Obama ha già fatto sapere che non andrà, così come tutti gli altri membri della sua Amministrazione. E lo stesso farà l’accoppiata francese Hollande-Fabius. A costoro, presumibilmente, si accoderanno, “in rappresentanza” delle rispettive popolazioni, i capi di Stato ed i presidenti del Consiglio di altre nazioni-simbolo della democrazia.

Sì, perché il motivo del rifiuto di  presenziare alla cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici invernali di Sochi, che si terranno nella città russa dal 7 al 23 febbraio del 2014 (con la coda di quelli “paraolimpici” dal 7 al 16 marzo),  muove ufficialmente dalle “discriminazioni” che il Cremlino eserciterebbe nei confronti dei “diritti degli omosessuali”, o della “comunità gay”, com’è d’uso affermare in ossequio al linguaggio “di genere” e “comunitario” di fabbricazione anglosassone.

Nel frattempo, la suddetta “comunità” approva, facendo la conta delle defezioni.

A completare lo sgarbo (in verità, una puntura di spillo), vi è l’atleta scelto dalla Casa Bianca per rappresentarla in quest’occasione ufficiale. Si tratta di Billie Jean King, una “icona” (termine quanto mai fuori luogo in Russia…) del movimento LGBT americano, e più precisamente di quella sua parte inserita del mondo dello sport a stelle e strisce.

Ora, sono pienamente consapevole che tutto ciò è considerato dai più come un argomento al limite del pittoresco che non meriterebbe tutte queste attenzioni. Peccato però che in questi stessi giorni (tanto per fare un esempio), personaggi del calibro di Kerry o McCain sono intenti a tempo pieno nella mobilitazione della “piazza” ucraina che reclama l’adesione all’Unione Europea, per strappare quella nazione così vicina alla Russia dalla sua sfera d’influenza.  La politica internazionale, d’altra parte, è fatta di queste cose: pochi comandano veramente, e gli altri finiscono sotto il mantello di quei pochi. Come noi europei, costretti nella camicia di forza di una “unione” che va rivelandosi per quello che era sempre stata nelle intenzioni dei suoi promotori “europeisti”: l’Unione Euro-Atlantica.

Una volta chiarito questo, si capisce quindi bene il fatto non marginale che sia l’America in prima fila – e non l’UE stessa – a scaldarsi per una “Ucraina in Europa”.

Ma più che altro bisogna rendersi conto, e una volta per tutte, che quello che viene definito “soft power” (propaganda, persuasione palese e occulta, “cultura” e “intrattenimento” eccetera) non è meno incisivo (e decisivo) dell’“hard power” (le care vecchie “cannoniere”, insomma).

Così, tutto questo scandalizzarsi regolare e sincronico da parte dei politici occidentali per le “discriminazioni verso i gay” in giro per il mondo, oltre che rappresentare uno strumento per riscuotere del consenso (soprattutto in casa propria) ed un corrispondente dissenso contro il nemico, costituisce un’arma vera e propria, attraverso la quale, nel caso riuscissero a provocare una ‘falla’ nella diga posta dalle autorità russe, poter poi inserire altri tasselli di quello che i teorici dell’ideocrazia americana prefigurano come un fantastico “Mondo nuovo” nel quale tutti saranno finalmente “liberati”.

In altre parole, in tutta questa preoccupazione per i “diritti dei gay” (ma anche delle “donne” o delle “minoranze”, assurte a categorie monolitiche) c’è, da una parte, l’evidente uso strumentale di una questione creata a tavolino per scopi propagandistici, dall’altra,  la volontà di provocare e, progressivamente traviare, una società che non ne vuol sapere di “aggiornarsi”.

E non si creda che alla base di tutto ciò vi sia l’amore per la “diversità”, o meglio per l’evidente e provvidenziale varietà insita nel genere umano. Ha affermato la portavoce della Casa Bianca: “La nostra delegazione a Sochi rappresenta la diversità che gli Stati Uniti costituiscono”. Ci vuole effettivamente una bella faccia tosta per dire queste cose ai russi, che nella loro Federazione comprendono oltre centocinquanta popoli autoctoni diversi, mentre gli Stati Uniti, a parte le “comunità” di immigrati ostentate come prova della loro “tolleranza”, non hanno saputo far di meglio che rinserrare in “riserve” tutti i popoli preesistenti all’arrivo dei “Padri fondatori”.

Attenzione, dunque, perché nessun piano dell’azione a favore della “comunità gay” esclude l’altro. Perciò sbaglia sia chi vede in tutto ciò della mera “aria fritta”, sia chi pensa che l’unico obiettivo occidentale sia la conquista di un puro “spazio geopolitico” per arraffare risorse e dominarne le popolazioni per soli fini economici e “di potenza”.

No, l’obiettivo, se così si può dire è “di civiltà”, ma una “civiltà” per l’appunto a rovescio rispetto a quella conosciuta sin qui e che tutti i popoli hanno considerato “normale” nelle sue linee essenziali e archetipiche.

Intanto, noi italiani, che stiamo sempre coi piedi in due staffe (e meno male, considerata la situazione!), non è chiaro che cosa faremo, ovvero se ci allineeremo agli altri occidentali o meno. Ci limiteremo – credo – alle solite dichiarazioni di facciata per non irritare “l’alleato”, ma alla fine, come nel 1980 alle Olimpiadi di Mosca, manderemo regolarmente non solo la nostra delegazione sportiva, ma anche alcuni rappresentanti del governo, che non può non tenere nel debito conto l’importanza della Russia sia dal punto di vista strategico sia da quello appena menzionato della salvaguardia dei fondamentali della “civiltà”.

Come ha recentemente e magistralmente dimostrato Vladimir Putin che, in visita al Papa, gli ha donato un’immagine della Vergine Maria, di fronte alla quale s’è sentito di in dovere, lui per primo (!), di porgere il dovuto rispetto.


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Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".