Riportiamo di seguito la recensione di Andrea Tani all’opera dell’indiano Parag Khanna uscita in Italia nel 2009 col titolo I tre imperi. Pur non mettendo in dubbio l’interesse dei temi trattati da Khanna e le sue capacità analitiche, riteniamo che l’entusiasmo generatosi intorno alla sua figura ed alla sua opera sia forse eccessiva. Khanna è stato paragonato a Arnold Toynbee, a Paul Kennedy, persino a Marco Polo. Il suo libro è descritto come se si trattasse della nuova “Bibbia” della geopolitica mondiale. Riteniamo che urga invece osservare criticamente l’opera di Khanna, per fare giustizia dei suoi pregi ma anche dei suoi difetti.

Innanzi tutto, la tesi di partenza di Khanna è che oggi vi siano tre “imperi”, ossia tre superpotenze, che detengono congiuntamente la supremazia globale – in maniera competitiva ma non apertamente ostile tra loro. Tali tre superpotenze sarebbero USA, Cina e Unione Europea. Non si può che convenire con Khanna sui primi due nomi, ma la scelta del terzo “impero” pare difficilmente giustificabile. L’Unione Europea sarà pure una grande potenza economica, ma: a) non è uno Stato unitario né una federazione né una confederazione, bensì uno spazio economicamente integrato, con un apparato d’istituzioni politiche comuni solo superficiale, che non inficia la sussistenza dei vecchi Stati nazionali; b) le possibilità di maggiore integrazione oggi non appaiono incoraggianti, giacché si è diffuso tra la popolazione e tra molti governi nazionali un certo “euro-scetticismo” (per non parlare della crescente xenofobia, indotta dai massicci flussi immigratori e da certa propaganda islamofoba); c) lo stesso allargamento dell’UE negli anni recenti, che Khanna indica quale esempio della sua “potenza”, si sta rivelando compromettente per la stabilità e funzionalità della compagine europea, poiché laddove vige il liberum veto l’immobilismo è direttamente proporzionale al numero dei soggetti componenti; d) l’UE non ha una sua politica estera, ma ogni Stato nazionale ne persegue una propria a prescindere da quanto raccomandano le autorità unioniste (in particolare sui rapporti con la Russia c’è un’autentica spaccatura tra Bruxelles e la “Nuova Europa” da un lato – ostile a Mosca – e l’Europa Occidentale dall’altro – amichevole o almeno collaborativa); e) l’UE non ha un suo strumento militare, che rimane uno dei fattori essenziali della politica internazionale, checché ne dica Khanna – l’UE ha invece demandato la propria protezione alla NATO, ossia in ultima istanza agli USA, e dunque non si può considerarla un soggetto autonomo; f) persino l’asse franco-tedesco, tradizionale motore e direttivo dell’integrazione europea, negli ultimi anni (presidenze Merkel e Sarkozy), appare incrinato. Al contrario, Khanna esclude la Russia, giudicando “residuale” la sua influenza diplomatica, e facendo l’esempio dei negoziati sul nucleare iraniano. Non si capisce dove l’autore riesca a vedere un ruolo decisivo dell’Europa in tali negoziati (pp. 45-46), laddove i due paesi europei con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU si sono regolarmente appiattiti sulle posizioni di Washington, mentre Mosca ha costantemente contribuito a stemperare l’aggressività statunitense, oltre ad aver reso possibile lo stesso programma nucleare iraniano tramite il suo apporto tecnologico iniziale. Nel caso della Russia, Khanna ignora che: a) ha una posizione geografica del massimo valore strategico, come insegna la scienza geopolitica da Mackinder a Spykman a Brzezinski; b) è di gran lunga la maggiore potenza energetica del mondo; c) possiede ancora un forte strumento militare e, in particolare, ha un arsenale strategico pari a quello statunitense; d) dall’ascesa di Putin alla presidenza riesce a rispondere efficacemente ai tentativi d’erosione del suo “spazio vitale”, l’area postsovietica che i Russi chiamano “estero vicino”; e) con un’accorta condotta strategica, la Russia di Putin non solo riesce a difendere la sua influenza su buona parte dell’estero vicino, ma sta rinsaldando l’interdipendenza energetica russo-europea a dispetto degli ormai ventennali tentativi di Washington di creare rotte alternative per gl’idrocarburi centroasiatici.

Anche Tani mostra qualche dubbio sulla scelta dei tre “imperi” compiuta da Khanna, ed effettivamente essa non è sufficientemente motivata dall’autore. Probabilmente, come suo opera prima, l’analista indiano avrebbe potuto scegliere di approfondire proprio tale tema perché, costituendo il punto di partenza dell’intera trattazione, rischia d’inficiare tutto il resto. In realtà l’opera, come rivela il titolo originale, si concentra sul “Secondo Mondo”, che costituirebbe l’ago della bilancia nella contesa tra le tre superpotenze. La disamina di Khanna, che tocca i principali paesi del Secondo Mondo, è ricca ma non priva di punti controversi. Innanzi tutto sfatiamo un mito, ripetuto in numerose recensioni. Khanna ha senza dubbio viaggiato molto e visitato decine di paesi, ma non è sufficiente passare qualche giorno o anche qualche settimana in uno Stato per diventarne degli esperti. Altrimenti un gran numero di dipartimenti universitari potrebbero chiudere e farsi rimpiazzare dai tour operators. Khanna, pur essendo un poliglotta, fa ricorso esclusivamente alla produzione editoriale in lingua inglese. Senza dubbio non è poco: la sua bibliografia è imponente e di tutto rispetto. Ma, per fare un esempio, il suo capitolo sulla Russia reca nove note bibliografiche, che rimandano ad un paio d’articoli di quotidiani, mezza dozzina d’articoli di riviste, e ad un libro di Rosemary Mapes sul nazionalismo russo tra Sette e Ottocento. In realtà, come rivelano le pagine dei ringraziamenti (pp. 449-457) Khanna si è appoggiato primariamente ad analisti di vari think tanks soprattutto statunitensi, dal Eurasia Group all’International Crisis Group, dal Friedrich Ebert Stiftung alla New America Foundation (di cui lo stesso Khanna è membro). Le visioni di tali pensatoi coincidono in buona parte con la politica estera ufficiale di Washington, e non sorprende che lo stesso faccia l’autore del libro per buona parte della sua opera. Non manca anche qualche scadimento “propagandistico”, come quando c’informa che Hugo Chavez – dipinto a tinte foschissime da Khanna, come un autocrate corrotto ed incapace che avrebbe tacitato le opposizioni (evidentemente quando ha visitato il Venezuela, l’analista indiano non ha mai acceso la televisione) – offrirebbe «protezione e campi di addestramento (…) a gruppi fondamentalisti islamici» (p. 200) …Chavez complice di Bin Laden?!

È invece vero che Khanna scrive pagine coraggiose e lungimiranti sugli USA, anche se la sua tesi che starebbero scivolando verso il Secondo Mondo (e forse già vi sarebbero) è in qualche modo contraddittoria con la loro identificazione con una delle tre superpotenze mondiali. Anche se la sua critica alla situazione socio-economica degli Stati Uniti aveva una valenza principalmente politica – è soprattutto un attacco all’operato di Bush – restano pagine d’assoluto valore, che hanno il pregio aggiuntivo d’essere state scritte prima della crisi finanziaria, quando di colpo molti cantori della “superpotenza” ne hanno improvvisamente scoperto i lati oscuri.

Daniele Scalea per la Redazione di Eurasia, rivista di studi geopolitici

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Parag Khanna, I tre imperi – nuovi equilibri globali del XXI secolo, Fazi Editore, Roma 2009

L’analisi del rivolgimento di gerarchie seguito all’apparente collasso dell’ordine mondiale post-americano non è esercizio certamente inconsueto presso coloro che sono in grado di padroneggiare la materia. Sono molti e molto autorevoli i lavori usciti di recente che approfondiscono il declino yankee e la contemporanea ascesa asiatica ed europea. “I tre imperi – nuovi equilibri globali del 21° secolo” risulta uno dei più approfonditi, godibili ed esaustivi, anche perché va direttamente alla radice dei problemi senza la consueta arroganza intellettuale di chi crede di aver capito tutto e con una conoscenza dei fatti del mondo veramente stupefacente per un autore di soli trentadue anni. Parag Khanna, un sorprendente giovanotto indiano inserito da Esquire nella lista dei 75 personaggi più influenti del mondo (nonché da Wired nell’elenco dei quindici globalizzati più emergenti) ha studiato in Germania, UAE e Stati Uniti finendo per diventare una specie di “ragazzo prodigio della saggistica geopolitica internazionale”, come scrive il New York Times . E’ stato frequentatore di Davos (sette volte prima dei trent’anni, come ha affermato sconsolato l’autore, che forse pensava all’omonima risposta di un trentenne cattolico reduce da una notte brava alla richiesta del suo confessore…), consulente del US Special Forces Command in Iraq, esperto di affari internazionali della squadra elettorale di Obama, direttore della Global Governance Initiaitive presso la New America Foundation. Per scrivere questo suo primo libro, molto suggestivo e ricco di spunti di riflessione, Khanna ha speso un sesto della sua vita per esplorare quarantacinque paesi dei quattro continenti, per poi descriverli con un autentico dono affabulatorio e metterli in relazione fra di loro in modo veramente innovativo e inusitato. Se dovesse continuare con questo rateo di cabrata staremmo assistendo alla nascita di un vero astro, un nuovo Paul Kennedy equipaggiato però con un poderoso motore di ricerca informatico.

La tesi di fondo del lavoro è che nel mondo di oggi si stanno delineando tre “imperi”, intesi in senso allo stesso tempo aulico e post-moderno, o metastorico, non coloniale né colonialista – né tampoco corrispondente con altrettante civiltà, secondo la celebrata visione di Huntington. A contare sulla scena internazionale non sarebbero più le identità etno-culturali e religiose tratteggiate da Huntington ma i grandi centri di potenza economica, demografica, mediatica e naturalmente militare. Quindi non più l’ Occidente Transatlantico e l’Asse Sinico – oltre a tutto il resto, mondo arabo, latinoamericano, indù, etc. – ma gli Stati Uniti e l’Unione Europea, da considerare entità distinte, i cui interessi e modi di intendere il mondo sono spesso divergenti, nonchè la Cina (il Giappone è lasciato fuori, o forse è implicito in un Impero di Mezzo in senso lato).

I tre Grandi competono fra loro in quello che l’autore definisce un “global geopolitical marketplace” e già questa enunciazione specifica la valenza e il senso della competizione, che non ha i consueti connotati militari o militareggianti del passato ma è di un tipo tutt’affatto diverso. I tre giganti vengono definiti da Khanna “frenemies”, amici-nemici, e non è un termine che si attribuisce a chi è mortalmente ostile, come tutto sommato erano gli avversari delle contrapposizioni all’ultimo sangue del recente passato. Anche se tutti e tre i possiedono e padroneggiano i consueti attributi bellici del comando (armi nucleari in testa), infatti, la forza militare non è più l’elemento chiave di supremazia. Lo è la forza economica, istituzionale e culturale in senso lato, l’autorevolezza e la percezione di solidità, l’abilità nell’irradiare miti e riti, nonchè la capacità di attrazione verso il resto del pianeta, soprattutto verso la porzione di quest’ultimo costituita dai cosiddetti paesi del Secondo Mondo, i veri protagonisti del libro non a caso menzionati nel titolo originale inglese del saggio “The second world – Empires and influence in the new global order”, più preciso dell’interpretazione italiana. La disamina della loro situazione/condizione costituisce quindi il motivo portante e la ragion d’essere del lavoro.

Si tratta, secondo l’autore, di un centinaio di stati che sono caratterizzati contemporaneamente dallo sviluppo delle loro capitali e maggiori centri di crescita e dal sottosviluppo delle loro periferie in senso lato, secondo un mix variabile ma qualitativamente reiterato. Si tratta di nazioni che in parte aspirano a entrare nell’elite globale e in parte “rischiano di essere continuamente risucchiate nel girone dei dannati della terra”. Khanna ne ha visitati cinquanta e concentra la sua attenzione verso i più cospicui resti dell’Impero Sovietico (Russia, Ucraina, Caucaso, Stan dell’Asia Centrale e nuova Via della Seta) e di quello iugoslavo, sull’America Latina ormai affrancata dalla Dottrina Monroe, sulla galassia araba e sui decisivi pesi massimi e medi dell’Asia Pacifico. Il risultato è uno straordinario carnet di viaggio geopolitico ma anche culturale e antropologico che consente di afferrare l’essenziale delle questioni che riguardano questi decisivi paesi e di comprendere le interrelazioni fra essi e con i tre supergrandi che conducono la danza – o forse cercano di seguirla, non è chiaro. A prescindere da questi ultimi, la lettura delle note di questo moderno Marco Polo è affascinante per chiunque abbia curiosità del mondo e direi indispensabile per tutti coloro che hanno a che fare con i paesi descritti per lavoro.

Dietro di loro c’è il Terzo Mondo, ovvero quello che arranca malamente sul cammino del progresso e che costituisce un problema per sé stesso e per tutti coloro che con esso hanno a che fare. E’ fuori dal Risiko planetario, a meno dei pochi fortunati e intraprendenti che riescono a fuoriuscire dal ghetto. Ma sono pochi: è più facile che il salto – all’ingiù – siano costretti a farlo i declinanti fra i paesi del Secondo Mondo, per il quali il declassamento è sempre in agguato. Questo pessimismo di fondo non appartiene al politicamente corretto di matrice occidentale a proposito delle sorti certe e progressive dell’umanità e forse scaturisce subliminalmente dall’immobilità sociale della cultura di provenienza dell’autore: i reietti del Terzo Mondo sono un po’ i “dalit” del pianeta e per loro non c’è molto da fare: la vita degna di essere vissuta è altrove.

E’ evidente la profonda diversità di approccio rispetto alle tradizionali definizioni – nella Guerra Fredda il primo Mondo era l’Ovest, il Secondo l’Est e il Terzo i Non Allineati – e questa è una delle tante eterodossie di un testo frutto, oltre che di una mente lucida, attenta e poco viziata da pregiudizi, di una formazione intellettuale sincretica come poche.

Secondo Khanna il potere del Secondo Mondo è simile a quello dei consumatori, che condizionano i produttori e ne determinano le strategie ma non fino a sostituirsi ad essi. La maggioranza dei suoi membri cerca di mantenere rapporti profittevoli con tutti i tre gli Imperatori, e spesso ci riesce. Questa è un’altra novità rispetto al classico passato: le tre clientele sono flessibili, sempre più a geometria variabile. Alcuni degli stati più importanti e considerevoli ma non necessariamente più stabili o vicini a passare in serie A, come la Russia e l’India (la cui posizione secondaria nella scala gerarchica di potenza di Khanna può stupire molti, almeno finchè non leggono le giustificazioni dell’autore – in sintesi “La Russia chissà se sopravviverà” e “l’India è allo stesso tempo una superpotenza e una superdebolezza, entrambe eternamente irrilevanti”), sono persino in grado di far pendere il risultato della competizione in una direzione piuttosto che in’altra e quindi la loro lusinga o cooptazione (il tradizionale termine “conquista“ sarebbe veramente fuori luogo) riveste un’importanza primaria. Per conseguirla queste nuove superpotenze adoperano strategie differenti. Gli Stati Uniti adottano un modello di “coalizione”, protettivo e militarmente pregnante, su una base preferibilmente bilaterale e con chi è disposto ad adottare gli stilemi tangibili o almeno virtuali della democrazia rappresentativa e del libero mercato. La Cina ipnotizza i suoi target mediante un metodo che Khanna definisce “consultivo”, offrendo concretezze infrastrutturali, sostegno diplomatico e supporti finanziari senza interferenze politiche, condizionamenti ideologici e pretese moraleggianti. Nel complesso l’autore mostra comprensione e ammirazione per la rinascita Han, la quale non si può permettere quella democrazia che gli altri (non i cinesi) pretendono da lei perché questa è un lusso per ricchi, e la Cina non lo è. Per un certo verso è sempre un paese con grandi squilibri a cavallo fra il Secondo e il Terzo Mondo – quattro Cine in una, come afferma Khanna – che occupa il rango che occupa per l’immensità dei suoi numeri e la crescente efficienza con la quale li fa fruttare la sua elite, il PCC, che Khanna definisce “la più potente ed efficace monarchia della storia cinese”. Efficienza molto superiore a quanto “non” riesce a fare la vicina e simile – come numeri – India, che ha una frazione del PIL e dell’influenza globale della Repubblica Popolare perché i suoi abitanti hanno una frazione della determinazione dei vicini e del loro genio organizzativo, riversando il focus della loro attenzione collettiva alla trascendenza, che per gli attuali padroni del Transhimalaia è solo superstizione. Il vero limite del magnetismo della Cina è che le sue iniziative non riescono a rappresentare un vero stimolo al progresso delle società verso le quali si rivolgono, offrendo solo un piano quinquennale suppletivo, o forse due, come dimostra il divenire della stretta alleanza di Pechino con le dittature più arretrate del Terzo Mondo, dal Sudan allo Zimbawe al Myanmar.

Come spiega Khanna “la Cina è un partner che può aiutare le nazioni africane (e non solo) tanto ad uscire dal Terzo Mondo quanto a mantenervele”. –

L’Unione Europea, la preferita di Khanna (“L’impero più benevole e meglio riuscito nella storia poiché invece di dominare, educa”), ammalia e convince con un approccio consensuale che ha avuto uno straordinario successo, consentendo l’unica vera espansione territoriale e demografica di una costruzione politica dell’ultimo mezzo secolo. Il suo prossimo capitolo, secondo il saggio, sarà l’area che va dal Caucaso all’Ucraina, e la Russia non potrà farci nulla (la tesi è veramente discutibile, almeno fino a quando Mosca conserverà migliaia di testate nucleari e il controllo di un terzo dei flussi energetici al Vecchio Continente). Visto dai mediocri tempi che stiamo vivendo questo euroentusiasmo può sembrare eccessivo, almeno chez nous, ma forse Khanna ha ragione: lo storico futuro che dovesse spiegare ai suoi studenti la genesi dell’Europa mostrerà una serie di mappe colorate nelle quali il cromatismo europeo si allarga progressivamente come nell’analoga sequenza dell’impero romano e di quello britannico, ma con due importanti differenze: pas d’histoire battaille – sangue solo nei regolamenti comunitari sulle trasfusioni – e tempi molto più ridotti. Decenni invece che secoli.

La sola ideologia che governa le strategie dei Supergrandi non è il capitalismo, la democrazia o l’autoritarismo, ma il “successo”, che bacia non tanto coloro che sono più forti o sagaci ma sopratutto i più flessibili e capaci di adattarsi alle circostanze. E quindi la strabocchevole ma rigida presenza militare americana in tutto il mondo finisce per non corrispondere più ad una dominazione globale. Mentre un tempo l’influenza e gli spazi territoriali e commerciali soggetti alle varie egemonie venivano conquistati primariamente con la punta delle baionette, oggi essi vengono soprattutto “comprati”. I muscolarismi marziali comportano oggi più oneri che ritorni, e questo vale tanto più quanto ci si allontani dai propri interessi essenziali (AfPak docet). Sempre meno nazioni al mondo dipendono oggi dalla protezione americana e questo comporta conseguenze facilmente schematizzabili: “Oggi si nota facilmente come l’America sia sempre meno amata e temuta, l’Europa sempre meno temuta e più amata e la Cina, infine, sempre più amata e sempre più temuta”. La semplificazione di Khanna è forse eccessiva, soprattutto per quanto riguarda la Cina, ma certamente efficace.

Il maggiore asset che gli Stati Uniti possono derivare dal loro imperiale passato – che Khanna dà già per archiviato, forse un tantino prematuramente – è il soft power e la capacità di attrazione che essi emanavano, oltre alla continua attitudine a inventare e reinventarsi. I primi due sembrano ormai appannaggio dell’Unione Europea; in quanto all’invenzione e al reinventarsi, la Cina sta dimostrando una creatività che le frutta dividendi geopolitici sempre più corposi, mentre gli Stati Uniti si stanno sclerotizzando e per certi versi diventando una caricatura di se stessi (“una superpotenza palestrata in cerca di un cervello”, come recita il New York Times nella sua recensione).

Con la sua patria d’adozione, quella che gli ha permesso di diventare quello che è e che sarà, Khanna usa frasi molto dure, del tipo: “Gli Stati Uniti non hanno messo in opera alcuna politica che possa garantire loro di restare una Nazione del Primo Mondo”; “I partiti americani sono agenzie di fund raising appena coperte da un velo di contenuti”;”Il Dipartimento di Stato è gestito come la maggiore agenzia di viaggi del mondo”e spaccia “il suo dilettantismo per diplomazia”; “L’approccio socioeconomico degli americani sarebbe ridicolo se non fosse così preoccupante”.

A modesto avviso dello scrivente, il solo fatto che uno dei principali guru geopolitici degli attuali Stati Uniti nonché consigliere di un presidente in carica possa esprimersi così, applaudito dall’accademia e dall’opinione pubblica più accorta del suo paese, è segno di grande vitalità e di una capacità di evidenziare gli errori – per poi correggerli, presumibilmente – che ha pochi epigoni. Forse non è un reinventarsi, ma potrebbe precludere qualcosa di simile.

Per il futuro, Khanna non prevede che la competizione fra i tre Imperi si trasformi in una conflittualità di tipo militare o equiparata. Niente gelate a sfondo bellico, insomma. A suo dire lo impedisce la globalizzazione e la fitta rete di interdipendenze che essa ha creato e ancor più creerà, che non ha alcun riscontro nel passato. Il recente sviluppo delle relazioni fra Cina e Stati Uniti, le più critiche fra le combinazioni possibili, sembrerebbe dargli ragione. In meno di un decennio si è passati dalla competizione strategica dell’ultimo Clinton e primo Bush jr – con annessi attraversamenti delle stretto di Formosa da parte delle portaerei della Settima Flotta e collisioni in volo fra la caccia della Repubblica Popolare e gli aerei Sigint del Pacifico Command USA – alla partnership (sempre strategica) evocata da Obama nell’ultima missione a Pechino. Con allegati l’immenso interscambio fra i due colossi e il loro rapporto simbiotico fra un debitore capace di mandare all’aria la banca creditrice e la banca medesima, che è poi anche il produttore dei beni a basso costo che consentono all’insolvente di non collassare ulteriormente.

Che si chiami “Chimerica” o “G2”, il matrimonio sarà forzato e di interesse, ma è stato celebrato sull’altare della realpolitik, officiante la globalizazione, seguendo i precetti della legge canonica che ha nella “La ricchezza delle nazioni” di Adamo Smith il suo Antico Testamento (sul quale sia il Nuovo ognuno può dire la sua).

Siccome fra Europa e Stati Uniti, nonché fra EU e Cina, una conflittualità aperta e violenta è ancora meno verosimile, per le evidenze che tutti sappiamo, si può sommessamente avanzare l’ipotesi che l’epoca storica degli scontri bellici diretti per l’egemonia planetaria sia tramontata, per impraticabilità del campo e indisponibilità dei gladiatori – tutti in affari o imparentati fra loro. Il che non vuol dire che Marte stia per scomparire da questo mondo, ma solo che chi può far i danni maggiori, addirittura esiziali, rimarrà in panchina. Anzi uscirà proprio dal campo di gioco. Come afferma l’autore, è ipotizzabile un futuro abbastanza prossimo nel quale “un G3 formato da Stati Uniti, UE e Cina diventi il forum più appropriato per riallacciare relazioni fra le superpotenze in grado di agire in profondità”.

L’augurio è di quelli che rallegrano il cuore in questi tempi cupi; ne sapremo forse di più nella prossima fatica di Khanna “How to run the world”, che uscirà nel 2010 per i titoli di Random House – attesa presumibilmente con più impazienza di una Quadriennal Defence Review del Pentagono..

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