Enrica Perucchietti, Gianluca Marletta, Unisex. La creazione dell’uomo “senza identità”, Arianna Editrice, Bologna 2014.

Scopo del presente libro è quello di avvertire il lettore del pericolo che incombe su tutti coloro che sono sottoposti alla propaganda, palese ed occulta, della cosiddetta “ideologia di genere”.
Tale ideologia, di cui ci siamo già occupati sul fascicolo 2/2014 di questa stessa rivista dedicato a “La seconda Guerra fredda”, sotto il manto rassicurante del “rispetto” e della “libertà” mira a La creazione dell’uomo “senza identità”, come recita il sottotitolo di Unisex, di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta (Arianna Edizioni, Bologna 2014).
I lettori di una rivista di geopolitica, e a maggior ragione gli addetti ai lavori, non devono sottovalutare il peso del fattore ideologico nella competizione tra grandi potenze. Se infatti è chiaro a chiunque il ruolo svolto dalle ideologie otto-novecentesche come strumento per rinforzare il consenso interno e cooptare simpatie presso società nemiche da indebolire e sovvertire, forse non è altrettanto evidente come l’ideologia “gender” si situi in un consolidato e nutrito filone, pur tuttavia con delle sue peculiarità in linea con lo “spirito dei tempi”.
Essa non si limita per l’appunto a fornire una mera arma propagandistica, ma viene utilizzata in maniera martellante contro le stesse popolazioni da cui sono emersi i teorici di questa visione del mondo a rovescio, e successivamente contro quelle conquistate, per uno scopo mai dichiarato prima con siffatta spregiudicatezza: la manipolazione dell’uomo ad un punto tale da mandarlo in confusione persino sul piano delle sue basi biologiche.
Come tutte le astruserie non basate sulla realtà immodificabile della Natura, si è di fronte – come riconoscono gli stessi autori – ad un tassello importante verso il tentativo di edificare la “Grande utopia”, cioè il cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”. Che di per sé non si significherebbe molto, senonché, alla luce della teoria e della prassi degli “ideologi del genere”, si può affermare con cognizione di causa che l’obiettivo principe di tale “ordine” è “l’uomo nuovo”, completamente a-morfo (cap. 1).
Si potrebbe a ragione individuare nel “rivoluzionarismo”, nel desiderio di sovvertire l’ordine naturale delle cose, l’humus da cui trae origine questa propaganda che inonda in prima istanza le popolazioni occidentali con i “diritti dei gay”, il “pansessualismo” ed altre assurdità che in epoche normali non sarebbero mai uscite dal recinto di chi era dedito al vizio e alla perdizione.
Ma quelle erano epoche nelle quali la religione non era uno strumento consolatorio ad uso e consumo della gestione di “crisi umanitarie”. Il che spiega l’odio esplicito dei teorici “gender” verso tutte le “false religioni” e l’impegno profuso nella diffusione di un clima atto a far recepire una “Nuova Era” (della “tolleranza”, dell’amore universale” ecc.).
Partendo da quest’assunto (senza peraltro approfondire la portata distruttiva dell’odio antireligioso insito nella “ideologia di genere”), gli autori – che per onestà intellettuale si premurano d’informare che essi non ce l’hanno con gli omosessuali, limitandosi invece a studiare il pensiero e l’azione degli “omosessualisti”, ovvero degli omosessuali militanti – proseguono la loro disamina con una breve storia di questa corrente di pensiero (cap. 2), le cui radici non vanno disgiunte da quelle che hanno prodotto, tra le altre, la mala pianta della “droga libera”.
In prima fila, a sovvenzionare “scienziati” e “centri studi” (ci occuperemo in seguito dell’Istituto Tavistock, oggetto di uno studio di Daniel Estulin tradotto sempre per Arianna Editrice), troviamo i veri potenti del capitalismo occidentale, organizzati in “fondazioni” che, assieme all’Onu, svolgono un ruolo capillare nella persuasione delle masse, progressivamente conquistate – quando non sono sorrette da una visione del mondo saldamente tradizionale – a questo nuovo paradigma che mette in discussione le basi stesse dell’essere umano, della famiglia e della comunità.
Ideologia “gender” ed omosessualismo (cap. 3) sono strettamente correlati, ed è interessante notare come una certa “antipsichiatria” (per altri versi giusta e sacrosanta tanto è misera la concezione dell’uomo dei moderni “strizzacervelli”) abbia avuto in vista lo sdoganamento dell’omosessualità quale “orientamento sessuale” al pari di quello cosiddetto “etero”.
Una volta fatto accettare un disturbo come normale, attraverso tre momenti distinti ma sovrapponibili (“desensibilizzazione” fino all’assuefazione del pubblico; “bloccaggio”: attribuzione d’ogni difetto e nefandezza a chi, fermo su valori tradizionali, non accetta l’ideologia “gender”; “conversione” e conquista finale delle anime), si giunge – come sottolineano quasi ironicamente gli autori (cap. 3) – ad una situazione rovesciata rispetto alla precedente: per l’“omofobo” dovrebbero così spalancarsi le porte delle galere e, perché no, dei manicomi, qualora venissero riaperti. Per ora basti la “morte civile”, al pari del “razzista” o dell’“antisemita”.
L’interesse per il lettore di “Eurasia” di un libro come questo sta in ciò: che ogni competitore dell’Occidente è passibile dell’accusa di “omofobia”, col che si spiegano le campagne incessanti contro la Russia e Putin, marchiati col bollo dell’infamia da alcune lobby adeguatamente sostenute da chi detiene il controllo della finanza e di un’economia sempre più monopolizzata (tanto per stare in tema di “artificiosità”, si tratta degli stessi ambienti che premono per far adottare a tutto il mondo gli alimenti geneticamente modificati).
Il sospetto – più che fondato – espresso da Perucchietti e Marletta – è tuttavia che gli omosessualisti vengano per così dire usati, esattamente – aggiungiamo noi – come “gli ebrei” da parte degli anglo-sionisti, per giungere ad un punto in cui – mentre saranno liberalizzate (in attesa che cambi la morale diffusa) altre perversioni come la pedofilia o la zoofilia – l’essere umano vorrà trascendere se stesso in una parodia dell’autentica ascesi che va sotto il nome di “transumanesimo” (cap. 6).
Per questo gli autori mettono in guardia da un “illuministico” e “positivistico disincanto” da cui nascerebbe tutto ciò, che al contrario avrebbe un’essenziale connotazione “mistica” ed “esoterica”. La liberazione dalla natura e dalle “catene biologiche” non poteva che essere postulata e perseguita da uno “pseudoesoterismo” che per adesso si avvale del contributo di “scienziati” e dispensatori di salute e felicità in camice bianco, i quali insinuano l’idea che – alla luce delle “nuove tecniche di riproduzione” – la riproduzione stessa e l’atto sessuale vadano oramai separati.
Ciò sarebbe senz’altro il trionfo del pansessualismo e di Gaia (da cui, per inciso, “gay”, in quanto “l’amore omosessuale” sarebbe l’unico veramente “libero” e “gioioso”…).
Ecco perché in quest’inquietante congrega di ‘alchimisti’, tra cantanti e attori, scrittori e “intellettuali” (cap. 4), non potevano mancare coloro che – forti dell’usbergo fornitogli dal paravento di “autorevoli istituzioni internazionali” – predicano la “decrescita” ed una drastica riduzione delle nascite.
Può essere quindi definito un caso il fatto che la “crisi” in cui le nazioni occidentali si dibattono da anni, a parte le oggettive difficoltà materiali, va traducendosi in disorientamento (anche sessuale) ed ostacoli d’ogni tipo posti alla formazione di famiglie normali?


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Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".