Fonte: “Strategic Culture Foundation”, 15.12.11

 

Il 15 Dicembre il Primo Ministro dell’India, il Dott. Manmohan Singh, ha iniziato una visita ufficiale in Russia.

Come previsto, la natura del business verrà enfatizzata: i leader dei due paesi stanno per firmare alcuni contratti a lungo termine. Le questioni sulle quali si farà particolare attenzione saranno l’ulteriore estensione della cooperazione nel campo dell’energia nucleare (la sicurezza energetica è in testa nella lista delle priorità strategiche dei nostri partner indiani), la pianificazione di un concetto a lungo termine di cooperazione tecnico-militare (un argomento di particolare importanza sullo sfondo delle presenti difficoltà che attraggono un’ampia attenzione dell’opinione pubblica), ed infine, il ritorno ad una cooperazione in politica estera di lunga durata e di larga scala.

Dal momento che la logica suggerisce un costante avanzamento lungo la tabella di marcia dello sviluppo dei rapporti economici, è possibile l’incremento del commercio bilaterale fino a 20 miliardi di dollari per il 2015-2016. Questo non è il momento adatto per confrontare la scala dei nostri rapporti economici, dati come la borsa merci, i servizi, la competenza e la tecnologia, con l’India e nemmeno con la Cina. Come non è il momento di addossare le responsabilità dei risvolti tortuosi ed intricati “dell’era di El’cin” riguardo le relazioni tra Russia ed India (che ci hanno recato considerevoli danni in India e in tutto l’Oriente).

Per quanto riguarda le questioni separate, ovvero quelle nelle quali si sta lavorando su significativi progetti bilaterali, ci imbattiamo costantemente in problemi di natura comune, come il concetto (strategia) a lungo termine delle relazioni tra Russia e India che non è ancora stato elaborato. Questo tipo di concetto, com’è noto, esisteva all’epoca dell’Unione Sovietica. Parlando dell’implementazione del concetto comune di strategia sovietico-indiano, era possibile per i rappresentanti dei partiti precisare quali erano i loro ruoli e le loro missioni. La cosa di cui la cooperazione russo-indiana necessita di più al momento è l’introduzione di elementi di pianificazione in questo processo complesso, multi-sfaccettato e a “diverse fasi”, minimizzando gli impulsi di spontaneità che influenzano i legami bilaterali.

Mentre sviluppa i rapporti economici con l’India, la parte russa dovrebbe tenere a mente il fatto che l’intero mondo civilizzato utilizza gli strumenti della pianificazione in forma strategica e indicativa. Concretamente questo significa che lo stato russo (ossia le sue istituzioni corrispondenti e le agenzie) seleziona, da avanzati punti di vista delle forze produttive mondiali, alcuni tra i progetti e le tecnologie più promettenti, riservando sostegno prioritario al modo in cui le innovazioni verrebbero incentivate.

Uno dei progetti sopraccitati è la produzione di caccia di quinta generazione. L’idea dietro questo progetto è quella di rimettere immediatamente un certo numero di gruppi di produzione nazionale “al passo” con il livello mondiale di Scienza e Tecnologia, livello che è molto importante venga raggiunto dall’intera economia nazionale.

I rapporti economici esterni sono un potente stimolatore che facilitano i cambiamenti interni sulla via della modernizzazione economica della Russia. Nell’incoraggiare la cooperazione con l’India, come con la Cina, il Brasile, l’Indonesia, l’Iran e altri nuovi paesi influenti, la Russia può dare un forte impulso al suo stesso progresso. Persino questo è sufficiente a far capire che la visita del Primo Ministro indiano a Mosca è un evento di straordinaria importanza.

Il punto di forza delle nostre relazioni con l’India era inizialmente basato sull’unità organica tra economia e politica. È un peccato che recentemente abbiamo visto emergere problemi politici, che la parte russa diplomaticamente chiama imprecisioni. Penso che tutto ciò cominciò 10-12 anni fa.

Al tempo della prima visita di V. Putin in India all’inizio di ottobre 2000, ho avuto la possibilità di partecipare ad una conferenza accademica internazionale dedicata alla regione asiatica e a quella pacifica. La conferenza si svolse a Delhi sotto l’auspicio di un influente Consiglio Indiano di Ricerca nelle Scienze Sociali. Fu difficile ignorare l’attiva partecipazione di coloro che rappresentavano la comunità indiana negli Stati Uniti, i quali asserivano che l’America era il maggiore alleato strategico dell’India. A quei tempi pensavo che questo tipo di mossa “non-accademica” fosse uno sforzo risoluto da parte di alcuni appartenenti all’elite indiana per determinare le nuove linee guida della politica estera della “democrazia più grande del mondo”. Probabilmente, come studioso dell’India con qualche esperienza nel campo, sono alquanto incline ad essere sospettoso. Adesso, invece, ho una crescente e solida convinzione che sia in atto una deviazione “dal corso politico di Nehru”. E se ci vediamo ancora come amici, è chiaro che i problemi di ‘natura delicata’ dovrebbero essere discussi in modo franco.

Davvero, non stiamo assistendo ad un graduale rifiuto dell’idea del mondo multi-polare? Non è che l’establishment della politica estera indiana (o la sua fazione più influente) utilizza i vigorosi progressi economici della Cina come giustificazione ideologica del suo allontanamento da orientamenti indipendenti nello spazio mondiale? Questa non è una domanda inutile. Ecco perché.

L’India è sempre stata irremovibile nella sua determinazione a rafforzare la sicurezza nella regione che gli americani chiamano la “Grande Asia Centrale”. Questo spazio geo-politico comprende: l’Asia Centrale, l’Asia meridionale, l’Afganistan e l’Iran. Fino a poco tempo fa Delhi è stata una forte sostenitrice dell’idea che i paesi della regione erano i responsabili nel trovare soluzioni ai complessi problemi regionali.

Inoltre, l’approccio ha concluso il climax logico in relazione allo stabilizzarsi della situazione in Afganistan al tempo in cui Pechino continuava a basarsi sull’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. A me sembra che, al giorno d’oggi, l’approccio indiano sta attraversando una metamorfosi difficile da spiegare: la diplomazia indiana ha sostenuto in qualche modo l’idea americana della “nuova via della seta” nel recente forum ad Istanbul (2 novembre 2011). L’essenza celata dietro a questa idea è la salvaguardia “dell’equilibrio” delle forze esterne nella “Grande Asia Centrale”. Naturalmente sorge una domanda: contro chi le così dette forze esterne nella regione creeranno un equilibrio (Cina, Russia) e, considerando le evidenti attività geo-politiche, quale ruolo strategico giocherà l’India?

Procedendo con il discorso, è importante sottolineare che stanno aumentando le agenzie di media asiatici (e molto spesso anche quelle mondiali) che raccontano sovente ai lettori del “riarmo’” su larga scala e dei programmi di modernizzazione delle forze armate in India. Non ci sono dubbi riguardo l’idea di questa modernizzazione, specialmente se si considerano le recenti azioni intraprese dall’Occidente nel Medio Oriente arabo che compromettono l’equilibrio dell’esistente sistema delle relazioni internazionali ed incoraggiano la corsa agli armamenti. La diversificazione delle risorse per ricavare materiali ed armamenti di difesa può essere giustificata. Ma esiste un altro punto di vista.

In primo luogo, il ravvivarsi del concetto “dell’alleanza delle quattro democrazie” (Stati Uniti, Giappone, Australia ed India) attraverso un “dialogo strategico” tra Stati Uniti, Giappone ed India nella fase iniziale, comincia ad essere considerato come una faccenda che sta seriamente preoccupando la Cina, la quale non può definire questa alleanza in altro modo se non la “NATO orientale”.

Alcuni cinesi studiosi di politica hanno già consigliato il loro governo di “rispondere” a questa alleanza attraverso l’intensificazione degli sforzi di politica estera, incoraggiando anche i rapporti economici esterni con l’Asia meridionale, una regione sensibile per l’India.

In secondo luogo, certe tendenze tra alcuni rappresentanti dell’establishment della politica estera indiana riportano alla mente un imperativo politico una volta definito dal Primo Ministro Manmohan Singh: nei prossimi dieci anni il tasso di crescita dell’economia del paese non dovrebbe essere inferiore al 9%. (Lasciatemi aggiungere che prendendo in considerazione la complessità della situazione interna, che comprende anche l’aumento della generazione dei giovani – cioè il numero di giovani sotto i 35 anni ovvero il 70% dell’intera popolazione, la crescita economica del paese non dovrebbe essere inferiore ad almeno il 7%). Come si possono associare l’assenza di alternative alla forte crescita economica e l’intensivo riarmo nelle attuali condizioni dell’India? Questa è la domanda che non ha ancora una risposta convincente.

Terzo, le nuove tendenze di pensiero della politica estera da parte di alcuni che fanno parte dell’elite indiana, evocano giustificata perplessità tra quelli dei circoli russi di alto livello, che vedono il posto della Russia nel mondo basato su di in un concetto di diplomazia multivettoriale. Mettendolo in parole semplici, questa traiettoria di pensiero può essere definita come: “L’amore non può essere forzato”. Se gli Stati Uniti sono il miglior amico, partner e alleato per l’India, allora intensificheremo la nostra relazione con la Cina.

A maggior ragione, come credono i sostenitori di questa corrente di pensiero, il Celeste Impero non ha meno problemi della Russia, e gli sforzi comuni delle due immense entità potrebbero innescare un “effetto moltiplicatore” per lo sviluppo della Russia.

Qualcuno che conosco del Ministero degli Affari Esteri ha provato a farsi un’idea della logica che i partner indiani utilizzano riguardo alle politiche verso l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Costui, in modo confidenziale, mi ha detto: «Non riesco a capire i nostri colleghi indiani. Facciamo di tutto per incontrarli a metà via, ma sembra che in qualche modo ci spingano leggermente da parte. Hanno forse già fatto la loro scelta strategica in favore degli Stati Uniti?». Per la verità, non potevo replicare al diplomatico diversamente. Forse, in virtù del fatto che non tutte le nostre iniziative relative alla direzione della politica estera indiana sono capite, la Russia dovrebbe dare una pausa ai colleghi di Delhi e allo stesso tempo continuare nello sviluppo delle relazioni con la Cina e l’Asia meridionale per soddisfare i nostri interessi strategici.

Penso che la vitalità del “nehruismo” sia spiegabile con il fatto che il primo capo del governo indiano l’ha sempre spuntata difendendo gli interessi nazionali. Come dimostra il tempo, solo questo tipo di “gioco” può farti vincere. Forse questa riflessione era impercettibilmente presente nel testo dei recenti auguri di compleanno del Presidente russo a Sonia Gandhi, leader del Congresso Nazionale Indiano.

Ma il “nehruismo” non è solo un successo in politica estera. Come ha notato uno degli eminenti economisti mondiali contemporanei, l’indiano Sukhamoy Chakravarty, “il nehruismo” è una strategia a lungo termine di progresso sociale ed economico. I suoi principi fondamentali permettono la costante perfezione degli strumenti per influenzare la società rendendola maggiormente attenta verso la modernizzazione. Aggiungerei che la constante aspirazione per la trasformazione della società, complessa ed in grande misura polarizzata, ha reso leader mondiale la scuola economica indiana. Guardando in modo critico all’esperienza raccolta dai nostri colleghi indiani, questa potrebbe diventare un’importante componente della nostra relazione.

(Traduzione di Serena Bonato)

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