È trascorso più di un anno dalla guerra che ha colpito l’Ossezia del Sud, causando diverse centinaia di morti soprattutto tra la popolazione osseta, senza tuttavia risparmiare moltissimi civili e militari georgiani e russi.

Nel primo anniversario degli eventi segnati dall’attacco georgiano, tante sono state le iniziative promosse per ricordare la strage che ha aperto la strada al riconoscimento russo dell’indipendenza osseta. Commemorazioni e cerimonie si sono avute a Tskhinval, ma anche in Ossezia del Nord ed in diverse zone della Russia, soprattutto Mosca e San Pietroburgo, in Ucraina e perfino in alcuni Stati dell’Unione Europea. Le manifestazioni più significative soprattutto nei paesi con una numerosa diaspora osseta o con importanti sedi istituzionali internazionali, come Ginevra o Bruxelles.

Anche la Georgia ha ricordato i suoi caduti, pure se con spirito e motivazioni diverse. La retorica antirussa continua ad essere il principale punto fermo del governo georgiano, negli ultimi mesi diversi ministri sono stati nominati e licenziati in brevissimo tempo. Segnali di incertezza a cui Saakashvili risponde con la proposta di un prossimo ingresso della Georgia nella NATO; una prospettiva che la stessa alleanza atlantica ha per ora escluso, almeno nel breve periodo.

La NATO peraltro può aiutare il paese solo negli aspetti militari, come dimostra l’arrivo in Georgia di circa 70 Marines per addestrare le truppe di Tbilisi, ufficialmente destinate a combattere in Afghanistan. Una situazione simile a quanto visto nell’estate 2008, quando ufficiali americani arrivarono in Georgia, pochi mesi prima dell’attacco all’Ossezia, per addestrare le truppe locali in partenza per l’Iraq.

È tuttavia assai difficile che la NATO possa fornire una soluzione contro la disoccupazione e gli effetti drammatici della crisi economica sulla popolazione rurale. I contadini certamente preferirebbero riprendere l’esportazione di vino in Russia piuttosto che osservare il variopinto esercito americano esercitarsi nei boschi attorno alla base militare di Vaziani.

Ogni osservatore politico indipendente ed onesto dovrebbe riconoscere che i principali problemi economici della Georgia si trovano a Tbilisi o a Kutaisi, non a Sukhum o Tskhinval. La questione dei profughi georgiani fuggiti dalle guerre degli anni ’90, ad esempio, che pure rappresenta un grande problema umanitario più che politico, non fu mai volutamente affrontato da Shevardnadze per dimostrare ai Georgiani che il suo governo avrebbe potuto acquisire il controllo dei territori perduti in breve tempo. Da quel momento sono però trascorsi quasi 20 anni, e gran parte dei civili, scappati da guerre lunghissime ma terribilmente simili all’Operazione “Clean field”, continua ad abitare in campi profughi ed alberghi requisiti dal governo.

Anche a livello diplomatico nulla è cambiato dalla scorsa estate: nessuna traccia di disgelo tra Tbilisi e Mosca, soprattutto dopo il riconoscimento russo dell’indipendenza di Ossezia del Sud ed Abkhazia; è forse proprio quest’ultima, l’Abkhazia, il territorio che la Georgia non vorrebbe avere mai perso, poiché le sue bellissime zone costiere e montagne selvagge rappresentarono nel periodo sovietico una risorsa vitale per l’economia di Tbilisi.

Da tempo esiste un legame profondo tra Abkhazi ed Osseti, un destino comune che spesso ha portato ad una collaborazione militare, economica ed umanitaria molto attiva e sentita. L’ultimo episodio accadde l’anno scorso, quando gli Abkhazi combatterono contro le truppe georgiane presenti nell’Alta Valle di Kodori, impedendo ai reparti di Tbilisi di concentrarsi in massa nell’assedio di Tskhinval.

Il 26 Agosto a Sukhum e Tskhinval è stata comunque una giornata di festa, anche se le celebrazioni per l’indipendenza riconosciuta sono sembrate decisamente sobrie. D’altronde, il ricordo dei tank per le vie delle città non si può cancellare facilmente. La città inoltre porta ancora oggi i segni dei bombardamenti, anche se le opere di ricostruzione procedono.

Un anno di vera pace è stato però il regalo più bello per la popolazione dell’Ossezia del Sud. Il presidente russo Dmitrij Medvedev, che poche settimane prima aveva visitato Tskhinval per incontrare il suo collega osseto Eduard Kokojty, ha ribadito ancora una volta con fermezza che la Russia non farà mancare il suo aiuto, e soprattutto che l’atto di riconoscimento dell’indipendenza di Abkhazia ed Ossezia del Sud non sarà rivisto o messo in discussione.

Nel frattempo la collaborazione tra i due paesi ha già dato un risultato concreto di grande importanza: il nuovo gasdotto sponsorizzato dal colosso economico russo Gazprom. La struttura del gasdotto, caratterizzata dall’attraversamento di catene montuose particolarmente impervie ed elevate, consentirà di far giungere il metano dalla cittadina russa di Dzuarikau alle principali città sud-ossete di Tskhinval e Kvajsa, migliorando di fatto le possibilità di urbanizzazione e gli insediamenti nelle zone di fondovalle.

Il gasdotto, inaugurato a fine Agosto, ha permesso di riportare l’Ossezia del Sud sulle pagine della stampa internazionale. La ricostruzione e le prospettive di sviluppo futuro potranno finalmente rendere la “Guerra dei Cinque Giorni” una dolorosa esperienza del passato.

Luca Bionda, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, esperto dell’area Caucasoe Asia centrale.

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