Introduzione: il caso EMA

Il caso della mancata assegnazione dell’EMA (European Medicines Agency, l’ente dell’Unione Europea deputato alla vigilanza sui farmaci) alla città di Milano ha scosso la parte di opinione pubblica italiana più attenta alle vicende politiche nazionali ed internazionali. Questo non solo per il buon dossier presentato dalla città alla gara europea di assegnazione, per il raro spirito di unità dimostrato dalla politica e dalle istituzioni italiane nel sostenere la candidatura del capoluogo meneghino e per la rapidità con cui Milano si è presentata con un edificio – il prestigioso Pirellone – già pronto ad ospitare l’intera sede dell’Agenzia, ma anche e soprattutto per il controverso processo decisionale in cui le prime due votazioni (chiusesi a favore della nostra candidatura, con l’Italia convinta dell’appoggio di molti influenti “alleati europei”) sono state seguite da un ribaltamento che ha condotto ad una terza votazione in parità e quindi ad un sorteggio.

L’indignazione politica è però durata lo spazio di un giorno e nemmeno questa volta è stata seguita da una riflessione e da un dibattito serio, approfondito, strutturato e strutturale sul ruolo e sulla posizione del nostro paese in Europa.

 

Le peculiarità geopolitiche dell’Italia

Da cosa deriva la sempre più marcata marginalizzazione dell’Italia in Europa? Solo dal desiderio dei nostri “partner” europei di tenerci in disparte o anche dalla nostra peculiare posizione geopolitica e geoeconomica rispetto al cuore carolingio del subcontinente (la Kerneuropa, per dirla in tedesco)?

Già prima della Brexit, data la posizione sempre defilata del Regno Unito (più nave con la prua verso l’Atlantico che lembo estremo del continente eurasiatico), la geopolitica europea si snodava lungo l’asse Berlino-Parigi. Da un lato la prima potenza militare del subcontinente e dell’Unione, dall’altro la prima potenza economica e demografica. In mezzo alle due capitali, il bacino carbonifero ed industriale renano, territorio unito al Benelux da antica industrializzazione e tradizione mercantile. Nel Reno confluisce il Meno, che attraversa la capitale finanziaria, Francoforte. Il complesso delle vie d’acqua conduce ai grandi porti del Mare del Nord: Amburgo, Rotterdam ed Anversa. Francia, Germania, Benelux: ecco il cuore del potere europeo, ed ecco dove si collocano le agenzie dell’Unione.

Attorno alla Kerneuropa si snoda una prima fascia di colonie produttive di esternalizzazione tedesca che assolvono anche all’importantissimo ruolo di mercati di sbocco: Catalogna, Italia settentrionale, Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca; ma anche, nella visione tedesca e negli investimenti tedeschi, le più recalcitranti Slovacchia, Ungheria e Polonia. Monaco di Baviera è la città attorno alla quale si snodano i rapporti con le regioni orientali di quella “Grande Germania” che a suo tempo favorì la disgregazione della Jugoslavia e del blocco orientale per crearvi una sua sfera di influenza.

La terza fascia europea – Balcani, penisola iberica, Italia centromeridionale – per la Kerneuropa è priva di interesse o è fonte di fastidio. Le incoerenze e le debolezze di questo stato di fatto sono molteplici: il rischio del controllare importanti porti quando non si controllano le rotte marine globali, il rapporto di attrazione-repulsione con la Russia (il balletto sul gas e sull’Ucraina) e la Turchia, la Francia che non può rinunciare ad una visione mediterranea ed entra sistematicamente in conflitto proprio con l’Italia per l’influenza su Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto – e questo da almeno due secoli.

Quello che emerge in modo univoco è che per la Kerneuropa francese e tedesca l’Italia è ora inutile, ora ritenuta utile solo per una terza parte, ora nociva. Come può, in un quadro simile, l’interesse politico italiano attendersi qualcosa di positivo dalla magnanimità degli “alleati”? L’Unione Europea, per l’Italia di oggi, non è una strategia, non è una totale disgrazia, ma, al di là delle utopie, non è nemmeno un sogno: è il primo mercato di sbocco delle sue merci (proprio in Francia e Germania). Non può essere nulla di meno, ma è impossibile che sia qualcosa di più.

 

Italia e mondo euroatlantico: ineluttabile destino?

Le nostre classi dirigenti politica, economica e culturale vivono con completa rassegnazione – colpevole o dolosa che sia – l’adesione dell’Italia al blocco ancipite costituito da Unione Europea e Alleanza Atlantica, accettando il ruolo secondario (terziario?) e passivo che l’Italia dovrebbe svolgervi. Intendiamoci: nessuno può seriamente sostenere la possibilità di un’uscita indolore dell’Italia dal blocco suddetto, dopo la perdita della sovranità politico-militare nel 1945 e di quella economica iniziata prima dell’avvento dell’euro con il divorzio Tesoro-Bankitalia. Diciamo di più: chi ventilasse una tale ipotesi per mere finalità elettorali sarebbe intellettualmente disonesto (tanto più che i cosiddetti movimenti definiti “sovranisti” o “populisti” si rimangiano sistematicamente, un attimo prima delle elezioni, la promessa di intraprendere mosse concrete per l’uscita dall’euro). Gli “alleati” dell’Italia non permetterebbero mai un’uscita del nostro paese dalla moneta unica, con la conseguente svalutazione competitiva: contro di noi si scatenerebbe il furioso attacco di tutti i poteri finanziari occidentali, ora per una strategia politica antiitaliana, ora per un’opportunità di profitto nella ravvisata debolezza di un paese costretto a pagare in eventuali “neolire” un enorme debito contratto in euro oppure a dichiarare bancarotta sovrana. Tra le tante ipotesi ci sarebbe persino, per necessità di valuta forte, quella di una dollarizzazione della nostra economia: bel recupero della sovranità! E tutto ciò per quale fine? Quello di guadagnare competitività per le nostre esportazioni – che sono ad alto valore aggiunto e quindi non risentono né del “costo valuta forte” e nemmeno di quello dei trasporti verso l’estero delle nostre merci? Per rilanciare il potere di acquisto delle classi lavoratrici e risparmiatrici nazionali impoverite dalla crisi? Con una moneta debole?

Quanto alla sovranità politica e militare, si pensi che quando essa era ancor meno in discussione – durante la Guerra Fredda – il timore atlantico di un allentamento del controllo americano sulla penisola causò la strategia della tensione e la stagione delle bombe – culminata con l’assassinio del Presidente del Consiglio in pectore interessato ad un dialogo strutturale con il PCI.

La nostra non è e non potrebbe essere una difesa dell’euro, ma è una semplice constatazione del fatto che l’Italia non recupererà la sovranità perduta con una soluzione-panacea. Ma questo non vuol dire che una classe dirigente patriottica, moralmente integra e culturalmente preparata (che oggi non c’è) non possa comunque lavorare nell’interesse esclusivo della nazione, e non degli “alleati”. Vi è differenza tra il giocare partite politiche autonome – pur nei limiti della forzata appartenenza a blocchi politici – e l’essere completamente servi: si prenda il caso di paesi appartenenti alla NATO come la Turchia o appartenenti alla NATO ed alla UE come l’Ungheria e la Slovacchia, paesi – sottolineiamolo! – meno ricchi dell’Italia. Le classi dirigenti di questi Stati hanno sempre reagito con forza alle imposizioni UE in materia di immigrazione, mentre si ritagliano lo spazio di un’autonoma politica estera, tutelando i propri rapporti con la Federazione Russa ed altre entità politiche esterne al blocco euro atlantico. La Turchia lo fa con le unghie e coi denti, dopo uno sventato golpe che, per quanto ancora circondato da misteri, ha visto in azione militari ascrivibili all’area atlantista o filoamericana.

I colpi di Stato del nuovo millennio, dal Brasile post-Rousseff al Venezuela, dai paesi arabi all’Ucraina, sono avvenuti in maniera subdola e multiforme, dietro il paravento dei ribaltamenti parlamentari, delle ONG e dell’infiltrazione sociale, delle “pacifiche proteste”, degli attacchi finanziari e mediatici, il tutto miscelato con la più classica violenza: la vita di questi governi non sarà facile.

Intendiamoci, chi scrive non può essere tacciato di filoerdoganismo e nemmeno di apologia degli attuali governi est-europei, eredi mai rinnegati dei governi degli anni ’90, che una chiara scelta atlantista la fecero; ciò vale soprattutto per il governo polacco, animato da uno sciovinismo anacronistico e da una russofobia triviale. Si desidera solo fornire indicazioni di metodo, mostrare che fare politica autonoma è possibile pur (urge ripeterlo) nell’ambito della forzata appartenenza ad un blocco di cui non si è né la potenza egemone, né una di quelle della seconda fascia (Germania, Francia, Inghilterra) o della terza fascia geopoliticamente rilevante (come la Polonia, elemento centrale nell’architettura americana del nuovo “contenimento” antirusso), bensì un paese a concreto rischio di “periferizzazione”.

L’Italia avrebbe ancora delle carte da giocare, grazie alla sua posizione centrale nel Mediterraneo. Potrebbe svolgere un ruolo di mediazione nelle crisi arabe; potrebbe proporsi come approdo logistico nel quadro della strategia cinese della Nuova Via Della Seta; può fornire tecnologia in cambio di capitale e materie prime per Russi, Arabi, Turchi, Iraniani e Cinesi, grazie ad un sistema industriale di assoluta avanguardia.

Infine, l’Italia è un paese che dovrebbe guardare all’Africa in modo positivo e propositivo, traendo vantaggio dall’assenza quasi totale di un suo passato coloniale, sviluppando le intuizioni di “cosviluppo” insite nella lezione di Enrico Mattei, cercando di usare a proprio vantaggio la rete capillare delle missioni laiche e cattoliche. L’Africa è il continente più giovane e con grandi opportunità di relazioni commerciali ancora inesplorate: innescare lo sviluppo africano insieme ai popoli africani e non contro di loro è la vera chiave di volta per stroncare la causa delle migrazioni.

Queste dovrebbero essere le direttrici di una politica estera italiana: Mediterraneo, Russia, Asia, Africa. Quando la periferizzazione diventa – come rischia di diventare – un’“autoperiferizzazione” e una rinuncia, le conseguenze sono gravi ed irreversibili. Il caso EMA è lì per dimostrarlo. Il pivot della geopolitica italiana dev’essere il Mediterraneo, non l’Inno alla Gioia: semplici ragioni demografiche dimostrano come sia in gioco la sopravvivenza stessa della Nazione.

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Laureato nel 2011 in Economia all’Università Bocconi di Milano con una tesi di storia della Finanza, collabora con diverse riviste di strategia e politica internazionale su temi di economia, storia contemporanea e geopolitica, con particolare interesse per il Vicino Oriente e l’area ex-sovietica.