Intervista a cura di Andrea Fais

 

La situazione in Siria sembra prossima ad un accordo tra le controparti. Alcuni osservatori lo considerano come una possibile nuova Jalta. La NATO non può proseguire nel sostenere il terrorismo per così lungo tempo, il governo turco rischia di diventare sempre più impopolare tra le masse e il “doppio criterio” morale occidentale in relazione al terrorismo è ora persino più lampante alla luce della recente missione militare in Mali. Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, Washington è costretta ad abbandonare i suoi piani nel Vicino Oriente e forse sarà costretta ad accettare un compromesso con la Russia. Cosa sta accadendo?

La situazione siriana mostra ora la crisi dei piani dell’Occidente e dei suoi alleati nel Vicino Oriente. Anzitutto uno scenario libico non era possibile in virtù del veto di Russia e Cina. In secondo luogo, la Siria ha una struttura di sicurezza migliore della Libia e può contare su un’alleanza militare con l’Iran da cui ottiene notevoli rifornimenti militari. Anche la Russia ha ceduto materiale bellico alla Siria oltre a notevoli aiuti economici. In terzo luogo, è diversa l’influenza in relazione ai fattori strategici e tattici. La Libia era accerchiata su due fronti da Paesi dove la cosiddetta primavera araba era già cominciata. La Siria può fare affidamento su Hezbollah in Libano e sull’amicizia del governo iracheno.

Il problema è invece rappresentato dalla Giordania e dalla Turchia dove si trovano i campi di addestramento dei ribelli. L’ultimo tentativo dell’Occidente è stato la creazione di un Comando Generale diretto da Salim Idriss con il decisivo supporto logistico e materiale della Croazia e della Libia attraverso la Turchia, la Giordania e il Libano così come di istruttori statunitensi e britannici. Sembra che tutti i gruppi miliziani possano disporre di circa 50.000 unità e questo costituirebbe una seria minaccia. Tuttavia, l’opposizione armata non è unita e ci sono diversi gruppi terroristici al suo interno. Così, questo progetto probabilmente fallirà, passando alla storia come il “Free Syrian Army” costruito dai servizi segreti della Turchia e degli Stati Uniti. Per di più l’Occidente ormai non ha margini per quanto concerne la propaganda e l’informazione di guerra.

Dall’altro lato, il governo siriano è ancora solido sebbene siano ancora presenti ondate di attacchi terroristici e gihadisti. Al momento i miliziani hanno buone possibilità di scappare e trasferire la guerra nel Mali dove vendicarsi contro l’Occidente secolare. Non hanno opzioni in Siria. Nella prima ipotesi saranno eliminati dalle forze governative e viceversa, dopo un eventuale successo (che è quasi impossibile), saranno sostituiti da pragmatici novizi che diventeranno i fantocci dell’Occidente. In ogni caso, la questione non chiama in causa un compromesso con la Russia, ma semplicemente il riconoscimento dei principi del diritto internazionale. E parlando di doppio standard, cosa dovremmo dire delle guerre dei cartelli della droga in Messico e in Colombia? Soprattutto in Messico, ai confini con gli Stati Uniti, e con gli aiuti forniti a Felipe Calderon da Washington? Migliaia di uomini e donne sono stati uccisi negli ultimi anni. In questa situazione Mosca ha un vantaggio primario. E anche la Cina.

 

 

La Russia e la Cina hanno giocato un ruolo determinante al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il loro veto ha impedito una guerra quasi certa e le conseguenze catastrofiche che questa avrebbe avuto nella regione. Durante l’ultimo vertice dei primi ministri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai a Bishkek, il vicepresidente afghano Karim Khalili ha richiesto il sostegno della Struttura Regionale Anti-Terrorismo dell’Organizzazione per il 2014, quando la coalizione occidentale ISAF abbandonerà il Paese. L’alleanza Mosca-Pechino sarà capace di neutralizzare il terrorismo e realizzare un vero piano di pacificazione dell’Afghanistan?

La Russia e la Cina stanno già facendo molto nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Inoltre, la Cina sicuramente farà il suo ingresso in questo Paese con le sue enormi capacità finanziarie, fondamentali per la ricostruzione e lo sviluppo. Dal momento che la Cina si muove secondo altri principi per quel che riguarda le politiche finanziarie e del prestito, i suoi sforzi avranno successo dopo l’attività disastrosa del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e delle società transnazionali occidentali. Anche l’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) guarda all’Afghanistan, soprattutto in relazione al traffico di droga. Il terrorismo è un fenomeno duplice. In primo luogo ha natura politica. Se la politica locale cambierà complessivamente, non ci sarà spazio per le attività terroristiche. Molti esperti occidentali lo dimenticano. In questo caso, abbiamo bisogno di capire molto chiaramente che i principi “occidentocentrici” legati ai concetti di democrazia parlamentare e di diritti umani non funzioneranno mai in Afghanistan! Una società tradizionale come l’Afghanistan ha bisogno di un altro modello. Se parliamo di terrorismo inoltre dobbiamo tenere in conto che è un fenomeno di portata globale e la sua interconnessione è determinante. Dobbiamo esaminare tutti i possibili collegamenti, nodi e scali per individuare i centri ideologici, le fonti di finanziamento, i campi di addestramento e i nascondigli. L’Afghanistan è compreso tra il Pakistan, dove c’è un’analoga attività militante, e alcune repubbliche ex-sovietiche a maggioranza islamica. Dall’altro lato, c’è anche l’Iran che può giocare un ruolo determinante nella lotta contro il terrorismo e l’estremismo. Ovviamente, quando le forze statunitensi abbandoneranno l’Afghanistan ci sarà una sindrome da combattimento per qualche tempo ancora. Ma dopo il caos seguirà comunque l’ordine.

 

 

I Salafiti arabi non sono i soli terroristi all’interno del mondo islamico. L’estremismo wahhabita mette in pericolo anche la Russia e la Cina specie a causa dell’attrazione che riesce ad esercitare su alcuni tatari della Crimea, su alcuni ceceni, su alcuni daghestani, su alcuni uiguri e su alcuni dungani. La manipolazione che queste sigle operano ai danni del vero Islam è ancora capace di coinvolgere molti giovani, come sottolineato dal presidente uzbeko Islom Karimov alcuni anni fa in relazione ai disordini di Andijan. Come sono percepiti i musulmani in Russia? Come “stranieri” o come “patrioti”? 

Sì, negli ultimi anni il wahhabismo è dilagato in diversi Paesi. Non solo in Asia, in Nord Africa e nel Vicino Oriente, ma anche in Europa e in Russia. L’Islam tradizionale in Russia non ha origini salafite. Il wahhabismo una setta salita al potere in Arabia Saudita col sostegno dell’Impero Britannico. Sul piano geopolitico osserviamo semplicemente la prosecuzione del Grande Gioco [la sfida tra Russia zarista e Gran Bretagna nel XIX secolo, ndt] nel XXI secolo, dove un ruolo ancora più attivo viene svolto dall’Arabia Saudita e dal Qatar (senza dimenticare che Al-Jazeera è stata creata con il sostegno britannico, soprattutto nella realizzazione di servizi speciali!). Queste petromonarchie sono ovviamente coinvolte nella guerra contro la Siria (sebbene rappresentino diversi punti di vista nel conflitto: il Qatar vuole fare tabula rasa, mentre l’Arabia Saudita è interessata a mantenere intatta la base infrastrutturale del Paese). Tornando alla Russia, posso dire che l’Islam qui presente è sunnita, stanziato nella Repubblica del Caucaso Settentrionale, nel Tatarstan e nel Bashkortostan, nella regione del fiume Volga. I due principali madhhab [scuole giuridico-religiose, ndt] sono quello hanafita e quello sciafeita. Tuttavia gli azeri (in Russia circa due milioni) sono per lo più sciiti. Nel Caucaso ci sono ordini sufici e confraternite (la Naqshbandiyya e la Qadiriyya sono le più famose) che si oppongono ai salafiti. Gli ordini sufici sono formati su base etnica, ma l’influenza wahhabita è presente anche nel Caucaso. Molti giovani aderiscono a queste sette perché non c’è bisogno di studiare e apprendere così tanto come nella tradizione sufica. E i salafiti sono sostenuti dall’Arabia Saudita con ingenti finanziamenti e con agevolazioni per il Pellegrinaggio a Mecca. Alcuni daghestani mi hanno detto che è molto facile sapere chi è sostenuto dai Sauditi. E non dall’apparenza o dal vestiario, ma dall’automobile! La ricchezza è l’arma dei Sauditi e molti poveri caucasici aderiscono al wahhabismo per arricchirsi. Come possiamo definire tutto questo? Religione in cambio di denaro o reclutamento sotto l’insegna del credo? Oltre ai militanti radicali, in Russia c’è un altro progetto alienante, che è l’”Islam soft” di Fethullah Gülen. Questi ha raccolto una rete di adepti della setta Nurjullar nelle repubbliche caucasiche, in Siberia, a Mosca e a San Pietroburgo. Ma questo movimento ora è fuori legge. La Turchia è ovviamente coinvolta in questa trama e ha utilizzato il movimento gulenista per scopi di infiltrazione. In sostanza l’idea principale è vecchia come il mondo: preparare una propria élite nei Paesi stranieri e dopo molti anni prendervi il potere. Questo tipo di “Islam soft” è prevalentemente panturchista. Credo che l’Islam radicale come progetto politico (Emirati del Caucaso) e gli sforzi di Gülen falliranno in ogni caso.

 

 

Cosa pensi della nuova dottrina strategica della NATO stabilita nel Maggio 2012? Credi che la cosiddetta Smart Defense rappresenti un obiettivo realistico e possibile o che invece sia soltanto l’ultimo tentativo dell’Occidente di non ammettere il declino dell’egemonia strategica statunitense e di non alzare “bandiera bianca” in tal senso?

Dobbiamo comprendere molto chiaramente che la NATO non è soltanto un’alleanza difensiva contro un nemico inesistente, ma anche un potente strumento degli Stati Uniti in Europa e all’estero. Per definizione, ad esempio la NATO non può esistere in Afghanistan e nella nuova dottrina vediamo un’idea di NATO globale che implica una dominazione globale del Pentagono con i suoi alleati europei. La parola “smart”, inoltre, è legata alla politica estera degli Stati Uniti. Joseph Nye e i suoi colleghi hanno proposto questa definizione per la nuova dottrina nordamericana ben prima della prima elezione di Obama. Non erano interessati a chi fosse il nuovo presidente, ma hanno sviluppato quest’idea per il nuovo capo. La Smart Defense è soltanto l’integrazione di hard e soft power, nel senso che le guerre e la brutalità continueranno al fianco di progetti paralleli di sorveglianza, interferenza, propaganda, manipolazione e cyberpolitica. Tuttavia, per l’Unione Europea il problema è costituito dai fondi a disposizione e dalle prospettive di innovazione tecnologica. In ogni caso, ogni singolo Paese è interessato ad ottenere una preferenza e i membri della NATO che hanno una propria industria difensiva sono intenzionati soltanto a fare affari dalla vendita di sistemi d’arma, equipaggiamenti e così via. Il progetto promosso qualche tempo fa in materia militare dal Gruppo di Visegrád [formato nel 1991 da Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia, ndt] è un altro esempio dello scetticismo nei confronti della NATO.

Penso che il tentativo di espansione dell’Alleanza Atlantica continuerà perché è la sola possibilità di integrare altri Paesi europei e non-europei nel proprio campo e di stabilire una dipendenza politica e tecnologica sui nuovi membri. La Russia è molto sensibile a questa espansione e pronta ad avviare contromisure adeguate. Oltre alla propria riorganizzazione e modernizzazione militare, stiamo aumentando l’esportazione di armi e altri progetti approvati pian piano nel quadro della CSTO e della SCO. Credo che anche nel quadro del gruppo dei BRICS avverranno processi analoghi in relazione alla sicurezza regionale, anche perché tutto ciò è stato ufficialmente annunciato all’interno della concezione di partecipazione della Russia nell’organizzazione, sancita dal presidente Putin alcuni giorni fa.

 

 

Sergeij Shoigu è uno dei personaggi più apprezzati in Russia per via della sua longeva attività al Ministero per le Situazioni di Emergenza. Dopo lo scandalo legato alla società Oboronservice, è diventato il nuovo ministro della Difesa. Le sue prime visite sono state in Cina e in Kazakhstan, ed inoltre ha avuto un positivo incontro ufficiale con il Partito Comunista di Zjuganov nello scorso mese di dicembre. Questi possono essere considerati segnali di un cambiamento nell’approccio strategico del governo russo? 

I cambiamenti stanno già avvenendo. La nuova dottrina di politica estera della Russia richiama chiaramente l’idea del multipolarismo. Un grande problema è ancora rappresentato dalla lobby liberale presente nel governo, che lavora per gli interessi dell’oligarchia globale e prova ad introdurre orientamenti atlantisti nel Cremlino. Molti liberali già sono diventati conservatori, perché è per loro più “pratico” ora che tutti capiscono chi è il Signor Putin e che Medvedev era soltanto un “trucco” per gli interlocutori occidentali. Tuttavia, siamo ancora sotto l’attacco dell’egemonismo occidentale che opera nel nostro Paese attraverso i rappresentanti della quinta colonna e della borghesia nazionale (che tradizionalmente è la base per la rivolta contro il cesarismo, per dirla con Antonio Gramsci). La manipolazione dei media è compresa nel programma come strumento di destabilizzazione. I conflitti già descritti nelle repubbliche del Caucaso possono essere innescati da potenze esterne, inoltre. L’Unione Eurasiatica ovviamente è un duro colpo per gli Stati Uniti. I politici e gli strateghi nordamericani sono spaventati anche dalle relazioni sino-russe, che tuttavia si sono già sviluppate e consolidate. Dopo la visita di Xi Jinping a Mosca nuovi accordi sono già stati sottoscritti ed entrambe le parti hanno confermato gli sforzi comuni nel piano di stabilizzazione del mondo. L’incubo di Brzezinski e Kissinger è appena diventato realtà.

 

 
 

 

 

*Leonid Savin è direttore editoriale della rivista russa “Geopolitika” (www.geopolitica.ru), membro del Centro di Studi Conservatori presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Statale di Mosca, collaboratore del portale “Strategic Culture Foundation” (http://www.strategic-culture.org) e direttore amministrativo del Movimento Internazionale Eurasiatico.

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