1. Il 2 novembre 2004 Ernesto Milà ha pubblicato sul suo sito informatico personale (infoKrisis) una Respuesta a Claudio Mutti. Turquia no es Europa, che contiene alcune obiezioni a quanto abbiamo scritto nell’articolo La Turchia e l’Europa, accessibile nel sito della rivista di studi geopolitici “Eurasia” (www.eurasia-rivista.org).

Alle argomentazioni del nostro articolo relative all’appartenenza della penisola anatolica allo spazio culturale europeo, Ernesto Milà obietta: “Quando l’Anatolia (specialmente la sua costa occidentale bagnata dall’Egeo) era un prolungamento della Grecia, si poteva parlare di lingua, etnia e cultura europea. Ma, a partire dall’invasione ottomana e dalla distruzione di Bisanzio, parliamo di uno spazio geopolitico europeo conquistato da un popolo indiscutibilmente non europeo. Di più: un popolo che praticò la pulizia etnica e religiosa, distrusse la cultura bizantina e creò una situazione nuova”. Alcuni di questi concetti vengono ribaditi ulteriormente: “Mutti evita di descrivere la storia della conquista ottomana di Bisanzio. Lì assistiamo alla distruzione della civiltà e della cultura occidentale. (…) Senza parlare della pulizia etnica nei Balcani in seguito all’irruzione turca”.

Ernesto Milà, dunque, sostiene che un popolo non europeo che venga ad insediarsi in Europa non diventa, per ciò stesso, un popolo europeo. Scrive infatti testualmente: “Noi neghiamo questo automatismo; il fatto accidentale di aver occupato un territorio europeo non implica l’acquisizione legittima della qualifica di ‘europeo'”. Egli però applica questo criterio unicamente al caso dei Turchi Ottomani, i quali si insediarono in Tracia, dimenticando che, per essere valido, tale criterio dovrebbe potersi applicare anche ad altri casi. Ci limitiamo a citarne uno solo: quello delle dieci tribù guidate da Árpád (sette tribù ugriche e tre turco-cabardine) che nell’896 invasero la Pannonia ex romana e vi si insediarono, rimanendovi stabilmente per millecento anni. Insomma, se bisogna assumere il criterio invocato da Milà, non sono europei i Turchi, ma neanche gli Ungheresi, i Székely, i Finlandesi, gli Estoni, i Bulgari e nemmeno parecchie popolazioni della Russia al di qua degli Urali e del Caucaso.

Perché allora Milà non rifiuta la qualifica di europei anche a tutti questi altri popoli? Semplice: perché molti di loro sono diventati cristiani. Anche se non lo dice esplicitamente, è questo uno dei concetti fondamentali in base ai quali egli stabilisce chi sia europeo e chi no. Lo si capisce benissimo quando dice: “L’attuale territorio della UE ha una uniformità religiosa evidente, che l’incorporazione di nuovi associati contribuirà a rompere”. Milà ha così aggiornato la sinonimia novalisiana: Die Christenheit oder Europa. Ma l'”unica cristianità” idealizzata dal poeta romantico non è mai esistita; sicuramente non è esistita dopo il primo grande scisma del 1054. Figuriamoci nell’UE del 2004!!!

Ma, dicevamo, secondo Milà l’appartenenza cristiana è solo una condizione necessaria per potersi dire europeo. Necessaria, ma non sufficiente. L’altra condizione richiesta consiste nel trarre origine “o dai popoli nordico-germanici o dal mondo classico greco-latino”. A questo punto, il carattere europeo dei popoli slavi diventa problematico. Esclusi a priori i Russi (che secondo Milà occupano uno spazio extraeuropeo) ed esclusi a priori i Bulgari (che sono originariamente un popolo turco), che ne facciamo dei Polacchi, degli Slovacchi, dei Croati? Cattolici sì, ma irrimediabilmente slavi. Dunque non europei.

Tuttavia le condizioni poste da Milà per potersi dire europei non sono terminate. Le nazioni europee, egli dice, “sono oggi democrazie stabili con un sistema economico liberale”. Ne consegue che la formula di Novalis, ulteriormente adattata, dovrebbe suonare così: “la liberaldemocrazia ovvero l’Europa”.

2. Ma torniamo ai Turchi. Gli Ottomani, secondo Milà, “distrusse[ro] la cultura bizantina”, che egli identifica tout court con la “cultura occidentale”. In che modo può essere chiamata “occidentale” una cultura che, chiamandosi “bizantina”, trae il proprio nome dalla capitale dell’Impero Romano d’Oriente? Per noi è un vero e proprio mistero…

Quanto alla asserita distruzione della cultura bizantina ad opera degli Ottomani, ci permettiamo di segnalare a Ernesto Milà quel capolavoro del grande storico romeno Nicolae Iorga che è Byzance après Byzance (Balland, Paris 1992), in cui viene descritta la fioritura della civiltà bizantina dopo il 1453, sia nei territori dell’Impero ottomano sia nelle zone adiacenti in cui essa si diffuse. “Bisanzio, con tutto ciò che essa rappresentava (…) non poteva scomparire con la caduta successiva delle sue tre capitali – Costantinopoli, Mistrà e Trebisonda – nel XV secolo. (…) Bisanzio si conservò fino a un’epoca che cercheremo di definire (…) Dopo la trasformazione, per molti versi soltanto apparente, del 1453, essa [la cultura bizantina, n.d.r.] si annetterà forme di civiltà provenienti dal mondo gotico di Transilvania e Polonia, attraverso la Moldavia romena” (pp. 7-8). Oltre al libro di Nicolae Iorga, segnaliamo a Milà anche un altro studio che illustra la continuità bizantino-ottomana: L’Islam e l’eredità bizantina di Piero Calò, pubblicato nel 1990 dalle Edizioni all’insegna del Veltro.

Ci sono però altri libri, dei quali consiglieremmo volentieri la lettura a Ernesto Milà. Il primo è La caduta di Costantinopoli 1453 di Steven Runciman. A p. 143 dell’edizione italiana (Feltrinelli, Milano 1968) Milà potrà informarsi circa la vera sorte del patriarca che resse le sorti della comunità cristiana di Costantinopoli negli anni che precedettero la conquista ottomana: Gregorio Mammas “era fuggito dalla città nel 1451”, sicché risulta del tutto infondata l’affermazione dello stesso Milà, secondo cui il patriarca sarebbe morto combattendo contro i Turchi assieme al basileus Costantino XI. Nel celebre studio di Franz Babinger su Maometto il Conquistatore e il suo tempo (Einaudi, Torino 1967), invece, Milà potrà leggere che nel 1453 l’elezione e la consacrazione di Giorgio Scholarios ebbero luogo “secondo l’uso e l’ordinamento tradizionale” (p. 111), sicché risulta piuttosto azzardato asserire, come fa per l’appunto Milà, che il governo ottomano “depose e assassinò i patriarchi di Costantinopoli”.

Come si è visto più sopra, Ernesto Milà accusa gli Ottomani di aver praticato “la pulizia etnica e religiosa”. È vero esattamente il contrario. L’Impero ottomano fu sempre un edificio multietnico, a partire dalla classe dirigente, che annoverò numerosissimi visir, ministri e capi militari di origine greca, slava, albanese ecc. (Si veda a questo proposito il nostro articolo Roma ottomana, in “Eurasia”, 1, 2004). Addirittura, fu multietnico fu lo stesso harem dei Sultani, sicché, se vi fu pulizia etnica, essa avvenne proprio a danno del sangue turco, che nella Casa di Osman diminuì da una generazione all’altra! Ma nemmeno di pulizia religiosa è possibile parlare, altrimenti non esisterebbero comunità cristiane nei territori dell’ex Impero ottomano.

Ernesto Milà vuol sostenere questa tesi adducendo il caso dell’Albania e della Bosnia: “La maggioranza degli Albanesi e dei Bosniaci abbandonarono il cattolicesimo e adottarono l’Islam durante l’occupazione ottomana, che durò fino al 1912”. Ora, se è vero che nel 1912 fu proclamata l’indipendenza dell’Albania, la Bosnia si staccò dall’Impero ottomano un po’ prima del 1912: affidata nel 1878 dal Congresso di Berlino alla tutela e all’amministrazione absburgiche, la Bosnia fu annessa all’Austria-Ungheria nel 1908. Quanto all’affermazione secondo cui i Bosniaci avrebbero abbandonato il cattolicesimo, essa non corrisponde alla realtà storica. I Bosniaci erano bogomili, ossia seguivano una dottrina di derivazione manichea che era duramente perseguitata, in quanto eretica, dalla cattolica Ungheria. Per sottrarsi alla persecuzione cattolica, nel 1463 i Bosniaci si schierarono dalla parte di Mehmed II; in seguito all’integrazione della Bosnia nell’Impero ottomano, i bogomili si convertirono all’Islam e formarono un importante ceto di dignitari nel loro paese.

3. Passiamo ad altro. Siccome nel nostro articolo avevamo citato Jean Thiriart, il quale in un articolo del 6 marzo1964 scriveva che “La Turchia è Europa”, Ernesto Milà trascrive un altro brano di Thiriart, dove Vienna (1529, 1683) e Lepanto (1571) vengono menzionate tra le località in cui l’Europa ha combattuto nel corso dei secoli per la propria indipendenza. Il libro da cui Milà ha estratto il brano in questione è L’Europe. Un empire de 400 millions d’hommes, uscito nel 1964. Milà dimentica che, dopo la pubblicazione di questo libro, Jean Thiriart visse ancora una trentina d’anni, nel corso dei quali ebbe modo di modificare e aggiornare le sue vedute. Per quanto riguarda in particolare la Turchia, già nel 1964 Thiriart scriveva:

“La Turchia è Europa (…) I nazionalisti (così essi si autodefiniscono) sono individui di scarsa immaginazione e scarsa ambizione. (…) Il nazionalismo – nella semantica attuale del termine – è una filosofia e uno stile di vita per vecchi, anche se magari hanno diciassette anni nel senso fisiologico. Quando mi è capitato di dichiarare che la Turchia è Europa, ho sollevato un diluvio di proteste pedanti. Ma come? E il Turco nemico ereditario? E il musulmano aborrito? Non è mancato niente in tutto ciò, neanche l’oleografia del massacro di Chio. I nazionalisti hanno una visione estremamente sentimentale della storia: si potrebbe dire che hanno un’ottica rovesciata della realtà. Nel 1964 il problema politico-storico si pone nel modo seguente: i Turchi controllano l’accesso al Mediterraneo orientale, l’Europa deve controllare questo mare, dunque i Turchi sono Europei. Spetterà ai moralisti, agli scrittori, agli storici, in una parola agli intellettuali di aggiungere alle mie considerazioni realistiche gli ornamenti morali abitualmente richiesti dal galateo. È criminalmente imbecille respingere la Spagna dal Mercato Comune in nome del democratismo, come fanno i socialisti fanatici; è stupido ostracizzare la Jugoslavia di Tito, così come fa la destra, perché la Spagna e la Jugoslavia sono in primo luogo territori europei e solo in maniera del tutto accessoria e precaria sono le sedi rispettive del franchismo e del titoismo. Idem dicasi per la Turchia, della quale abbiamo bisogno. Non è affatto il caso di prendere partito, per motivi sentimentali, a favore dei Greci perché sono cristiani, mentre gli altri sono musulmani (…)” (Criminelle nocivité du petit-nationalisme: Sud-Tyrol et Chypre, “Jeune Europe”, 6 mars 1964, p. 173).

Nel 1967 Thiriart ritornava sull’argomento, pubblicando su “La Nation Européenne” (n. 16, aprile-maggio 1967, pp. 32-33) un articolo di Leonardo Fiori significativamente intitolato Turquie, Gibraltar du Bosphore. L’articolo concludeva così: “L’Europa ha bisogno della Turchia, non solo per la sua grandissima importanza strategica, ma soprattutto perché la Turchia è in primo luogo una provincia della nostra Europa”. All’articolo di L. Fiori si accompagnava un riquadro, nel quale era riportata una dichiarazione del ministro degli esteri turco Cemal Erkin, secondo il quale “la Turchia aspira a integrarsi definitivamente nell’Europa unita di domani”.

Nella lunga intervista rilasciata a Bernardo Gil Mugarza nel 1983 (Les 106 réponses à Mugarza, Bruxelles 1983, vol. II, p. 141), Thiriart aggiungeva altre considerazioni. “I Dardanelli – diceva – costituiscono un luogo strategico dell’Europa. (…) La Turchia è una provincia della Grande Europa. Quindi, le campagne di stampa turcofobe non soltanto sono di pessimo gusto, ma sono idiozie politiche. Certo, c’è il problema degli immigrati turchi nei due comuni di Bruxelles. Ma è un problema sociale. Gli autori delle campagne di stampa suddette si rivelano politici di sottoprefettura, che si pavesano del titolo di ‘Europei’ senza neanche sapere che cosa sia l’Europa. (…) Bisogna condannare con estrema severità tutta la letteratura nazionalista tedesca antitaliana e tutta la letteratura nazionalista belga antiturca. Si tratta di sentimentalismo e di xenofobia pericolosi per l’unità politica dell’Europa”. E ancora: “L’Europa conterrà dei Turchi, dei Maltesi, dei Siciliani, degli Andalusi, dei Kazaki, dei Tatari di Crimea – se ne rimangono -, degli Afgani. Per il semplice fatto che l’Europa non potrebbe esistere in modo vitale senza possedere e controllare i territori abitati da questi popoli” (p. 141). E infine: “Il Bosforo costituisce il centro di gravità di un impero che in un senso va da Vladivostok alle Azzorre e nell’altro va dall’Islanda al Pakistan. Istanbul è il centro di gravità geopolitico di un Impero euro-sovietico. (…) E’ il luogo in cui insediare la capitale di un Impero” (pp. 37-38).

4. La tesi di Ernesto Milà è che “la Turchia è stata, storicamente, una potenza avversaria dell’Europa”. Si tratta però di una tesi contraddetta dai fatti storici, i quali ci presentano la Turchia come l’alleata ora di una parte dell’Europa ora di un’altra: per fare un paio di esempi, nel XVI sec. essa si schierò con Francesco I contro Carlo V, mentre nella prima guerra mondiale si alleò con gli Imperi Centrali contro la Triplice Intesa. Dunque, se in tali circostanze la Turchia è stata avversaria dell’Europa, lo sono state anche la Francia, l’Austria-Ungheria e la Germania. Il che è assurdo.

Il nemico ottomano di ieri, dice ancora Milà, coincide con la Turchia del nostro tempo, così come la Cartagine dell’antichità è il Maghreb di oggi. Qui la realtà delle cose viene totalmente rovesciata, poiché gli eredi della talassocrazia economica cartaginese non sono certamente il Marocco o l’Algeria o la Tunisia di oggi. “Cartagine, cioè l’Inghilterra”- scriveva correttamente Simone Weil, la quale, è ovvio, era solidale con la Cartagine britannica. “Cartagine, cioè gli Stati Uniti” – si deve dire oggi. E si deve aggiungere e ripetere continuamente, come Catone: Carthago delenda est!

Quanto alla tesi di Milà, essa discende da un a priori ideologico, che è quello secondo cui “l’identità europea si è forgiata nella lotta contro il mondo islamico”. Di qui l’immancabile rievocazione dei “grandi fatti storici della Reconquista o delle Crociate”. Ma la risposta a tali argomenti è già stata data da un pezzo; ed è la risposta magistrale di un Europeo al quale nessuno oserà contestare il titolo di “buon Europeo”. Eccola: “Il cristianesimo ci ha carpito con la frode la mèsse della civiltà antica; più tardi ci ha di nuovo defraudato della mèsse della civiltà islamica. Il mondo meraviglioso della civiltà moresca, a noi in fondo più affine, più eloquente al senso ed al gusto che non Roma e la Grecia, venne calpestato – non dico da quali piedi – perché? Perché era debitore della sua nascita a istinti nobili, virili, perché diceva sì alla vita anche con le rare e raffinate delizie della vita moresca!… Più tardi i cavalieri crociati combatterono qualcosa, davanti a cui meglio sarebbe convenuto loro prostrarsi nella polvere, – una civiltà al cospetto della quale persino il nostro diciannovesimo secolo dovrebbe apparirci molto povero, molto ‘tardo’. – Certo, volevano far bottino: l’Oriente era ricco… Ma siamo giusti! Le Crociate – alta pirateria, niente di più!” (Friedrich Nietzsche, Anticristo, 60).

La matrice dell’a priori ideologico di Milà si manifesta perfettamente quando egli afferma che “le minacce contro l’Europa provengono dall’attuale mondo islamico”. È esattamente la stessa identica tesi diffusa dai teorici della Casa Bianca. Quelli che vorrebbero arruolarci nelle imprese di pirateria di oggi.


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Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).