Non vi è dubbio che negli anni Cinquanta del secolo scorso il controllo del continente europeo fosse una delle poste in gioco (con ogni probabilità la più importante) nello scontro tra il “blocco” atlantico e quello sovietico e che la stessa questione dell’integrazione europea di conseguenza non potesse non dipendere da tale scontro, tanto è vero che subito dopo l’istituzione della Comunità economica europea del carbone e dell’acciaio (aprile 1951), si pose la questione della difesa europea, ritenuta indispensabile per arrivare ad una vera unione politica dell’Europa. Invero, dopo lo scoppio della guerra di Corea si era fatta più forte la pressione degli Stati Uniti sulla Francia perché si convincesse della necessità di un riarmo della Germania occidentale. Per la strategia della Nato (di cui la Germania federale ancora non faceva parte), incentrata com’era sul concetto di “difesa avanzata”, era essenziale che la Germania ovest disponesse di un forte esercito. La Ced (ossia la Comunità di difesa europea) doveva quindi comprendere la Germania ovest e naturalmente essere integrata nella Nato. Ma l’Assemblea nazionale francese, nell’agosto del 1954, quando la Francia era ancora traumatizzata per la notizia della caduta di Dien Bien Phu, decise di votare contro il trattato. Il fallimento della Ced dipese sia dal fatto che in Francia era ancora forte il timore di una rinascita della potenza militare (ed economica) tedesca, sia dal fatto che molti francesi non vedevano affatto di buon occhio una struttura militare (e quindi inevitabilmente anche politica) sovranazionale.

Il fallimento della Ced convinse non pochi europeisti che per arrivare ad una unione politica europea essenziali sarebbero stati i fattori economici, vale a dire che l’unione politica europea avrebbe dovuto essere la logica conseguenza di una unione economica europea e non viceversa, tanto più che il successo della Ceca avrebbe portato alla nascita del Mercato comune europeo (istituito con il Trattato di Roma del marzo del 1957). In ogni caso, nel maggio del 1955, anche la Germania ovest era entrata a far parte della Nato, una mossa cui l’Unione Sovietica rispose dando vita al Patto di Varsavia. A tale proposito, l’ambasciatore americano a Parigi poco prima che i Francesi facessero fallire la Ced era stato assai chiaro: il riarmo tedesco andava fatto ad ogni costo, poco importava se dentro o fuori la Ced.[1] (1) Il fatto che gli Stati Uniti appoggiassero il progetto della Ced e vedessero perfino con favore (in un certo senso) l’europeismo non deve destare meraviglia. Difatti, da un lato, la crescita economica dell’Europa era necessaria se il “mondo occidentale” doveva vincere la sfida con l’Unione Sovietica; dall’altro, lo scopo degli Stati Uniti e, in generale, dei “circoli atlantisti” era quello di rendere gli “Stati Uniti d’Europa” parte costitutiva del polo atlantico.

Com’è noto, alla fine del secolo scorso, la questione dell’unione politica europea si sarebbe riproposta in un contesto geopolitico del tutto diverso, a causa del crollo dell’Unione Sovietica e della riunificazione della Germania. Anche se, una volta scomparso il “pericolo rosso”, né la Nato né la presenza degli Stati Uniti in Europa occidentale avevano più ragione di essere, ai “circoli atlantisti” si offriva adesso la grande occasione di ridisegnare l’architettura geopolitica ed economica dell’intero pianeta in funzione dei propri interessi, tanto è vero che la Nato, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, anziché dissolversi, si è sempre più rafforzata, diventando il braccio armato dell’oligarchia euro-atlantista, mentre la creazione dell’Unione Europea con il Trattato di Maastricht (del febbraio 1991, ma entrato in vigore l’anno seguente), il cui vero obiettivo geopolitico era di ancorare ad ogni costo la Germania all’Atlantico, ha spianato strada all’introduzione dell’euro con tutto quello che ne è conseguito. Ed è ormai diventato un luogo comune affermare che tutti i guai di Eurolandia derivano dal fatto di avere messo il carro davanti ai buoi, ovvero di avere voluto creare un’Europa economica prima di un’Europa politica. Logico, infatti, che l’euro, anziché favorire l’integrazione europea, si sia rivelato un formidabile moltiplicatore degli squilibri tra le diverse aree geo-economiche europee, penalizzando in particolare i Paesi “euro-mediterranei”. E logico pure che l’Europa si sia venuta a trovare nelle peggiori condizioni possibili dopo lo scoppio della bolla finanziaria nel 2008 (dovuta ad una abnorme espansione del capitalismo finanziario rispetto al capitalismo produttivo – a sua volta dipendente dal tentativo degli Stati Uniti di affermare la propria egemonia globale con ogni mezzo ma in specie tramite la finanza -, che non a caso lo storico francese Fernand Braudel considerava come il segnale dell’autunno della potenza capitalistica egemone).[2]

Si tratta certo di considerazioni in buona misura condivisibili, ma che rischiano di indurre a ritenere che i problemi che affiggono l’Europa dipendano soltanto dall’euro. Invero, non solo l’euro ma proprio l’aver voluto creare gli “Stati Uniti d’Europa” che si sta rivelando una vera “follia geopolitica”, né poteva essere altrimenti considerando che le differenze, che pure esistono, tra gli Stati del grande Paese nordamericano non hanno nulla a che fare con le differenze tra i vari Stati europei. La storia europea non si può certo paragonare alla storia degli Stati Uniti. Europei lo si è comunque per formazione culturale, ma questa stessa cultura presuppone una molteplicità di formazioni politiche e “differenti identità”, che devono essere cioè considerare come un patrimonio comune, piuttosto che un ostacolo da superare. La sfida dell’europeismo era appunto quella di far coesistere le diverse comunità nazionali in un “grande spazio” geopolitico e geo-economico, non di “obliterarle” a vantaggio dell’oligarchia euro-atlantista. E questo probabilmente era possibile tramite una confederazione europea, basandosi sul principio di sussidiarietà. Una confederazione, infatti, è un’alleanza tra diversi Stati, che perseguono degli scopi comuni – specialmente (ma non solo) per quanto concerne la difesa e la politica estera – tramite apposite istituzioni, mantenendo però ciascuno la propria sovranità nazionale.

Non a caso è proprio sulla questione della sovranità nazionale che rischia di fare naufragio non solo Eurolandia ma la stessa Unione Europea, dato che il continente europeo, sotto il profilo economico, si è andato trasformando in una terra di conquista da parte della maggiore potenza commerciale europea, ossia la Germania, pur rimanendo uno spazio geopolitico “controllato” (per verti versi ancor più di quanto lo fosse negli anni della guerra fredda) dagli Stati Uniti. D’altronde, le conseguenze disastrose di questa politica euro-atlantista sono evidenti a tutti e sempre più numerosi sono gli europei che si rendono conto che senza sovranità nazionale non vi può essere neppure alcuna forma di democrazia. Si è venuto a creare quindi un terreno adatto alla proliferazione di movimenti politici “euroscettici” che i media del grande capitale demonizzano come populisti e nazionalisti, dimenticando, tra l’altro, che il termine “nazionalismo” ha due significati diversi e perfino opposti. Può infatti designare lo sciovinismo, e quindi una politica che persegua la supremazia di una nazione rispetto alle altre (ritenute “inferiori” politicamente e culturalmente), ma anche la lotta di liberazione nazionale, ossia la lotta di una nazione (ovvero di un popolo) contro i “centri di potenza” (Stati, organizzazioni sovranazionali o poteri economici e finanziari) che la opprimono. Ed è chiaramente in questo senso che si deve interpretare oggi la protesta dei movimenti populisti contro quella sorta di euro-tirannia tecnocratica e finanziaria che è diventata l’Unione Europea.

Invero, la riconquista della sovranità nazionale da parte degli Stati europei, comportando in qualche misura anche una de-mondializzazione e una ri-territorializzazione dell’economia e della politica,[3] renderebbe possibile contrastare con successo le “logiche di potere” di quegli strateghi del capitale euro-atlantista che mirano ad annientare ogni legame comunitario e a subordinare del tutto il lavoro agli interessi del grande capitale, anche tramite la dissoluzione di ogni confine, non facendosi scrupoli di promuovere una immigrazione massiva e incontrollata, di cui non è difficile immaginare quali potranno essere gli effetti, soprattutto per un Paese come l’Italia, già stretto nella morsa di una gravissima crisi economica e sempre più simile ad un vaso di coccio tra vasi di ferro. Certo, questo non significa non riconoscere che i “contraccolpi” derivanti dal fallimento del cosiddetto “unipolarismo statunitense” riguardano anche il mondo angloamericano come hanno dimostrato la Brexit e soprattutto la vittoria di Trump (dovuta sia alla crisi che ha colpito duramente la classe media americana sia al declino relativo degli Usa –ossia a causa della crisi del cosiddetto “capitalismo embedded” favorita proprio dalla logica de-territorializzante della mondializzazione) che potrebbe avere conseguenze rilevanti sul piano geopolitico, anche se il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà necessariamente tener conto degli interessi dello “Stato profondo” degli Usa (e si può affermare che il nuovo presidente degli Usa si stia già muovendo in questo senso, dato che ovviamente anche per Trump è essenziale che gli Stati Uniti conservino la propria supremazia ad ogni costo). Nondimeno, questi stessi “contraccolpi” in quanto evidenziano che si è in presenza di una “crisi di sistema”, portano acqua al mulino di chi sostiene che l’Unione Europea è una “aberrazione geopolitica”, frutto di una ideologia mondialista più che europeista, che mirando a dissolvere le identità dei singoli Stati nell’infernale melting pot del “mercato globale”, ha generato, per così dire, un’Europa a due teste, ossia “a guida” economica tedesca ma al tempo stesso “a guida” politico-strategica atlantista, con la Bce che deve mediare tra questi due aspetti dell’Unione Europea.

Tuttavia, si potrebbe osservare che i movimenti populisti europei non sono affatto un fenomeno unitario, dato che il populismo europeo designa un’area politica ancora allo “stato gassoso”, in cui sono presenti tendenze e “pulsioni” contrastanti.” In effetti, il populismo europeo dovrebbe evolversi verso forme politiche più complesse e “mature” per essere politicamente all’altezza delle sfide della fase multipolare che è appena cominciata. In sostanza, si dovrebbe riconoscere non solo la necessità di incastonare i singoli Stati europei in “grandi spazi” (come una confederazione europea potrebbe ancora benissimo fare, senza imporre una moneta comune a Paesi ed economie così diversi tra di loro e senza penalizzare l’area mediterranea o danubiana rispetto a quella baltica), ma pure che, senza una visione politica complessiva che tenga conto che euro-atlantismo, liberismo e immigrazione massiva sono fenomeni non irrelati ma connessi tra di loro da una stessa “logica di potere”, perfino la (sacrosanta) difesa della sovranità nazionale rischia di portare a pericolose forme di narcisismo identitario (che, peraltro, non hanno alcuna possibilità di contrastare l’“anglobalizzazione” – nel senso che il centro propulsore della globalizzazione è comunque angloamericano – né di risolvere la questione dell’immigrazione massiva, che richiede invece politiche che mettano fine a quel neocolonialismo occidentale contro il quale si batté Thomas Sankara). In altri termini, si dovrebbe riconoscere il ruolo fondamentale dello Stato (o, se si preferisce, della sovranità nazionale) sia come necessaria cerniera geopolitica tra comunità locali e “grandi spazi”, sia come attore (geo)politico capace di difendere le ragioni del lavoro contro il grande capitale, senza cadere nella trappola tesa da chi vorrebbe trascinare l’Europa in uno “scontro di civiltà” con l’Oriente o con il “mondo islamico” (mentre proprio l’alleanza con quell’Islam che si oppone decisamente al terrorismo islamista e alla politica aggressiva e “criminale” delle petromonarchie del Golfo sarebbe decisiva per il futuro e la sicurezza dell’Europa).

In definitiva, il populismo europeo pare essere ancora in buona misura un fenomeno di protesta (soprattutto da parte di chi è stato duramente colpito dalla politica economica dell’Unione Europea), con tutte le contraddizioni che ciò implica, benché in alcuni Paesi, in specie in Francia, vi sia maggiore “maturità politica” che in altri (ad esempio, in Italia sembra che ci si limiti perlopiù a “cavalcare” la protesta o addirittura si cerchi di strumentalizzare il malcontento popolare, come se tutto si riducesse a conquistare qualche “poltrona” in più). Pertanto, finché la difesa della sovranità nazionale e la critica dell’ideologia euro-atlantista non saranno parti costitutive di un progetto politico che abbia come scopo la distruzione di questa Unione Europea, difficilmente il populismo europeo potrà rappresentare una valida alternativa all’“anglobalizzazione” dell’Europa, della quale, in pratica, è “figlia” quella stessa “euro-crazia” (mondialista e antidemocratica), che pure il populismo europeo (giustamente) vuole combattere. (Ma si deve ammettere che l’Fn della La Pen – al di là di alcune ambiguità, in particolare per quanto concerne la questione dell’Islam – ha compreso che Unione Europea e “anglobalizzazione” sono due facce della medesima medaglia). Comunque sia, siamo solo agli inizi di una lotta politica che è destinata a diventare più aspra con il passare del tempo, anche se è evidente che l’Unione Europea si sta già imbattendo nei propri limiti. Ed è appunto la voce del “Vecchio Continente” che oggi, piaccia o non piaccia, si leva contro l’arroganza, la prepotenza e la cecità dell’Unione Europea.

NOTE

[1] Si veda Giuseppe Mammarella, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1980, p. 234.

[2] Al riguardo si veda Giovanni Arrighi in Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, Milano, 2014.

[3] Su questo argomento si vedano soprattutto Edgar Morin, La via, Raffaello Cortina, Milano, 2012 e Jacques Sapir, Deglobalizzazione, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004.

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Fabio Falchi

Fabio Falchi ha compiuto studi filosofici. Nel 2010 ha iniziato una fruttuosa collaborazione con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e col relativo sito informatico, pubblicando diversi articoli e saggi in cui vengono tracciate le linee di una “geofilosofia” dell’Eurasia. Accogliendo la prospettiva corbiniana dell’Eurasia quale luogo ontologico della teofania, l’Autore ambisce a fare della posizione geofilosofica il grado di passaggio a quella “geosofica“. Un tentativo di tracciare una sorta di mappa storico-geopolitica e metapolitica dei conflitti dall’antichità fino ai nostri giorni è costituito da Il Politico e la guerra (due volumi, 2015-2016); una nuova edizione di quest’opera, Polemos. Il Politico e la guerra dall’antichità ai nostri giorni, è disponibile sul sito “Academia.edu“. Nel 2016, infine, è apparsa la sua opera più recente, Comunità e conflitto. La Terra e l’Ombra.