere fatto per mantenere il processo negoziale”, e non per avanzare un termine minaccioso europeo-statunitense, avvolto dalla solita demonizzazione dell’Iran.

Putin gioca al ‘Pipelineistan’

Come architetto della seduzione della Cina da parte del monopolio del gas russo Gazprom, Putin aveva cose più urgenti da fare a Pechino che sentire piagnucolare Hillary a Mosca. Non era un eufemismo quando disse: “La Cina è un mercato enorme. La diversificazione degli approvvigionamenti è una direzione molto importante per Gazprom“. Più di ogni altro, Putin sa che il nome di questo (nuovo grande) gioco è “Pipelineistan”.

Gazprom è volta alla cooperazione globale strategica con Pechino. Non solo riguardo al Pipelineistan, che estenderà alla Cina un oleodotto dalla Siberia occidentale, pronto entro il 2015, e un altro dalla Siberia orientale, che richiede parecchi investimenti cinesi. Tale piano prevede l’espansione di progetti comuni in Siberia e anche in altri paesi.

Questo rientra in ciò che è noto, in tutta l’Asia, come rete della sicurezza energetica asiatica. Un elemento di questa rete è ciò che i russi hanno chiamato ‘Programma Gasifero Orientale-Pipelineistan gasifero’, dalla produzione alla consegna, coordinato da Gazprom, non solo verso la Cina, ma verso tutte le regioni dell’Asia-Pacifico. Un altro fronte sono gli oleodotti della Siberia orientale/Pacifico.

Molto è stato detto su un disaccordo tra Mosca e Pechino, riguardo al prezzo (Putin ha smentito, annunciando un accordo imminente per stabilire il prezzo secondo un paniere petrolifero asiatico). Comunque, questa è solo una questione tecnica. In termini geopolitici, il pezzo più redditizio è che Gazprom è pronto ad avviare con la Cina quasi la metà del volume di gas che attualmente esporta verso l’Europa occidentale, e ciò mentre anche i cinesi completano un gasdotto dal Turkmenistan. A differenza del petrolio – 4 milioni di barili al giorno – la Cina non importa molto gas naturale. Ma lo farà, perché ne ha bisogno, e la Russia lo sa.

Eppure non tutto è roseo. Aleksandr Lukin, direttore del Centro di Studi sull’Asia Orientale e della SCO per l’Università Statale per le Relazioni Internazionali di Mosca avverte, “la Russia non diverrà altro che un’appendice della Cina per le materie prime, come lo è diventata con l’Europa.”

Qual è il vero problema, ora? Il consenso chiave per la SCO: No a nuove sanzioni volute dagli Stati Uniti contro l’Iran, cosa che lega fortemente gli interessi di Russia, Cina e Iran. L’Iran ha lo status di osservatore presso la SCO. Per la SCO, l’importanza della rete della sicurezza energetica asiatica è di fondamentale importanza.

Questo va direttamente in contrasto con i disegni egemonici americani in Asia centrale e in Iran, perseguiti dal Pentagono, per dominarne ogni ambito. E’ stato Putin che aveva suggerito, in primo luogo, che l’Iran arricchisse l’uranio in Russia; cosa che ora è un modo tangibile per uscire dalla situazione di stallo sul nucleare iraniano. Quanto a Hillary, poteva fare di peggio che annegare le sue lamentele nella vodka.

Traduzione di Alessandro Lattanzio
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