Tiberio Graziani, presidente dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), ha partecipato al Forum Innovazioni Italia-Russia.

Il Forum, promosso dal Centro di Studi Russi dell’Università “La Sapienza” di Roma in collaborazione con la Fondazione “Russkiy Mir” e l’EURISPES, si è svolto i giorni 12 e 13 dicembre nella Sala del Senato Accademico, presso il Palazzo del Rettorato dell’Università “La Sapienza” di Roma, in Piazza Aldo Moro 5.

Il presidente Graziani ha preso parte all’ultima tavola rotonda tematica che si svolta martedì 13 dalle ore 18.30 alle ore 19.30, sul tema “Italia e Russia nei nuovi assetti geopolitici”. Moderata dal professor Antonio Folco Biagini, ha visto il presidente dell’IsAG Tiberio Graziani confrontarsi con Tatiana Mozel (prorettrice dell’Accademia Diplomatici di Mosca), Anton Ilin (rappresentante europeo di “Russkiy Mir”), Aleksej Turbin (PJSC “Omega”, Transneft) e Gabriele Natalizia (La Sapienza).

Presentiamo di seguito il testo dell’intervento pronunciato dal presidente Tiberio Graziani.

La Russia è un interlocutore di primaria importanza per l’Italia, e lo è sotto due punti di vista: uno energetico, ed uno diplomatico. Ma solo per comodità omettiamo qui di citare settori minori, ma non per questo privi di rilievo, nei rapporti bilaterali, come il commercio, il turismo, gli scambi culturali e così via.

Dal punto di vista energetico, il legame è ovvio: da un lato si ha una grande nazione produttrice, dall’altra una nazione territorialmente molto più piccola, ma economicamente grande, che è consumatrice. La Russia possiede una delle dieci maggiori riserve di petrolio, bene di cui è tra i primi produttori ed il primo esportatore mondiale. L’Italia è tra i quindici maggiori consumatori di petrolio, ed il settimo maggiore importatore mondiale. Per quanto riguarda il gas naturale, la Russia possiede un quarto delle riserve mondiali provate, si contende con gli USA la palma di maggior produttore mentre guida la classifica degli esportatori. L’Italia è il quarto maggiore importatore di gas al mondo, dietro solo a USA, Giappone e Germania.
Queste sono statistiche note, ma si possono aggiungere anche altri dati. La Russia ha il 15% delle riserve mondiali di carbone e ne è il terzo maggiore esportatore. Solo Germania e GB in Europa importano più carbone dell’Italia. La Russia è anche il quinto maggiore produttore d’elettricità da fonti rinnovabili, mentre l’Italia è il secondo maggiore importatore mondiale di elettricità: solo gli USA ne acquistano dall’estero più di noi. E tutto ciò malgrado l’Italia abbia un consumo pro capite di elettricità piuttosto basso: siamo al livello della Libia, oltre il quarantesimo posto in una graduatoria mondiale.
Il fato ha voluto che l’Italia fosse distante dalla Russia un paio di migliaia di chilometri, e le recenti generazioni hanno fatto sì che questo spazio fosse coperto da oledotti e gasdotti. Circa il 30% del gas naturale consumato in Italia proviene dalla Russia: si tratta del 35% del gas importato complessivamente.
Alcuni fatti recenti accrescono la dipendenza italiana dagli approvvigionamenti energetici russi. Si tratta di:

    – rinuncia al nucleare: sull’onda emotiva provocata dall’incidente di Fukushima, i cittadini italiani hanno per la seconda volta bocciato la produzione d’energia nucleare in Italia;

 

    – difficoltà nello sviluppo delle fonti rinnovabili: per lanciarsi nelle tecnologie d’avanguardia non serve solo l’inventiva – una dota connaturata all’italiano – ma anche il danaro. Il nostro sistema economico, imperniato sulle PMI, ha molti pregi ma anche punti deboli: imprese piccole e medie hanno minore capacità d’investire nella ricerca e nell’innovazione rispetto alle grandi corporazioni. L’onere della ricerca e sviluppo spetterebbe dunque allo Stato, il quale non appare però nelle condizioni finanziarie ideali per fare grossi investimenti nel campo;

 

    – conflitto libico: un altro nostro grande approvvigionatore energetico vive una fase drammatica e di profonda insicurezza. A seconda dei futuri sviluppi politici, il rapporto privilegiato con l’Italia potrebbe proseguire ma anche interrompersi, a vantaggio, presumibilmente, degli sponsor principali della guerra. Inoltre, le distruzioni provocate dal conflitto si fanno sentire sulla produzione del paese: molti analisti sono scettici sulla prospettiva, proclamata dal governo libico, di recuperare i livelli di produzione ed esportazione pre-bellici per la fine del 2012;

 

    – destabilizzazione del MENA: non solo la Libia, ma in generale tutta quell’area che gli anglosassoni chiamano MENA, ossia il Nordafrica, il Levante ed il Medio Oriente, e che è un altro grande bacino di risorse energetiche, vive una fase di rivolgimenti ed instabilità. Rivolte e cambi di governo o di regime si susseguono, crescono le tensioni inter-etniche ed inter-religiose, s’accumulano venti di guerra tra gli emirati del Golfo e l’Iran, tra la Turchia e la Siria, tra Israele ed altri paesi. Il pericolo di un grave incidente che provochi una pesante diminuzione delle esportazioni petrolifere è ormai elevato.

Questo dovrebbe spingerci ad interrogarci a proposito delle politiche europee, patrocinate – per chiare finalità geopolitiche – da Washington, di differenziazione dell’importazione energetica. Il quadro di cui sopra potrebbe apparire ad alcuni un buon motivo per insistere in tale politica, anzi darle maggiore priorità. Ma si può anche leggere all’inverso: da un lato abbiamo la Russia, che ormai da decenni garantisce un flusso sicuro ed ininterrotto. Dall’altro una regione destabilizzata, frazionata, sull’orlo della guerra, in endemico stato di rivolta; e prospettive futuristiche di nuove tecnologie che però, al momento, sono tutto fuorché una sicurezza.
Mentre i tedeschi si sono già messi al sicuro con la costruzione del Nord Stream, il progetto speculare del South Stream, di cui invece dovrebbe beneficiare principalmente l’Italia, procede ancora a rilento. La realizzazione di quest’opera, che aumenterebbe e renderebbe ancor più sicuri gli approvvigionamenti di gas dalla Russia, andrebbe posta come una priorità strategica per l’Italia. E dunque dovrebbe diventare anche una delle priorità della politica estera del nostro governo. Bisognerebbe anche avere il coraggio di dire che il Nabucco non è un grande affare: non lo è economicamente, come sanno tutti gli operatori, ma non lo è nemmeno strategicamente, almeno per l’Italia. Andare a prendere grosse quantità di gas dal Turkmenistan, probabilmente dall’Iraq, forse dall’Egitto, in prospettiva persino dall’Iran, e farlo transitare nel cuore del Vicino e Medio Oriente, potrebbe essere una buona idea per una grande potenza, ma non certo per una media potenza come l’Italia. Bisogna chiarire una volta per tutte che non basta tracciare una linea d’approvvigionamento e sviluppare le necessarie infrastrutture ed accordi economici. Una volta che la rotta è in funzione, bisogna saperla difendere. E quale influenza, quali capacità di proiezione della sua forza, ha l’Italia rispetto a regioni come il Vicino Oriente, il Caucaso, il Caspio o l’Asia Centrale? La risposta è che dovremmo affidarci agli USA, alla loro capacità e volontà d’intervenire massicciamente in queste aree complesse, che già oggi faticano a domare. Privilegiare il Nabucco rispetto al South Stream sarebbe un azzardo pericoloso, pericolosissimo per l’Italia.

Veniamo in breve al secondo aspetto per cui la Russia è assai rilevante, strategicamente, rispetto all’Italia: quello diplomatico. Una costante della politica estera italiana è sempre stata una certa subalternità. L’unità d’Italia fu realizzata da un piccolo Stato, il Regno di Sardegna, che vi riuscì appoggiandosi alla Francia di Napoleone III (per la conquista della Lombardia e del Centro), alla Gran Bretagna (per quella del Mezzogiorno) ed alla Prussia (per incorporare il Nord-Est e il Lazio). L’Italia unita fu riconosciuta come una grande potenza, sì, ma “l’ultima delle grandi potenze”. E perciò fu sempre alla ricerca di un alleato maggiore cui appoggiarsi. Inizialmente era il Secondo Impero francese; poi, dopo Sedan e le fallite avances rivolte alla Gran Bretagna, fu il Secondo Reich tedesco. Nella Prima Guerra Mondiale si passò all’alleanza con Parigi e Londra, per poi tornare a Berlino negli anni ’30; dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, l’alleato/patrono di riferimento sono diventati gli USA: condizione che perdura ancora oggi.
Tutti questi rapporti sono stati caratterizzati da una dose, più o meno marcata, di subalternità dell’Italia rispetto all’alleato. E Roma, tradizionalmente, ha sempre cercato di controbilanciare questa condizione intrattenendo nel contempo relazioni significative con altri interlocutori di potenza pari o quanto meno paragonabile a quella dell’alleato. Il Regno di Sardegna controbilancia l’influenza dell’alleato francese con l’amicizia britannica; l’Italia alleata dei Tedeschi si concedeva “giri di valzer” con i britannici e francesi; la Repubblica ha in qualche modo cercato di controbilanciare lo strapotere statunitense appoggiandosi all’asse franco-tedesco ed anche, durante il periodo del neoatlantismo in particolare, all’URSS. La Russia mantiene questa fondamentale funzione di appiglio diplomatico, cui ricorrere per controbilanciare l’alleanza, assolutamente asimmetrica e sbilanciata, con Washington.

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