Ucraina, nomen omen. Ucraina, terra al margine. Ucraina, terra di confine. Ucraina ponte tra due visioni del mondo, quella unilaterale occidentale e quella multipolare proposta da Mosca. Ucraina, un paese “conteso” tra Stati Uniti ed Unione Europea da un lato e Federazione Russa dall’altro. In una nota agli osservatori inviati in Europa per vigilare sulla correttezza della consultazione elettorale in Ucraina per il rinnovo della Verkhovna Rada, il Parlamento monocamerale di Kiev, il Presidente del Consiglio canadese Stephen Harper aveva posto l’attenzione sull’importanza dell’evento: “This election is pivotal for Ukraine”. Letteralmente, per l’Ucraina queste elezioni sarebbero state centrali. Nel linguaggio della scienza economica, però, per “pivotal” si intende un individuo la cui scelta è capace di rovesciare la decisione finale. Mutuando il termine nel discorso geopolitico, l’Ucraina si può considerare alla stregua di uno Stato pivotal, capace di spostare gli equilibri della regione del sud-est europeo. La domanda a cui cercheremo di dare una risposta è la seguente: il risultato delle elezioni di fine ottobre in che direzione farà muovere l’Ucraina sulla scacchiera europea?

 

 

La prevedibile vittoria di Janukovic in un Paese diviso a metà

I dati diffusi dalla Commissione Centrale Elettorale a metà novembre non hanno fatto altro che dare veste ufficiale ad un risultato preventivato già alla vigilia vale a dire la conferma del Partito delle Regioni del Presidente Yanukovych a prima forza politica della Rada. Il partito ha ottenuto la maggioranza relativa nella nuova composizione dell’assemblea conquistando 187 seggi (72 seggi nel proporzionale e 115 nel maggioritario[1]). Potendo contare su un totale di 102 seggi (62 + 40) l’Opposizione Unita Batkivshchyna, soggetto politico unitario ispirato da Julia Tymoshenko e guidato alle elezioni da Yatseniuk, è la seconda forza parlamentare. Alleanza Democratica Ucraina per le Riforme (UDAR) di Vitaliy Klitschko alla prima esperienza elettorale ha conquistato 40 seggi, 34 con lo scrutinio di lista e 6 nel maggioritario. Entrano in Parlamento anche i rappresentanti del Partito Comunista Ucraino, affidabile e storico alleato del Partito delle Regioni, che rispetto alle precedenti elezioni parlamentari incrementa del 7% i consensi a proprio favore, risultato che porta  alla conquista di 32 seggi conseguiti tutti nel proporzionale. La grande sorpresa di queste elezioni è il risultato ottenuto dal partito nazionalista Svoboda (Libertà) di Oleh Tyahnybok che con il 10,45% dei consensi riesce ad entrare nella Rada 38 membri (25 + 13)[2].

Per quel che riguarda l’aspetto geografico del voto, la tornata elettorale non ha fatto che confermare la tendenza ad una netta divisione dell’Ucraina.

 

 

 

L’Opposizione Unita Batkivshchyna ha vinto in 15 regioni su 26, facendo registrare maggiori favori nelle regioni occidentali e centrali tradizionalmente più vicine a posizioni europeiste, mentre in 10 oblast a trionfare è stato il partito del Presidente Yanukovic (nella regione di Donetsk con il 65%). Nella regione di Leopoli, situata al confine con la Polonia, invece, si è registrato l’exploit dei nazionalisti di Svoboda che, stando agli analisti politici internazionali, hanno incontrato i favori di coloro che non si sentivano rappresentati né dagli “arancioni” dell’opposizione unitaria né dai “regionali”. L’UDAR, invece, puntando a conquistare la preferenza di coloro che richiedevano l’ingresso di facce nuove nella Rada ha ricevuto voti soprattutto nell’enclave di Kiev.

Le parole di Aleksandr Gel’evič Dugin spiegano come questa situazione di divisione netta tra le regioni occidentali ed orientali del Paese non sia nuova e non sia limitata al solo contesto geografico ma si estenda anche agli orientamenti valoriale, politico e geopolitico della popolazione: “L’inclusione in un unico Stato di due frammenti geopolitici assolutamente eterogenei era votato fin da subito al fallimento. La fine dell’Ucraina come idea politica era già chiara nel 1991, ma che fosse sulla via della disintegrazione si è capito con la rivoluzione arancione”; è nel 2004 che “abbiamo scoperto che la popolazione ucraina era divisa non solo nel suo orientamento politico, ma in quello geopolitico. La parte occidentale del paese vuole entrare nella Nato e nell’Unione europea. La parte orientale guarda alla Russia. Dopo il terzo turno delle presidenziali del 2004 è stato evidente che l’unità del paese non poteva resistere a lungo.
E solo la natura docile dei suoi cittadini ha evitato una guerra civile
.[3]

Per quanto riguarda l’aspetto prettamente politico della consultazione elettorale, l’analisi dei risultati del voto di fine ottobre dovrebbe indurre a riflessione il Presidente Yanukovyc sia per quanto riguarda il breve periodo sia in vista delle elezioni presidenziali che si terranno nel 2015: oltre alla  imminente necessità di costruire una maggioranza parlamentare salda e ampia – stando ai risultati l’operazione si presenta difficoltosa ma alla fine vedrà la riuscita con la partecipazione dei rappresentanti del Partito Comunista Ucraino e la cooptazione nella maggioranza dei cosiddetti candidati “indipendenti” eletti con il sistema maggioritario – Yanukovyc deve fare i conti con un’affluenza alle urne piuttosto bassa (57%) che in termini di voti sono costati, stando alle stime calcolate dal proprio partito, dai 600.000 agli 800.000 voti in meno per la maggioranza, dato che per alcuni è la dimostrazione del malcontento generale che serpeggia in Ucraina[4]. Questo trend al ribasso della partecipazione pro-Yanukovic si unisce al fatto che l’opposizione ha ottenuto un buon risultato e che questa, unendo le forze nella Rada e lavorando alla stesura di un programma comune capace di costruire una piattaforma condivisa di idee e proposte che vadano oltre la condivisa volontà di ribaltare l’attuale sistema di potere, potrebbe riuscire nell’intento di trovare un candidato unico da presentare alle prossime elezioni presidenziali contro Yanukovyc. In quest’ottica, sarà da tenere in osservazione il comportamento che terrà l’UDAR il cui leader Klitschko, conosciuto ovunque per proprie gesta sportive e ben visto dalle istituzioni e dai media europei, non ha mai nascosto le proprie ambizioni presidenziali e la volontà di unire a sé tutte le forze di opposizione ucraine per concorrere alle elezioni presidenziali del 2015.

 

 

La guerra dei report: espressione delle strategie e pressioni internazionali nei riguardi di Kiev

Se, come abbiamo detto all’inizio di questo lavoro, Kiev per la sua posizione geografica rappresenta una terra di confine tra Europa e Russia, altrettanto vero è che l’Ucraina si trova ad essere nella posizione di Stato conteso tra la visione unipolare di matrice occidentale e la visione multipolare promossa da Vladimir Putin; l’Ucraina è un paese strategico per la riuscita della politica di contenimento occidentale alle nuove prospettive “imperiali” della Federazione Russa, da un lato, mentre, al contempo, è la principale proiezione degli interessi di Mosca verso sud-ovest in Europa. Il pensiero di Zbigniew Kazimierz Brzezinski e Aleksandr Gelyevich Dugin sono esempio ed espressione della visione geopoliticamente strategica dei due schieramenti verso le questioni ucraine: per il primo la Russia può essere sia un impero che una democrazia ma non può essere entrambi. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero ma, con questa subordinata al proprio volere, la Federazione Russa lo diviene automaticamente; nel momento in cui l’Ucraina ha conquistato la sua indipendenza ha, di fatto, privato Mosca della sua posizione di forza dominante sul Mar Nero (dove il porto di Odessa rappresenta un importante avamposto strategico per il controllo degli scambi con il Mediterraneo) ma, alla caduta dell’Unione Sovietica, una Russia che avesse conservato il controllo sull’Ucraina poteva ancora fungere da guida di un impero eurasiatico risoluto dove Mosca non avrebbe dominato i non slavi del Sud e nel Sud-Est dell’Ex Unione Sovietica. Con un recente articolo apparso sulla rivista Foreign Policy dal titolo Geopolitically Endangered Species lo stesso Brzezinski annovera l’Ucraina nel lotto dei Paesi che potrebbero maggiormente soffrire il declino della potenza statunitense disegnando inoltre uno scenario in cui l’Europa, venuta meno la spinta di Washington, potrebbe dimostrarsi meno volenterosa e abile nel tentare di portare l’Ucraina all’interno della propria sfera di influenza e, quindi, all’interno della comunità occidentale. La posta in gioco è the renewal of Russian imperial ambitions. Il pensiero di Dugin, invece, muove da una prospettiva eurasista e pone la questione ucraina come componente fondamentale per il successo della strategia moscovita di allargamento della propria sfera di influenza: “La sovranità dell’Ucraina rappresenta per la geopolitica russa un fenomeno a tal punto pernicioso che, in linea di principio, può facilmente innescare un conflitto armato. L’Ucraina, come Stato autonomo e non privo di qualche ambizione territoriale, costituisce un enorme pericolo per tutta l’Eurasia. Sotto il profilo strategico, l’Ucraina non deve essere che una proiezione di Mosca verso Sud e verso Occidente”.

In una intervista risalente all’inizio di quest’anno Dugin ha affermato che l’Ucraina è destinata a percorrere una strada che la porterà ad abbandonare la propsettiva di integrazione europea per legarsi al progetto di Unione Eurasiatica elaborato da Putin: “certamente l’Ucraina entrerà nell’Unione Eurasiatica tra tre anni oppure, entro un termine un po’ più lungo. Prima, è poco probabile. Il vantaggio di un’integrazione in uno spazio post-sovietico rimane nei suoi piani”.

L’Ucraina si pone a pieno titolo tra i Paesi della cosiddetta “crush zone” – concetto elaborato da James Fairgrieve nei primi anni del ‘900 e perfezionato in seguito da Mackinder – vale a dire quella cerchia di Paesi che rappresentavano, e tuttora rappresentano, il punto di contatto tra Eurasia ed Europa, che all’epoca rischiavano di essere invasi da una potenza terrestre proveniente dal Heartland o da una potenza talassocratica proveniente dall’Europa occidentale e capaci di diventare un vantaggio per uno dei due campi qualora vi si fosse innescato un cambiamento tecnologico o politico – economico in grado di spostare gli equilibri della regione. Mackinder, riprendendo ed allargando il concetto, avrebbe proposto la creazione di una serie di Stati cuscinetto posizionati ad est dell’Europa Orientale per contrastare la Russia Bolscevica. La  creazione di quegli Stati come Bielorussia, Ucraina, Georgia, Armenia, Azerbaijan e Daghestan al termine della guerra fredda nel 1991 sembra essere l’attuazione delle idee geopolitiche del XX secolo esposte dai due studiosi. In Ucraina, però, la storia sembra non essersi arrestata ma la “guerra fredda” che fu sembra adesso vestire altri panni, quelli della politica e della diplomazia in una sorta di “guerra” combattuta a parole al fine di fare pressioni e di influenzare le decisioni del Governo di Kiev, giocatore pivotal . I report e le note sullo svolgimento delle elezioni redatte dai vari osservatori e istituzioni internazionali preposte allo scopo rientrano nel novero delle “armi diplomatiche” con cui si combatte questa “guerra” in terra di confine. Oramai, in ogni elezione che si tiene in un Paese che riveste una qualche importanza geostrategica, non manca la guerra dei report.

Chi scrive condivide l’opinione di Bernard Owen e Maria Rodriguez-McKey : “Il giorno del voto è il culmine di una elezione, ma prima e dopo quel giorno, si svolgono molti eventi: alcuni vanno incontro all’interesse internazionale altri scompaiono dietro le loro conseguenze.[…] Ma ecco che arriva un altro elemento: l’osservazione. L’osservazione deve essere neutrale, ma la conferenza stampa e la relazione preliminare hanno una tale risonanza politica che superano il resto. Essi si ritrovano improvvisamente padroni della situazione agli occhi del mondo. Anche supponendo la loro buona fede e la competenza, la loro responsabilità è ancora pesante”[5]. Chi scrive condivide anche l’opinione dei giornalisti della redazione online de La Voce della Russia nel giorno delle elezioni, in tarda mattinata pubblicano un post dal titolo Le elezioni in Ucraina e il dilemma dell’Occidente si apre con la seguente affermazione: “a giudicare la situazione in Ucraina attraverso il prisma della stampa europea, si ha l’impressione che la principale incertezza riguardo la votazione in corso sia legata non tanto all’identità degli eletti alla Verkhovna Rada, quanto all’accettazione dei risultati da parte dell’Occidente”. Siamo nel 2012 ma l’atmosfera sembra essere quella delle elezioni presidenziali del 2004 quando alla diffusione dei risultati il Segretario di Stato USA Colin Powell rilasciò una dichiarazione dalle chiare “tinte arancioni”:“i risultati delle elezioni non possono essere accettati come legittimi”. Ad oggi non ci sono le premesse per una nuova “rivoluzione arancione” e l’occidente (inteso come Stati Uniti, Europa e NATO) dovrà fare i conti ancora con uno Yanukovic e una maggioranza parlamentare “regionale” da stimolare con la proverbiale “carota” perché l’Ucraina scelga di imboccare una direzione europea. I rapporti di analisi post elettorali invece fungono solamente da severo “bastone”. Partiamo dal report redatto dall’OSCE: “the 28th october parliamentary elections were characterized by the lack of a level playing field, caused primarly by the abuse of administrative resources, lack of transparency of campaign and party financing, and lack of balance media coverage. Certain aspects of the pre-election period constituted a step backwards compared with recent national elections”. Il riferimento, ovvio, è quello alle elezioni organizzate dal governo filoccidentale di Yushenko giudicate “tendenzialmente eque e trasparenti”. Ai contenuti del rapporto dell’organizzazione fanno eco le parole di Matteo Mecacci, membro dell’assemblea parlamentare dell’OSCE che ha preso parte alla missione di osservazione elettorale (“ho constatato di persona che purtroppo l’Ucraina ha fatto passi indietro e non in avanti sulla strada della democratizzazione”) e quelle di Walburga Habsburg Douglas, capo missione OSCE in Ucraina (“considering the abuse of power and the excessive role of money in this election, democratic progress appears to have reversed in U”).

Un’inversione a “U”, a step backwards, passo indietro. Con queste parole il Segretario di Stato USA Hillary Clinton ha espresso tutto il suo rammarico per l’occasione persa da Kiev di allinearsi ai valori democratici dell’Occidente. Anche il documento redatto dalla missione statunitense presso l’OSCE si pone sulla stessa linea di pensiero: “a step backwards from the progress made during previous parlamentary election and the 2010 presidential elections”. Dello stesso tenore le dichiarazioni del Segretario Generale della NATO Rasmussen che ha ribadito come “sia chiaro che le elezioni parlamentari costituiscono un passo indietro per la democrazia ucraina”.

Sempre all’interno dello schieramento occidentale, non sono mancate le voci dei massimi rappresentanti delle istituzioni europee. Così Martin Schulz, Presidente del Parlamento Europeo: “mi dispiace che ci siano state carenze che hanno rovinato la consultazione. […] La campagna e il finanziamento dei partiti hanno mostrato una mancanza di trasparenza e la copertura mediatica ha giocato a favore della maggioranza. Continuare con la detenzione degli attivisti più in vista dell’opposizione ha gettato un’ombra sul processo elettorale”. Anche l’Alto Commissario per la politica estera Catherine Ashton ha ribadito il rammarico delle istituzioni europee per le conseguenze della detenzione e dei processi dei principali esponenti dell’opposizione che non rispettano gli standard internazionali e allontanano l’Ucraina dalla famiglia occidentale degli Stati fondati su valori democratici.

Di tutt’altro avviso gli osservatori dello schieramento interno ed “orientale”. Il Primo Ministro ucraino ha presentato le elezioni del 28 ottobre come “le migliori organizzate nella storia dell’indipendenza”. Sulla stessa linea si è tenuta la delegazione ucraina in seno all’OSCE che nel documento redatto al termine della tornata elettorale ha definito l’intero processo come successfull and legitimate: la campagna elettorale ed i risultati del voto hanno dimostrato che la società ucraina gode di uno sviluppo nella competizione elettorale; in aggiunta, l’assenza di censura nei media ha permesso agli elettori di accedere a differenti prese di posizione e di vedute presentate dalle varie forze politiche. In appoggio all’Ucraina è intervenuta la delegazione russa i cui osservatori si sono espressi in tal modo: “le elezioni si sono svolte in una atmosfera pacifica, senza eccessi e in accordo con gli standard generalmente accettati. […] Non sono state rilevate irregolarità degne di nota. […] Il risultato più grande è che l’Ucraina ha ancora una volta confermato il suo impegno di aderire agli standard di uno Stato democratico regolato dal diritto. Il processo elettorale è stato seguito con interesse in Russia e si spera che il risultato dia maggiore impulso allo sviluppo di una più stretta collaborazione tra Ucraina e Russia”.

I diversi atteggiamenti nei confronti del risultato elettorale palesano due differenti approcci tesi all’attrazione dell’Ucraina nelle rispettive zone di influenza totalmente opposti: se da una parte si cerca di fare pressioni sul governo di Kiev per ottenere quelle riforme in senso democratico tanto gradite e volute a Washington e Bruxelles, dall’altro si lanciano messaggi che si incentrano sulla comunanza di vedute e di orizzonti strategici tra Ucraina e Federazione Russa con quest’ultima che in cambio di una più stretta collaborazione e integrazione con il proprio sistema non chiede nessuna contropartita politica e svolta in senso democratico. Se a occidente si cerca di arrivare ad un definitivo riorientamento delle priorità geostrategiche di Kiev facendo leva sul “bastone” e del do ut des delle timide promesse, a Oriente ci si muove secondo la logica della “carota”: cercando di trasformare il conflittuale rapporto con le istituzioni occidentali in una spinta verso la predilezione per i rapporti bilaterali con la Russia di Putin che ritiene l’Ucraina tassello fondamentale per la costruzione del suo progetto politico integrato tra i Paesi ex- sovietici[6].

 

 

Dopo le elezioni, quale futuro?

La massima putiniana secondo cui in Ucraina non ci sono né politici filorussi né politici filoamericani ma esistono solo politici ucraini [7] è lo specchio dell’attuale condotta estera di Kiev. Il Presidente Yanukovic bollato a più riprese apertamente filorusso, se tale è lo è più per quel che riguarda la concezione delle istituzioni e la gestione del potere interno[8] che per le scelte operate in materia di politica estera. In questo campo, Yanukovic è un politico che può definirsi ucraino: sotto la sua guida l’Ucraina, infatti, sta cercando di condurre una politica estera multivettoriale capace di garantire la difesa degli interessi ucraini nel mondo multipolare, visione strategica che si sintetizza nella formula “3+1”: Yanukovic, abbandonato l’aperto atlantismo del suo predecessore Yushchenko, ha optato per un riavvicinamento a Mosca non in ottica di integrazione post-sovietica quanto in ottica di ri-bilanciamento nelle relazioni con i “tre fronti” della politica estera del Paese, la NATO, la Federazione Russa e l’Unione Europea che dopo la rivoluzione arancione si erano sbilanciate a favore delle istituzioni occidentali. Il paradigma “3+1” mette in evidenza la volontà dell’Ucraina di porsi come entità dichiaratamente non allineata ma in concreto allineata con tutti [9]. D’altronde questo modo di condurre la propria politica estera, che ai media anglosassoni appare una muddled way, sembra incontrare i favori della popolazione ucraina che rivendica per il proprio Paese un ruolo sovrano e paritario rispetto agli altri, una situazione che garantisca un’ indipendenza nel perseguire i propri interessi e obiettivi senza approdare ad integrazioni ma costruendo forti legami con tutti i maggiori attori internazionali.

Il risultato di queste elezioni non cambierà questa prospettiva nel breve periodo: la tendenza di Kiev ad oscillare tra una prospettiva politica tesa verso l’occidente ed una tesa al riavvicinamento con la Russia rimarrà tale e le forze centrifughe delle due metà in cui, come abbiamo visto, è divisa l’Ucraina manterranno il Paese in equilibrio tra la spinta euroatlantista (il Segretario del Consiglio di Sicurezza e di Difesa Andriy Kliuyev a metà novembre ha dichiarato che “i risultati delle elezioni confermano che la linea sull’integrazione europea non è cambiata. La posizione del governo ucraino è solida su questa tematica: il nostro Paese è una parte integrante della civilizzazione europea”) e la spinta verso un maggiore legame con Mosca, legata a Kiev dalla lingua, dalla cultura e dalla religione (così il Patriarca Kirill che si è esposto nel manifestare la volontà di maggiore integrazione fra i popoli “fratelli” dell’area: “il nucleo dell’universo russo è costituito oggi da Russia, Ucraina e Bielorussia).

Quali sono i pericoli per Kiev? La gestione dell’affaire Tymoshenko ha, però, messo in crisi la linea politica dell’equidistanza promossa da Yanukovic portando l’UE ha chiudere le porte per un avvicinamento dell’Ucraina all’integrazione con la Comunità Europea. Non rappresentando, però, l’Unione Europea un’istituzione in grado di fare da contrappeso alla potenza russa, la più grande preoccupazione per Kiev può arrivare da una perdita (non databile, non certa ma possibile) di interesse di Washington per le sorti del Paese scenario che priverebbe Kiev di un reale contrappeso agli interessi russi nella regione. L’Ucraina è la casella pivotal capace di spostare a favore di uno dei due schieramenti l’equilibrio che regna sulla grande scacchiera eurasiatica dove Stati Uniti e Federazione Russa cercano con piccole mosse di conquistare il vantaggio decisivo per il controllo della regione: la Russia, che ha ben compreso come la geopolitica non ammetta vuoti, sta cercando di rafforzare la propria presenza in Ucraina, territorio ritenuto di estrema importanza per la propria sicurezza nazionale a fronte dei tentativi più o meno espliciti e dichiarati di accerchiamento da parte dell’Alleanza Atlantica; per Washington, invece l’ex repubblica sovietica è considerata il tassello fondamentale da cui partire per avanzare in direzione eurasiatica essendo l’Ucraina l’attore principale delle dinamiche della regione.




NOTE:

[1] Il 17 novembre del 2011 il Parlamento ha adottato la nuova legge elettorale salutata con grande favore dalle istituzioni internazionali: così il Parliamentart Assembly of the Council of Europe (PACE) “[We] welcome the adoption, by a broad consensus and with the participation of the opposition, of the parliamentary electoral law as a first step on the way to unified electoral legislation”; in questi termini l’International Foundation for Electoral System s (IFES) “the adopted Law cuts down on the opportunities for election fraud and falsification during the parliamentary elections”; in una nota l’OSCE sosteneva che “the new mixed electoral system has changed the dynamic of these elections in comparison with the 2007 parliamentary elections, as party-nominated and independent candidates are competing strongly at the local level”. La nuova legge, appoggiata sia dai parlamentari della maggioranza sia da quelli dell’opposizione (l’81% dei membri ha votato a favore), prevede un sistema elettorale simile a quelli adottati nel 1998 e nel 2002, un sistema di voto parallelo, misto, con l’elezione di metà dei rappresentanti (225) con un voto di lista proporzionale e l’altra metà con il sistema di voto maggioritario (the first pass the post). Non sono ammesse coalizioni e partecipano alla spartizione dei seggi della fetta proporzionale solamente quelle forze politiche che hanno superato la soglia del 5%. Gli Ucraini possono votare nelle 33.540 sezioni allestite sul territorio nazionale più le114 presenti in 77 Paesi stranieri.

[2]    Per quanto riguarda la rappresentanza eletta su base proporzionale, solamente questi cinque partiti sono riusciti a superare la soglia di sbarramento fissata al 5%. Per quel che concerne il maggioritario, invece, 44 seggi sono andati a rappresentanti “indipendenti”, uno al movimento “Unione”, tre al “Centro Unito”, due al “Partito del Popolo”, uno al Partito Radicale di Oleh Lyashko.

[3]    Articolo apparso sul quotidiano russo Vedomosti e ripreso dal quotidiano italiano Europa il 9 agosto 2006.

[4]    Konstantin Bourdarenko, direttore dell’Istituto di politica dell’Istituto di Politica Ucraina, ha dichiarato a La Voce della Russia che il risultato delle elezioni rappresenta una lezione per Yanukovic dal momento che “l’opposizione ha ottenuto buoni risultati per il fatto che la gente ha votato contro il partito al governo, piuttosto che per l’opposizione. Allo stato attuale, l’opposizione non ha leader luminosi. Yulia Timoshenko è in carcere. Questo è il motivo per cui persone si sono unite intorno all’opposizione. L’opposizione è stata sostenuta da coloro che hanno votato contro il Partito delle Regioni. Allo stesso tempo, sono andati alla ricerca di qualcuno capace di contrastare il partito al governo in futuro”.

[5] Bernard Owen, Maria Rodriguez-McKey, Ukraine : trouver la serenite, http://lecercle.lesechos.fr

[6]  I passi principali dell’avvicinamento tra Ucraina e Federazione Russa sono stati i seguenti: gli accordi russo-ucraini di Kharkov con i quali è stato prolungato per altri 25 anni oltre la scadenza del 2017 (fissata dall’accordo del 1997 tra i presidenti di allora Boris Eltsin e Leonid Kuchma) l’affitto della base navale di Sebastopoli, in Crimea, cui ormeggia la Flotta del Mar Nero a fronte di uno sconto sulle forniture di gas;

l’approvazione della legge (2 luglio 2010) che stabilisce la posizione internazionale dell’Ucraina come Paese “non-allineato” e la conseguente abrogazione dalla legge precedente della frase che proclamava l’integrazione con la NATO una priorità nazionale è stato chiuso il tema dell’adesione all’organizzazione militare che aveva complicato le relazioni bilaterali tra i due Paesi;

la ratifica parlamentare del documento costitutivo della zona di libero scambio della Comunità degli Stati Indipendenti e l’interesse nei confronti del progetto di Unione Eurasiatica, istituzione sovranazionale che intende rappresentarsi come uno dei principali attori globali all’interno di un mondo multipolare;

il riconoscimento del russo come seconda lingua ufficiale nelle regioni russofone.

[7] Alcuni analisti, tra cui il politologo Leonid Radzikhovsky imputano all’allontanamento da una politica “ucraina” a favore di una “filoccidentale” la sconfitta dell’ex Premier Yushchenko e la concomitante sconfitta dei valori fondanti della rivoluzione arancione rei di aver effettuato scelte non collimanti con gli interessi dell’Ucraina a tutto vantaggio delle istituzioni occidentali.

[8]   Yanukovic è un esponente della vecchia gerarchia economica sovietica il cui background è quello delle working class dell’Ucraina industriale della regione del Donbas dove l’obbedienza fedele e incondizionata all’autorità era considerato un alto valore. Yanukovic, quindi, guarda alla Russia come modello di gestione del potere interno e non è azzardato affermare che il Partito delle Regioni di cui il Presidente è il leader abbia una concezione della gestione dell’Ucraina che si fonda nel pensiero politico dell’ex URSS.

[9]   Visti i recenti sviluppi dei rapporti diplomatici con la Cina, la tesi della multivettorialità ricercata da Kiev trova ulteriore fondamento reale e questo potrebbe portare il paradigma del “3+1” ad una visione più allargata tale da divenire “N+1”.

 

 

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