Dopo la fine della Guerra Fredda il mondo è sembrato, per più di vent’anni, arrivato alla sua fine e la storia al suo apice. Cosa altro poteva accadere dopo la caduta dell’Unione Sovietica e la definitiva affermazione della globalizzazione a trazione statunitense?

Thomas Friedman scriveva già nel 2005 “il Mondo è piatto” (The World is flat). Oramai sull’altare della globalizzazione non esistevano più distinzioni tra Stati o Nazioni, il globo era tutto parte di un unico grande gioco economico, era appunto piatto.

Eppure, negli ultimi anni la globalizzazione ha dimostrato il suo fallimento e la sua incapacità di essere risolutiva nella vita degli individui e delle Nazioni stesse.

Cosa succede dopo la globalizzazione? Lo spiega molto bene, dal punto di vista geopolitico e geoeconomico, Amedeo Maddaluno nel suo recente libro “Il Caos Globale”, nel quale delinea molto chiaramente quali spinte e quali forze stanno giocando nel grande scacchiere della politica internazionale.

Successivamente ad eventi come la Brexit, l’elezione di Donald Trump ed il conflitto siriano in corso, è sempre più chiaro che i popoli sono incredibilmente vitali e che il mondo non è così piatto come diceva Friedman, anzi, è particolarmente movimentato. 

Nello specifico, le principali potenze stanno dimostrando di star combattendo una “guerra per procura” nel teatro del Vicino Oriente, senza intervenire direttamente con sforzi militari ingenti, ma supportando efficacemente i loro alleati in Siria. Attorno a questa area di instabilità geopolitica si può notare la non più nascosta comunione d’intenti tra gli USA, che trainano la coalizione occidentale, Israele, l’Arabia Saudita e la Turchia. In un’inedita intesa molto eterogenea sul piano ideologico, almeno formalmente, questi Paesi stanno dimostrando la loro ostilità a due dei principali attori eurasiatici, l’Iran e la Russia. Allo stesso tempo, il mondo occidentale cerca di contenere un altro scomodo colosso, la Cina. Sono di recente notizia la rilocazione della base USA ad Okinawa e l’installazione del sistema di difesa THAAD in Sud Korea, rivolte a contenere il Paese di Xi Jinping.

L’aggressività statunitense è dimostrata anche dall’intenzione frequente di intervenire in teatri di confine, come nel Golfo Persico, in Libia ed in ultimo in Siria, al fine di renderli instabili. Il caos globale, in questo senso, è la garanzia per la superpotenza statunitense di danneggiare gli avversari sul piano geopolitico e di apparire come necessaria per gli alleati.

La stessa logica del terrore e la vituperata guerra al fondamentalismo islamico, secondo Maddaluno, è uno ottimo strumento di gestione della leadership da parte della potenza a stelle e strisce. Dietro a questa strategia vi è chiaro il tentativo di impedire una forma di unione tra i paesi eurasiatici. Gli USA temono infatti la solidità di quella che Mackinder chiamava l’Heartland, il Cuore della Terra, il mondo Eurasiatico, che avrebbe potuto controllare il mondo. Proprio per questo motivo gli Stati Uniti necessitano di stringersi sempre di più all’Europa, un alleato confuso ed incapace di prendere una posizione sulla questione libica così come sulla tematica degli immigrati.

Con questo testo Amedeo Maddaluno fornisce una chiave di lettura inedita, secondo un punto di vista differente da quello che larga parte della stampa occidentale difende.

Le lucide spiegazioni ed analisi, che traggono spunto dalle identità culturali e dalle necessità strategiche dei Paesi citati, garantiscono al lettore di poter comprendere davvero come si stia muovendo il mondo d’oggi, tutt’alto che piatto, tutt’altro che finito.

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Laureato Magistrale in Relazioni Internazionali all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna, ha conseguito il Master in Diplomacy presso l’Istituto di Studi di Politica Internazionale (ISPI).