La Russia, nel corso di un solo secolo, ha vissuto due profonde trasformazioni. La Rivoluzione d’Ottobre e l’implosione dell’URSS rappresentano due cambiamenti profondi e di ampia portata. Si tratta di passaggi salienti che introducono forme statuali molto diverse. Contestualmente, i tentativi fatti per affrancarsi dalla precedente fase, spesso non si sono rivelati capaci di sradicare quei fattori socio-culturali persistenti che caratterizzavano la Russia da ben più lungo tempo.

La sopravvivenza di tali fattori ha spinto la politica estera russa a porsi alcuni obiettivi geopolitici che trovano la loro genesi nella nascita dello Stato russo moderno e che sono rimasti gli stessi lungo tutta la sua storia. Essi sono stati raggiunti temporaneamente sotto l’Impero Zarista, ma si sono ridestati prepotentemente in occasione degli arretramenti territoriali avvenuti nel 1917 e nel 1991, e persistono ancor oggi. Uno di questi interessi è certamente il controllo dell’Asia Centrale.

La prima definizione della direttrice orientale dell’espansionismo russo risale al regno di Ivan IV detto il Terribile. Egli conquistò nel 1552 e nel 1556 i Khanati di Kazan’ e Astrachan’. Sconfitte le principali minacce orientali, superstiti del Khanato dell’Orda d’Oro che per due secoli aveva dominato indirettamente i principati russi, l’espansionismo verso Est divenne graduale e assunse una tendenza simile a quella del colonialismo navale delle potenze europee. Durante il regno di Alessandro I (1801-1825) e per buona parte del regno di Nicola I (1825-1855), l’attenzione degli Zar fu rivolta all’Europa e all’agonizzante Impero Ottomano, ma con la sconfitta subita durante la guerra di Crimea (1853-1856) il loro interesse si spostò in Asia Centrale. La conquista russa della zona prese il via nel 1865 con la cattura di Tashkent; quando lo Zar Alessandro II nominò il generale Konstantin Petrovič Kaufman primo governatore del Turkestan, il destino dei khanati indipendenti della regione fu scritto. Veterano della guerra del Caucaso e fine stratega, Kaufman nel 1868 prese Samarcanda e Bukhara1, mentre nel 1873 fu la volta di Khiva, seguita poi da una serie di facili successi fino alla conquista di Merv nel 1884 ad opera di Alikhanov.

L’interesse russo per l’Asia Centrale era molteplice. La zona è da sempre ricca di giacimenti minerari, ma soprattutto di terreni adatti alla coltivazione estensiva del cotone. In aggiunta le tribù locali, dedite ai saccheggi e al commercio di schiavi, costituivano un perenne rischio per le popolazioni di confine. Pietrogrado mirava poi ad avere accesso ai mercati locali e ad escluderne i prodotti inglesi molto più competitivi. Inoltre, come si è già fatto cenno, la politica imperialista russa era stata frustrata in Europa ed il desiderio di rivincita era particolarmente sentito alla corte degli Zar. Infine il valore strategico della regione era indubbio dal momento che da Merv le armate dello Zar avrebbero potuto marciare rapidamente su Herat e raggiungere l’India Britannica. Quando, nel 1885, i russi misero gli occhi sull’oasi di Pandjeh, a metà strada fra Merv ed Herat, le relazioni tra Londra e Pietrogrado si fecero tese come mai prima d’allora durante il Grande Gioco, tanto che la guerra sembrava quasi certa. Grazie anche al sangue freddo di Abdur Rahman Khan, emiro dell’Afghanistan2, l’Impero Russo e quello Britannico pervennero ad un accordo ed evitarono il conflitto. Sebbene il Grande Gioco non si concluse allora, ma si spostò verso Est lungo l’altopiano del Pamir, esso perse poco a poco intensità fino agli inizi del XX secolo, quando in Europa la Germania guglielmina si rivelò essere il vero antagonista di Londra. Nel 1907 il Ministro degli Esteri russo Aleksandr Petrovič Izvol’skij firmò un accordo con il suo corrispettivo britannico, sir Edward Grey, per il reciproco riconoscimento delle zone di influenza in Asia, accordo che sancì di fatto la fine del Grande Gioco e la nascita della Triplice Intesa.

Durante la Guerra Civile Russa nella regione dell’Asia Centrale sorsero numerosi stati indipendenti: l’Emirato di Bukhara, il Khanato di Khiva, la Repubblica Socialista Sovietica Autonoma del Turkestan, la Repubblica Transcaspiana e le Autonomie di Kokand e Alash. Alcuni di questi nuovi soggetti ottennero sostegno dalle potenze europee schierandosi con l’Armata Bianca. La Gran Bretagna inviò missioni a Tashkent e ad Ashgabat, che tuttavia si rivelarono incapaci di impedire che i bolscevichi locali ottenessero il consenso delle popolazioni native. Già nel 1921 la regione era rientrata sotto il controllo bolscevico, nonostante alcuni nuclei di resistenza basmaci sopravvissero fino al 19263. L’area, una volta stabilizzata, subì una profonda riorganizzazione, tra le repubbliche socialiste vennero delineati nuovi confini che avrebbero ricoperto una mera importanza interna per le logiche accentratrici di Mosca. Dal punto di vista economico le diverse repubbliche vennero inserite nel sistema integrato dell’URSS e dotate delle infrastrutture necessarie per il trasporto delle risorse energetiche. Vennero inoltre adottate numerose politiche per sradicare le sacche di fondamentalismo wahhabita, che tuttavia non fu mai del tutto estirpato.

Nel corso della Guerra Fredda il Cremlino riuscì ad estendere la propria influenza anche al vicino Afghanistan, che non era riuscito ad ottenere dagli Stati Uniti quegli aiuti necessari a bilanciare l’attrazione di Mosca4. Nel 1973 la stabilità politica dell’Afghanistan venne scossa quando il principe Mohammad Daoud Khan rovesciò il re. Quando nell’aprile del 1978 Daoud fece arrestare i leader delle due fazioni del Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA), Parcham5 e Khalq, contrarie alle aperture verso la Cina ed i Paesi islamici vicini, le forze filocomuniste all’interno dell’esercito detronizzarono e uccisero Daoud. I leader comunisti formarono quindi un nuovo governo in cui ben presto la fazione Khalq, guidata da Nur Mohammad Tarki e da Hafizullah Amin, prese il sopravvento. Il nuovo governo introdusse un programma di riforme radicale fortemente osteggiato dai militanti musulmani e tribali. Il timore che i consulenti militari sovietici, chiamati a gestire le dilaganti insurrezioni, ordissero una congiura per allontanare Amin dal governo, lo spinse ad arrestare e giustiziare Taraki e a cercare aiuti presso Cina e Pakistan. Preoccupata che la situazione potesse degenerare ulteriormente, nel dicembre 1979, cinque mesi dopo la visita esplorativa del Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Zbigniew Brzezinski, l’URSS intervenne militarmente in Afghanistan insediando un governo guidato da Babrak Karmal, capo del Parcham, e rimanendo invischiata in un conflitto contro la guerriglia islamista, finanziata dalla CIA e dall’Arabia Saudita, che si trascinerà fino al febbraio del 1989.

Nel 1991 l’Asia Centrale divenne formalmente indipendente dal Cremlino, tuttavia Mosca uscì vittoriosa, almeno nell’immediato futuro, nel riaffermare la propria influenza sulla zona. Infatti, nonostante la politica verso l’estero vicino si fosse rivelata talvolta confusa, le repubbliche indipendenti necessitavano ancora di mantenere forti legami con la Federazione Russa, data l’eredità di sistemi economici e infrastrutturali profondamente integrati.

Con l’elezione di Vladimir Putin nel 2000 si è aperta una nuova fase nella politica estera russa in Asia Centrale, infatti egli è tornato a considerare vitali gli interessi nazionali nell’area. Questi, tuttavia, erano ormai ampiamente minacciati dai costanti tentativi delle cinque repubbliche di affrancarsi da Mosca e dal sempre più incisivo intervento di nuovi attori nell’area: Stati Uniti, Cina e Turchia. Impossibilitata ad adottare una politica imperialista, a causa dell’ambiguo processo di ridefinizione come Stato-nazione, delle difficoltà nella modernizzazione economica e soprattutto militare, e dell’oggettiva maturità degli maggioranza degli Stati post-sovietici, la Federazione Russa ha intrapreso una difficile politica di doppio binario, da un lato promuovendo l’integrazione dell’area e dall’altro rafforzando le relazioni bilaterali con i governi locali.

Sul piano multilaterale le reazioni delle repubbliche asiatiche alle iniziative russe sono state diverse. Il Kazakhstan, a causa della vicinanza e dell’interconnessione infrastrutturale, il Tagikistan ed il Kirghizistan, data la loro debolezza economica e militare, si rivelarono più favorevoli alla politica di Mosca. Al contrario furono restii a partecipare al processo di integrazione il Turkmenistan, che aveva adottato una politica di neutralità positiva, e l’Uzbekistan, che stava tentando di allacciare legami con l’Occidente ed era entrato nel 1999 a far parte del gruppo dei GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia), considerato da Mosca un elemento della strategia statunitense per ridurne l’influenza sui Paesi post-sovietici.

Il contesto internazionale era però in mutamento, il terrorismo islamista e la situazione afghana dell’inizio del nuovo millennio costituivano una seria minaccia per i governi dell’Asia Centrale, rafforzando da un lato la necessità di una collaborazione con la Russia per la difesa, dall’altro richiamando l’intervento statunitense nella regione. Nel maggio del 2000 il Trattato di Sicurezza Collettiva (CST) venne rafforzato e dopo due anni ristrutturato con l’istituzione dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Se Mosca fu in grado di modernizzare le strutture di sicurezza collettiva, tuttavia dovette fare i conti con l’apertura nel 2001 delle nuove basi statunitensi nei territori uzbeki e kirghisi.

A seguito del rapido aumento della presenza statunitense in Asia Centrale dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il rischio che essa potesse ridurre il peso russo nell’area venne in parte bilanciato dal malcontento dei governi locali circa le continue sollecitazioni al rispetto dei diritti civili provenienti da Washington e dal suo sostegno indiretto alle “rivoluzioni colorate” del triennio 2003-2005. Ma fu soprattutto la collaborazione con Pechino, che condivideva con Mosca i timori di una troppo scomoda ingerenza statunitense in Asia Centrale, a garantire al Cremlino di mantenere un solida influenza sulla regione. Nel 2001 i capi di Stato di Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan costituirono l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, finalizzata a combattere il terrorismo, il fondamentalismo e il separatismo, nonché a incentivare la cooperazione politica ed economica. Nel corso degli ultimi anni l’Organizzazione di Shanghai si è rivelata un importante attore dell’area, andando a regolare gli interessi dei due maggiori membri, ma ne ha anche evidenziato le contrapposizioni. Mosca e Pechino hanno infatti progetti diversi riguardo al processo di integrazione di Shanghai: da un lato la Russia privilegia la cooperazione in ambito militare e di difesa, dall’altro la Cina vorrebbe invece promuovere la collaborazione economica e commerciale. Il Cremlino è cauto nel sostenere l’ipotesi cinese sapendo di non poter confrontarsi ancora con la competitiva economia del vicino. In tal senso può essere motivata la continua pressione di Putin, nell’ambito dell’EurAsEc, affinché le repubbliche centrasiatiche entrino a far parte dell’Unione Doganale6, che ostacolerebbe ulteriormente il commercio dei prodotti cinesi.

Anche sul piano delle relazioni bilaterali la politica di Mosca si è fatta più sicura, ottenendo alcuni importanti risultati. Nel 2003 la Federazione Russa ha firmato col Kirghizistan un accordo bilaterale per l’istallazione di proprie truppe nella base di Kant, nel 2004 il Cremlino si è assicurato il riavvicinamento dell’Uzbekistan, che ha concluso la partnership strategica con gli Stati Uniti, e, un anno più tardi, ha firmato un accordo di reciproca difesa con la Russia ed è formalmente uscito dal gruppo GUAM; infine, sempre nel 2005, il Tagikistan ha concesso ai russi una base a Dušanbe. Più di recente Mosca si è impegnata, tramite accordi bilaterali con Dušanbe e Biškek, ad investire ingenti somme di denaro in aiuti militari.

Oltre che nell’ambito militare, Mosca punta al mantenimento del suo sostanziale monopolio nel trasporto e nella commercializzazione delle risorse energetiche dell’Asia Centrale. Tale monopolio era garantito dalla rete di infrastrutture, gasdotti e oleodotti ereditati dall’URSS che fanno della Russia un inevitabile Paese di transito. La progettazione di nuove pipeline che bypassino il territorio russo costituisce la principale minaccia, posta dalle potenze occidentali e dalla Cina, agli interessi del Cremlino. Tra il 2006 e il 2007 sono stati costruiti l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhanm (BTC), il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (BTE), l’oleodotto sino-kazako e il gasdotto sino-turkmeno. Per vincere la partita energetica Mosca sta cercando di rafforzare le relazioni bilaterali con i principali Paesi estrattori e soprattutto di modernizzare ed incrementare le capacità della rete di pipeline di cui dispone. Il principale successo ottenuto dal Cremlino è stato l’accordo siglato nel 2007 con il Kazakhstan e il Turkmenistan che ha garantito il controllo russo sull’esportazioni di gas turkmene, a fronte dell’impegno a modernizzare il gasdotto CAC e di costruirne uno nuovo lungo il Caspio.

La politica estera russa non ha ottenuto solo facili successi negli ultimi anni. Il rischio di destabilizzazione della zona, l’interferenza delle potenze vicine ed i governi locali, sempre più orientati a politiche multivettoriali, hanno spesso frenato il raggiungimento degli obiettivi del Cremlino. Nel dicembre del 2012 si è tenuto ad Ashgabat l’ultimo vertice della CSI, durante il quale la Federazione Russa ha visto posticipare l’ingresso nell’Unione Doganale di Tagikistan e Kirghizistan (il presidente kirghiso Almazbek Atambaev non ha peraltro partecipato all’incontro) e respinta la proposta di unificare i mercati finanziari della regione. Un altro duro colpo alla politica di Putin è stato l’abbandono della CSTO da parte di Taškent lo scorso luglio.

La politica estera russa in Asia Centrale, pur avendo maturato con l’avvento di Putin maggiore consapevolezza dei propri interessi, procede quindi tra alti e bassi in un contesto che la obbliga nello stesso tempo a confrontarsi e a collaborare con i suoi principali competitor. Tra manovre diplomatiche, iniziative di grandi aziende, successi economici e defezioni politiche il paragone con il Grande Gioco ottocentesco è quanto mai calzante, sebbene oggi il Cremlino sia limitato nell’uso dell’hard power rispetto al XIX secolo. Se Mosca vuole quindi mantenere ed accrescere il potere che ha acquisito nell’area nel corso di più di due secoli di storia, dovrà farsi promotrice di una politica pragmatica e profondamente assertiva.

 

 

 

  1. All’Emiro fu permesso di mantenere il trono a condizione che onorasse il trattato che prevedeva oltre ad un indennizzo la cessione ai russi della valle di Zaravsan, essenziale per l’approvvigionamento idrico della capitale. Hopkirk P., The Great Game. On Secret Service in High Asia, Kodansha International, 1992. p. 358.
  2. Ivi pp. 477-479.
  3. Riasanovsky N.V., A History of Russia, Oxford University Press, Oxford, 1984. p. 484.
  4. A metà degli anni ‘50 l’indifferenza degli Usa verso Kabul era dovuta alla decisione dell’amministrazione Eisenhower di includere il Pakistan nei sistemi di alleanza antisovietica di SEATO e del Patto di Baghdad. Re Zahir dell’Afghanistan aveva rifiutato di riconoscere il confine tra i due Paesi quando nel 1947 vi fu il ritiro britannico dall’India ed emise l’unico voto contrario all’ammissione del Pakistan nelle Nazioni Unite. Keylor W.R., A World of Nations, Oxford University Press, Oxford, 2003. p. 387.
  5. Parcham era la fazione filo moscovita del locale Partito comunista, guidata da Babrak Karmal e inizialmente inserita nel governo del principe Daoud. Ivi p. 388.
  6. L’Unione Doganale è stata istituita nel gennaio del 2010 tra Bielorussia, Federazione Russa e Kazakistan. Nel 2011 sia il Tagikistan che il Kirghizistan si sono dichiarati favorevoli ad aggiungersi all’Unione.

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