Si è chiuso il G8 e poi 14 (il più rilevante) e mi sembra anche 20. L’ho seguito con sufficiente attenzione, ma ammetto che non è sempre stato facile farlo. Tuttavia, non userò la solita puzza sotto il naso della sinistra, scornata come non mai, di cui è simbolo eloquente la foto e il titolo di prima pagina de L’Unità dell’11 luglio, monumento alla stupidità umana, di cui quella giornalistica, ap-punto di sinistra, è “somma vetta”. Tuttavia, pur prendendo in considerazione il vertice con la mas-sima sobrietà e senza preconcetti, penso sia lecito affermare che, come in tutte le riunioni del gene-re, si sono fatte tante chiacchiere, senza dubbio ben condite con particolare iniezione di ideologia “esaltante”, tale da far pensare alla “gente” di essere in presenza di un evento storico, di “svolta”.

Sintomatico tutto il discorso sul clima. Si è letto di tutto, partendo sempre dal principio genera-le: “decisioni storiche”. Poi, a volte, “la Cina si è sfilata” (o anche “ha rifiutato”) o “Cina e India non hanno preso impegni precisi” (e tuttavia sono state “vicine agli altri”) o invece “li hanno presi concordemente con tutti gli altri paesi”, e altre versioni ancora. In realtà, Cina e India hanno mostra-to generica condiscendenza ma non hanno fatto alcuna dichiarazione impegnativa. E nemmeno la Russia in verità. D’altronde, una notazione. Si tratta di paesi (soprattutto i due più popolosi del mondo), che hanno ancora ritmi di sviluppo elevati, pur nel mezzo dell’attuale crisi, e tuttavia han-no un buon pezzo di strada da percorrere per raggiungere standard di potenza industriale e di vita pari a quelli dei paesi capitalistici più avanzati; e hanno tutta l’intenzione di percorrerlo. E’ ovvio che, in simili condizioni, non possono arrestare la loro corsa anche perché – questo una volta gli e-conomisti seri lo sapevano – vige il “paradosso” (solo apparente) di Alice: è necessario correre sempre più forte anche semplicemente per restare in quel dato punto. Cina e India nemmeno inten-dono rimanere nella stessa posizione, sono in avanzata verso i primi posti, non fermeranno dunque volontariamente la loro ascesa. D’altra parte, quando i primi attuali sentiranno il loro fiatone sul collo, dovranno essere un po’ meno “generosi” (di dichiarazioni di principio) e scattare un bel po’ di più.

Inoltre, che senso ha prendere impegni per il 2050 quanto ai gas di scarico e all’innalzamento medio della temperatura terrestre? Mai come in un frangente simile vale il detto: “L’uomo propone e Dio dispone”. Si dirà: questa è una decisione di larga massima, indica una tendenza, una nuova sensibilità al problema ambientale. Bene: allora lo si dovrebbe riconoscere con esplicita chiarezza, senza affermare che i paesi più industrializzati (non comunque Cina e India, e nemmeno la Russia) diminuiranno l’emissione di CO2 del 50% e si impegneranno (da soli?) a contenere sui 2 gradi l’aumento della temperatura. Entro i prossimi quarant’anni, chissà quali altri avanzamenti tecnolo-gici ci saranno, magari si potrà puntare ad obiettivi più ambiziosi. Inoltre, sempre in questi qua-rant’anni, quali altri paesi si svilupperanno e come? L’importante è indicare una tendenza, una “de-cisione a”, senza renderla ridicola con i soliti numeri da “cabala”.

Deve comunque essere sottolineato come nemmeno i dominanti – a me sembra siano ancora ca-pitalistici e che lo resteranno a lungo – siano insensibili ai problemi ambientali. Quelli che credeva-no di combattere il capitalismo, “sollevando le masse” contro di esso per la rovina dell’ambiente, vengono spiazzati; anche perché, malgrado il tanto strombazzato aumento dei costi dovuto a questa nuova sensibilità, si può essere sicuri che non mancheranno lauti profitti. L’imprenditore capitalista non sarà, come dice la nuova enciclica, attento al profitto ma anche alle persone; non sarà interessa-to economicamente, ma anche “eticamente”. Insomma, non sarà un autentico cristiano zelante in fatto di carità e generosità; non vorrà guadagnare profitti solo in quanto strumento per perseguire questi altri fini di “alta spiritualità”. Semplicemente, cercherà come sempre di incamerare profitti, che però non si ottengono se il mondo è ridotto ad un deserto o è devastato da inondazioni. Del re-sto che senso ha impegnare “cristianamente” gli imprenditori cinesi e indiani (e di chissà quali altri paesi entro il 2050)? Si pensa per caso di “evangelizzarli”? Li si lasci alle loro religioni e che si im-pegnino a svolgere bene i loro specifici compiti; magari hanno meno bisogno dei nostri di coperture ideologiche di tipo etico.

Chissà perché, mi viene in mente la vecchia polemica condotta da alcuni trogloditi marxisti; ma non da Marx, checché ne dicano i sedicenti economisti che non lo conoscono e gli fanno dire quanto non ha affermato in nessuna occasione. Egli, conoscendo il plusvalore relativo, non sostenne mai che profitto e salario (reale) erano in contrasto; sapeva benissimo che entrambe queste parti del red-dito possono aumentare, non sono fra loro in correlazione inversa. Non intendo per nulla mettermi a fare adesso una lezione di marxismo; comunque, anche il cosiddetto impoverimento assoluto – per un pensatore che privilegiava i rapporti sociali e non il dato meramente quantitativo economico – non significava sostenere che i lavoratori avrebbero conosciuto una tendenza al peggioramento delle loro condizioni materiali di vita; anzi, Marx scrisse più volte circa il loro progressivo miglioramen-to, polemizzando contro la “legge bronzea dei salari” di lassalliana memoria .

Solo alcuni “legnosi” marxisti si misero in testa – sostenendo ad esempio che la causa della crisi economica è il sottoconsumo (dei lavoratori) – l’impossibilità per i salariati di accrescere sostanzio-samente il loro tenore di vita nella moderna società, a causa dell’esosità dei capitalisti tesi al profit-to. Proprio la “volontà di profitto” – e senza tanta “sboba” etica – comporta aumenti tali della pro-duttività del lavoro da consentire incrementi salariali: sia per smussare le spigolosità della lotta (non “di classe”, ma sindacale, per la distribuzione dei benefici dello sviluppo) sia per migliorare lo smercio dei prodotti, senza il quale di profitti se ne fanno pochini. E per altri motivi ancora – che implicano una visione non dicotomica della società, divisa invece in strati differenti e molteplici – su cui non mi dilungo. Eppure, per un tempo “infinito”, i suddetti marxisti “legnosi” hanno conti-nuato a sollecitare “le masse lavoratrici” alla rivolta e all’abbattimento del capitalismo perché que-sto non poteva assolutamente concedere loro miglioramenti sostanziali.

Quando l’hanno “presa in……” con dovizia di posizioni diverse, gli “anticapitalisti” in servizio permanente effettivo – sempre stizzosi, supponenti e che “avevano capito tutto” – hanno, con aria furbetta, indicato “alle masse” che la lotta degli oppressi si era spostata nel terzo mondo, il quale sarebbe stato ormai perpetuamente composto di paesi sempre più impoveriti a causa del trasferi-mento di plusvalore da questi oppressi all’intero campo capitalistico “occidentale” (ecco perché qui anche i lavoratori, il “soggetto” fu rivoluzionario, quello del “comunismo”, erano stati corrotti da un relativo benessere). Adesso di quel terzo mondo è rimasta solo l’Africa, che è stata “in cima ai pen-sieri” dell’ultima riunione dei “grandi”. So bene che non è vero, ma è certo che il mondo dei domi-nanti capitalistici – cui stanno entrando a far pienamente parte anche quelli di Cina, India e molti altri (quelli del sud-est asiatico lo erano già da tempo) – non vive per nulla affatto dell’estorsione di plusvalore da zone in mero “sfruttamento”. Questo gioco a somma zero è stata l’ultima trincea oc-cupata dai marxisti “legnosi” di cui sopra. Adesso lasciamoli al loro destino e mettiamoli idealmen-te dietro la lavagna con un bel paio di orecchie d’asino. Pochi imbecilli – alcuni pure corrotti – da trattare con disprezzo; salvo che non vadano a costituire i manipoli di violenti al servizio della parte più arretrata e in affanno del capitalismo, a livello internazionale come all’interno di singoli paesi (tipo appunto l’Italia, che ho già indicato quale “anello debole”, politicamente inquinata da quell’“antifascismo” cui ho già accennato e con cui andranno comunque regolati definitivamente i conti, come minimo in sede storica).

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Mi risparmio le “dure accuse” del G8 all’Iran e alla Corea del Nord, un autentico festival dell’ipocrisia e del compromesso tra “ovest” ed “est”, che ricorda i “successi” della Società delle Nazioni negli anni trenta del novecento. Quanto alle cantilene intorno ai “grandi patti storici”, ce ne ricordiamo ben altri, il cui caso emblematico fu quello di Monaco del 1938, che predicava pace e prosperità per non so quanti anni a venire. Quanto detto all’Aquila non condurrà certo agli eventi drammatici di allora, ma resterà sulla carta come tutte le altre chiacchiere di sempre. Spiace di do-ver continuamente constatare che solo alcuni vecchi democristiani, tipo Cossiga, sono oggi le uni-che persone sensate a tal proposito. Non ci sono proprio ricambi, nemmeno all’orizzonte.

Se i giorni dell’Aquila saranno forse una data da ricordare storicamente, è perché di fatto segna-no la fine – miserabile e spregevole – della “sinistra” italiana, finalmente abbandonata anche da co-loro che avevano mosso la stampa estera nel tentativo di utilizzare queste bande di “ascari”, per metterle alla prova un’ultima volta. Moribonda è sia la sinistra detta “moderata” sia quella ridicol-mente definita estrema o radicale. Veramente malinconica quest’ultima, quella della “seconda po-tenza mondiale” (opposta agli Usa), su cui accolite di intrallazzatori di mezza tacca hanno mangia-to, e girato il mondo a spese altrui, per una decina d’anni e più. Metto in conto, sia chiaro, che si agiteranno nel prossimo futuro, che non vorranno arrendersi; sia gli ex rinnegati del Pci e di Dc-Psi, sia alcuni giovani spostati e disadattati orientati da ingrigiti ex leader “studenteschi”, che potrebbero con la loro intelligenza ed esperienza dedicarsi a qualcosa di utile e decoroso. Tenteranno ancora, disperatamente, ma sono finiti politicamente. E, poiché non agivano in proprio ma inzuppavano “le loro brioches” nei quattrini della GFeID, è evidente che anche il vecchio quadro oligarchico italiano è oggi parecchio scombussolato e sbrecciato. La loro stampa ne è lo specchio fedele. La più demen-ziale di tutte le testate resta sempre La Repubblica seguita da L’Unità; per favore, la si smetta di ri-petere che è il giornale fondato da Gramsci, è ormai semplicemente il giornale di Conchita.

Più preoccupante è semmai quanto potrebbe avere concesso Berlusconi a Obama, che lo ha trat-tato veramente molto bene; e non è tipo da farlo per amicizia (come Putin del resto). Sintomi chiari non ce ne sono ancora. Certo, “fastidiosa” è la notizia dello slittamento del 15 luglio quale data ul-tima per definire l’acquisto della Opel da parte della Magna. Senza dubbio la lotta al coltello è so-prattutto tra Merkel e Schroeder, con dietro Usa e Russia. Tuttavia, non è escluso che Berlusconi voglia dare una mano alla Fiat come favore reso agli Usa di cui, lo ripeto, la nostra azienda è una, pur non maggiore, testa di ponte. Del resto, nemmeno è del tutto chiaro l’andamento del recente ac-cordo tra l’azienda italiana ed una corrispondente cinese (comunque decisamente minore rispetto alle due con cui la Fiat aveva tentato e fallito).

Sarà pure da seguire il tentativo della nostra industria “pubblica”, di cui parlò un recente articolo (mi sembra di Mania) su Repubblica; tentativo guidato da Scaroni e tendente a conquistare migliori posizioni nella Confindustria. Sembra trattarsi di un confronto per sostituire il vecchio orientamento della finanza e industria arretrate italiane con uno maggiormente attento agli interessi del paese (e non solo ai propri di semplici “appendici” del sistema politico-economico statunitense); il suo an-damento ed esito saranno indicativi dei compromessi accettati dal Premier italiano con Obama. In-tanto, secondo certe interviste concesse da dirigenti Eni, gli accordi e progetti con la Gazprom do-vrebbero seguire il loro corso. Un aiuto importante proviene dalla decisione, prima del Kazakistan e più recentemente dell’Azerbaigian, di vendere gas all’azienda russa (il Kazakistan anche alla Cina) invece che al Nabucco, il progetto americano antagonista di quello Gazprom-Eni.

Altro sintomo saranno le vicende della Finmeccanica, che ha recentemente ricevuto un danno dagli Usa. E’ stato solo un avvertimento, una delle mosse per rimettere “in riga” Berlusconi? Recentemente, la nostra azienda mi è sembrata più attenta alle “regioni ad est” e anche alla Libia. Gli Usa torneranno in parte sui loro passi? Finmeccanica si rivolgerà di nuovo prevalentemente a quel mercato? Sarebbero tutti sintomi di un certo interesse, non di tassativa ed univoca interpretazione, per carità. Fra l’altro, fossi un dirigente politico nazionale, mai consiglierei a questa nostra avanzata azienda di snobbare gli americani; sarebbe una fesseria colossale, che un management serio e responsabile non commette.

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In ogni caso, siamo a mio avviso entrati in una fase internazionalmente nuova; ci saranno rigur-giti della vecchia – e non pochi e non brevi – eppure la novità riguarderà anche l’ambito nazionale. Si tenga presente che per il momento, dato appunto il probabile mutato atteggiamento del Premier rispetto ai rapporti internazionali, sarà difficile per avversari e finti alleati metterlo in discussione, e così pure il suo governo. Tuttavia, non tarderanno a manifestarsi le crepe che si sono notate nel Pdl negli ultimi tempi; è un partito non meno inventato del Pd e solo l’attuale leadership copre le divi-sioni. Del resto, non è ancora per nulla risolta la spaccatura all’interno dell’oligarchia finanziaria e industriale italiana, che ripete – in forme più acute – quella esistente in Europa e che è caratteristica di un’area mondiale ancora subordinata per l’essenziale al centro statunitense. Si parla adesso di rinuncia al disegno imperiale da parte della (ex?) superpotenza con accettazione di un certo multila-teralismo. Non ci credo affatto; è accettazione tattica di ciò che sarebbe ormai impossibile negare senza incorrere in più gravi pericoli di sfaldamento del proprio predominio. Inoltre, il multilaterali-smo esiste per merito di paesi che stanno fuori della UE; all’interno di quest’ultima è finita persino l’anomalia francese.

Malgrado le ciance, non siamo ancora usciti dalla situazione di crisi, che ha contribuito (non è stata però il fattore determinante come si tenta di far credere per distorcere la realtà) a mutare la si-tuazione quanto al suddetto multilateralismo, destinato a divenire in un più lungo periodo autentico policentrismo; e non certo a causa di crisi soltanto economiche. Si parla di indici adesso positivi che fanno intravedere l’uscita dalla congiuntura negativa. Non ho alcuna possibilità di discuterli; so solo chi sono gli economisti, coloro che “costruiscono” e interpretano tali indici. Tuttavia, non mi sono mai schierato pregiudizialmente per la “catastrofe”; non sono fra quei marxisti che hanno fatto strame dell’insegnamento (di centocinquant’anni fa) del pensatore di Treviri (perché è per me null’altro che un pensatore, sempre grande e stimolante, proprio in quanto lo tratto da semplice uo-mo di genio, non da profeta e indovino).

La crisi sarà ancora più o meno pesante o invece realmente in via di risoluzione? I prossimi sei mesi saranno sostanzialmente decisivi per illuminarci circa la sua gravità e l’attendibilità dell’attuale ottimismo. Non muta in ogni caso la mia “scommessa” per quanto concerne i tempi più lunghi, cioè l’epoca storica di grande trasformazione in cui siamo entrati. Resto convinto, dai sin-tomi manifestatisi in ormai un bel gruzzolo di annetti, dell’entrata in un mondo di maggiore conflit-tualità; non vedo perciò periodi di accelerata crescita, ma invece di sviluppo in profondità, cioè di mutamenti geopolitici – e, nel contempo, delle strutture sociali – di grande rilevanza. Le crisi eco-nomiche accompagnano solitamente periodi del genere e anch’esse vanno tendenzialmente aggra-vandosi, pur non giungendo mai alla soluzione unica e puramente catastrofica. Nessuna crisi eco-nomica risolverà ciò che potrà essere risolto soltanto da più netti contrasti politici con tutti gli an-nessi e connessi del caso. Nelle fasi storiche di cosiddetto multilateralismo, che si trasforma poi in policentrismo, lo sviluppo, cioè la trasformazione (geopolitica e sociale), entra spesso e volentieri in contraddizione – non costantemente lungo l’intero arco di tempo, non necessariamente e non e-gualmente per tutti i paesi – con la crescita economica. Inoltre, sempre più decisi interventi (politi-ci) dovrebbero essere compiuti per controllare i settori finanziari, di cui vi è ineliminabile necessità data la generalità della produzione mercantile, e che quindi tendono sempre ad “allargarsi”. Se ci si limita al richiamo “etico”, si è allora o conniventi o impotenti; in ogni caso, imbroglioni e inganna-tori dei “poveri cristi”.

Così inquadrato il problema nelle sue linee più generali, si dovrà riflettere con attenzione sulla misera situazione politica in cui versa l’Italia, in quanto soprattutto portato di quella economica e sociale. Non è nostro compito – poiché non abbiamo alcuna forza politica – risolvere il groviglio di contraddizioni in cui è invischiata la società nazionale; tuttavia, lo sforzo di ripensamento storico e di analisi della presente fase saranno compiti da tenere ben vivi. Non dialoghiamo però più con chi si attarda in teorie e prassi politiche che ormai emanano un terribile tanfo di morte; pensiamo al fu-turo, che si è già aperto. Il resto sia silenzio, e per i cadaveri si scavino solo le fosse poiché puzzano e diffondono pestilenze se non si seppelliscono.

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