Qualcuno, con evidente animo goliardico, negli anni della “Contestazione” scrisse su un muro: “Una risata vi seppellirà”.

Ora, le vignette sono disegnate apposta per farsi una risata. Ma quando se ne fa un uso politico è evidente che l’umorismo è forse l’ultima preoccupazione di chi le commissiona per una testata giornalistica o un’esposizione.
Così si ride a comando, a seconda di come ci si schiera. E ci s’indigna a comando, sempre per lo stesso motivo partigiano.

Allo stesso tempo, c’è chi, a geometria variabile, tira in ballo la “libertà di satira”, filiazione diretta di quella “di espressione”, per giustificare l’opportunità e il sacrosanto diritto di pubblicare determinate vignette. Quand’anche risultassero gravemente offensive per qualcuno. Per non parlare di quelle che insultano intere comunità e, a ben considerare, ledono persino la dignità di qualsiasi essere umano.

Quando l’aperta e dichiarata provocazione è il motivo principale per cui alcune vignette escono su un giornale o vengono esposte in una sala aperta al pubblico, con tanto di reclamizzazione da parte dei soliti media, non si capisce quale “libertà di espressione” abbia parte in tutto ciò.

La riprova che quest’ultimo argomento è falso e pretestuoso è che gli stessi paladini della “libertà” non accetterebbero in alcun modo e per nessun motivo al mondo di dare spazio ad una satira che andasse a colpire ciò che per essi vi è di più sacro ed inviolabile.

Insomma, la questione della “libertà di espressione”, che comprende anche quella “di satira”, e sulla quale è stato sprecato così tanto fiato dopo gli attacchi alla redazione del Charlie Hebdo, è praticamente aria fritta.

Più seriamente, quindi, possiamo sostenere che ciascuno si ritiene in dovere di fare lo spiritoso su quello che in cuor suo considera degno di essere dileggiato e profanato. Pertanto tutta questa “libertà” di cui fanfaroneggiano i cosiddetti “opinionisti” si ferma qui.

Nessuna possibilità, infatti, di ironizzare su cose alle quali si deve esclusivamente tributare – talvolta per legge, ma di fatto per una tacita convenzione sociale – un unanime profondo rispetto…

La questione delle vignette investe dunque quello che per gli antropologi concerne la sfera dei “tabu” e del “sacro”. Chissà se se ne sono accorti, perché non mancherebbe loro – qualora fossero liberi di studiare la materia senza ipoteche “morali” – il modo di portare a conoscenza di un pubblico piuttosto vasto il problema della relatività di ciò che per qualcuno può essere inviolabile mentre per altri non lo è affatto.

Ma non lo faranno. Perché la materia scotta. Scotta talmente tanto che qualcuno s’è bruciato.
Stiamo parlando di chi è tornato nel suo paese dalla prima rassegna di vignette satiriche sull’Olocausto organizzata in Iran. Trattato come un pazzo o un appestato. Per una vignetta, attenzione.

Ma se l’Olocausto è il vero “tabu” dell’Occidente, della religione e dei profeti si può dire, scrivere e… disegnare quel che si vuole, altrimenti le autorità non sosterrebbero pubblicazioni come il Charlie Hebdo che per primi dovrebbe mandare su tutte le furie i cattolici, tanta è l’oscenità delle vignette lì pubblicate che raffigurano il Cristo e la Vergine in pose e situazioni davvero oltre ogni limite di tolleranza anche per un semplice individuo indifferente alla pratica religiosa ma ancora radicato nella sua umanità.

Le vignette irrispettose verso il Profeta dell’Islam sembrano diventate un punto d’onore in Occidente. Al punto che ogni volta che qualche manipolo di scellerati organizza una mostra sul tema, tutti i media rimbalzano la cosa, con la non troppo recondita speranza che accada “il fattaccio”. Che puntualmente si verifica, con il rituale baccano mediatico.

Questo se diamo per buona la versione ufficiale, ovvero che vi è buonafede da tutte le parti. Perché non è particolarmente “complottista” immaginare che gli uni (i profanatori/dileggiatori) e gli altri (attentatori, “false flag” o meno) rispondano a precise catene di comando. Questi qua, per esempio, sono gli organizzatori della recente “mostra su Maometto” tenutasi in Texas, attorno alla quale vi è stata una sparatoria con presunti aderenti all’ISIS. Ciascuno giudichi da sé di chi si tratta in realtà e ne tragga le debite conclusioni: http://freedomdefense.typepad.com/

Come che sia, il risultato è che quest’Occidente alla deriva, che non crede nemmeno più alle sue tanto sbandierate “radici” (greco-romane o giudaico-cristiane che siano), incoraggia la bestemmia e la blasfemia, contro qualsiasi cosa rivesta una sacralità per intere popolazioni. L’islamofobia di queste ultime vignette sul Profeta dell’Islam è difatti l’ultima manifestazione di un discorso che parte da lontano e che ancora oggi trova i suoi estimatori nei difensori a spada tratta del “laicismo”.

Bisogna a tale proposito notare che – a riprova che il punto di vista “esteriore” o exoterico ha sempre un che di insufficiente e limitato – non ci sarebbe per nulla da cantare vittoria se accanto ad un supremo rispetto per la religione cattolica assistessimo al sistematico insulto verso le altre. Per il semplice (si fa per dire) motivo che tutte le religioni (o “tradizioni”) derivano e traggono legittimità da una Tradizione primordiale, traducendo nel linguaggio adatto ad uno specifico “ambiente” l’unicità della dottrina dell’Unità.

Insomma, un cristiano che insulta l’Islam fa torto anche a se stesso, e viceversa, perché tutte le religioni provengono dalla medesima Fonte.

Qualcuno questa cosa l’aveva intuita all’epoca dei nazionalismi ottocenteschi quando sostenne che una sana posizione nazionalista non doveva ledere il legittimo amor di Patria altrui. Su un piano qualitativamente più basso rispetto a quello delle religioni, il concetto rende bene l’idea dell’assurdità dell’assolutizzazione, quale unica “vera”, della propria religione.

Ma, come dicevamo, qui non è questione di innalzare la ‘croce’ per sputare sulla ‘mezzaluna’, dato che tutte le religioni e dunque la sacralità stessa dell’essere umano è messa in discussione da ambienti che sembrano messi su apposta per seminare zizzania.

Detta in altra maniera, potremmo affermare che questi ambienti, che producono fenomeni talmente sguaiati dal risultare immediatamente “sospetti” (si pensi alle Femen o alle Pussy Riot, ma anche a questi “vignettisti”), sono in qualche modo un’emanazione di quella che René Guénon definiva la “Controiniziazione”, la quale, per giungere all’obiettivo di cui è incaricata (ovvero l’avvento dell’Anticristo, o del Dajjâl, “l’Impostore” della tradizione islamica) deve traviare in tutti i modi gli uomini, seminando tra loro la proverbiale zizzania.

Non crediamo perciò di andare molto lontani dal vero interpretando il divieto posto dalla Federazione Russa alla ripubblicazione delle famigerate “vignette” sul Profeta come un fermo segnale inviato a chi pensa di suscitare all’interno di una compagine plurinazionale gli stessi odi che altrove sono riusciti in parte a scatenare calcando la mano il più possibile sul tasto dell’ingiuria verso la religione ed i suoi simboli.

Ma immediatamente, dopo il niet russo, dalle centrali della “libertà di espressione” s’è levata la canea contro il “dittatore” Putin, che ovviamente ha incassato la puntura di spillo e, soprattutto, il plauso delle comunità religiose che popolano la Russia. E questo sarebbe un “provocatore”, un “guerrafondaio”?

Sempre per rimanere sulla Russia, sarà il caso di ricordare che proprio durante la presidenza di Eltsin avevano preso piede, provocando un certo “rumore” mediatico in Occidente, alcuni movimenti che assieme ad un nazionalismo esasperato associavano un anti-ebraismo altrettanto estremo. Tanto estremo dal risultare sospetto. Col nuovo corso putiniano, anche per questi esagerati le luci della ribalta si sono offuscate, eppure il presidente russo non ha smesso di essere sotto il tiro di alcuni “oligarchi” che in un modo o nell’altro si dichiarano ebrei.

Il fatto è – e non lo si ricorderà mai abbastanza – che una cosa è il Sionismo ed un’altra l’Ebraismo. Il primo è sovversivo, il secondo no, traendo anch’esso la sua origine legittima da quella Tradizione primordiale cui accennavamo poc’anzi.

Per questo è facile notare come dietro le peggiori iniziative che – in nome della “libertà d’espressione” – colpiscono i simboli della religione islamica vi sia praticamente sempre qualche organizzazione sionista.

Tutto questo lo sanno bene anche in Iran, dove l’Ebraismo è rispettato ma il Sionismo no, e per questo viene colpito da vignette in un certo senso di segno eguale e contrario a quelle anti-islamiche che circolano nei Paesi occidentali (senza dimenticare però che esse convivono con quelle che insultano tutte le altre religioni).

Al riguardo dell’Iran e delle sue vignette è necessario fare una premessa. Lo Sciismo duodecimano è assai rispettoso verso i simboli della religione cristiana. Ma se l’umorismo sulle persecuzioni anti-ebraiche degli anni Trenta e Quaranta, da una parte, è da leggere come uno strumento propagandistico anti-sionista, dall’altra, fa risaltare, mentre tutti i media occidentali starnazzano come oche impazzite, l’inconsistenza di altisonanti “questioni di principio” di cui gli occidentali stessi vanno fieri, salvo poi smentirle sistematicamente.
Altrimenti non esisterebbe, in parecchi Paesi europei, la galera per gli storici che contestano alcuni aspetti della “storia” delle discriminazioni e delle persecuzioni patite da parte dell’Ebraismo europeo e che una definizione riduttiva e di comodo designa come “negazionisti”.

Pensare che uno studioso possa finire in prigione per i suoi scritti è cosa che non fa ridere nessuno, se non coloro che – come dicevamo all’inizio – a comando trovano fantastico o esecrabile il fatto di fare dell’ironia, anche pesantissima e volgare, su ciò che vi è di più sacro per gli altri.

Ma il punto dirimente è questo: l’Occidente moderno è costruito interamente sulla negazione di Dio, che deve essere espunto da ogni ambito della vita civile, come ha affermato anche di recente – davanti a una platea di professori – uno degli esponenti di punta del “laicismo”. L’Occidente è basato sul “negazionismo” per antonomasia.

Al posto di Dio, siccome un vuoto si deve per forza di cose riempire, anche illusoriamente, è stato messo l’uomo, tramite un “fatto storico” che lungi dall’essere per l’appunto un “fatto”, e dunque indagabile coi normali strumenti dell’inchiesta storica, viene ammantato d’una sacralità abusiva e parodistica. Ad un punto tale che c’è chi ha acutamente osservato che l’Olocausto, imbalsamato in una ‘ortodossia’ indiscutibile, è “l’ultima religione rimasta”. Dell’Occidente, si capisce.

Questo in Iran l’hanno capito bene, e perciò insistono su queste vignette che qua vengono giudicate “antisemite” ma che a ben vedere mettendo in risalto il nesso tra la “Questione palestinese” e l’Olocausto stesso evidenziano in primo luogo il doppiopesismo di cui gli occidentali danno prova quando non vedono oggi ciò che condannano nel passato; in secondo luogo, lo scandalo provocato presso i dirigenti occidentali da quelle vignette ed il contemporaneo plauso da essi tributato ai blasfemi di Charlie Hebdo e simili pone in tutta la sua drammatica evidenza il vuoto morale e di civiltà in cui versa l’Occidente stesso.

Un Occidente che, intendendo ‘seppellire’ con una risata il resto del mondo che ancora crede in qualcosa, si vede di fatto ignorato ed isolato sulla china ridicola che ha preso, rischiando in futuro, se non cambierà atteggiamento verso il sacro e il divino, di veder risolta tutta quest’insana attività sovversiva in una tragica disfatta il cui titolo è già pronto: ride bene chi ride ultimo.

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Enrico Galoppini
Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".