Fonte: http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22972372/1989-il-falso-carnaio-di-timisoara-a-cura-di-g-p

Sono trascorsi poco più di vent’anni dalla fantomatica rivoluzione rumena che travolse il regime comunista di Nicolae Ceauşescu,  soltanto un  tassello tra gli altri in quel mosaico eterogeneo di governi bloccati e autoritari che avevano costituito il Patto di Varsavia e dato vita all’Impero del socialismo reale. Ma mentre nel resto dell’est Europa il cupio dissolvi sarà quasi indolore (ovviamente non dal punto di vista economico e sociale), in Romania occorreranno sanguinosi moti di piazza, vendette sommarie e omicidi mirati, tutti “teleguidati” da una regia interna piuttosto scaltra e ben appoggiata dall’estero, per rovesciare Ceausescu e il suo ferreo potere durato più di trent’anni.  Sul sito di geopolitica francese www.diploweb.it, in occasione del ventennale di quei fatti, è stato pubblicato un libro elettronico che contiene una serie di interventi molto interessanti per capire ciò che è realmente accaduto in quella nazione, nei tragici giorni della fine del 1989 e anche subito dopo, al di là di quanto raccontatoci dalla vulgata democraticistica e irriducibilmente antisovietica dei media occidentali e dei loro padroni politici

(http://www.diploweb.com/IMG/pdf/Roumanie_revolution_revisitee.pdf_.pdf).

In particolare, vorrei segnalare due testi tra tutti, quello del giornalista di Liberation Marc Semo e quello del Direttore dell‘Istituto per l’investigazione dei crimini di guerra del comunismo in Romania Marius Oprea. Del primo traduco qui il pezzo perché mi sembra chiarificatore della capacità che hanno i mezzi main stream di truccare le notizie e di seppellirle nella dimenticanza, anche quando quest’ultime diventano storia e vengono clamorosamente smentite da rilevazioni e rivelazioni successive. Difatti, non mi pare che i media europei ed americani abbiano mai riparato alle menzogne dette sulla carneficina di Timisoara. Di quei morti disseppelliti da un vecchio cimitero e adeguatamente “ricollocati” per dare credito alla fandonia del genocidio compiuto dagli uomini di Ceausescu non si è più sentito parlare sulla stampa o alla televisione. Eppure, la presunta strage di Timosoara fu evento centrale della rivoluzione rumena, quello che diede il là allo sdegno popolare e alla rivolta generale. Un accadimento che, come si apprenderà in seguito, era stato fabbricato all’abbisogna per fomentare lo sdegno popolare e legittimare un colpo di stato. Il secondo documento, invece, si focalizza sulle figure che prenderanno il posto del vecchio potere colpito a morte nei suoi vertici apicali ma non nella sua struttura materiale. Queste oscure personalità, rifattasi una repentina verginità, pur provenendo dalle stesse file della Securitate e del Partito comunista rumeno, si innalzeranno agli occhi del mondo a liberatori della patria dal giogo della tirannide. Ma, come dice Oprea: “…ce qui s’est passé, s’analyse comme une montée des deuxième et troisième strates de la hiérarchie vers les places laissées vacantes dans les structures de la bureaucratie du Parti et de l’État, à la faveur de la mise à l’écart des fidèles de Ceauşescu”.Erano tali gli pseudo riformatori che avrebbero dovuto traghettare la Romania verso la democrazia. Si trattava solo di traditori al soldo delle potenze occidentali. Speculare “coazione a ripetere” molto di moda anche ai nostri giorni, della “storia ” di questo confuso presente che dal passato recupera sempre il peggio.

La falsa carneficina di Timisoara: la storia di un derapage mediatico di Marc Semo

Gli eventi di Timişoara furono il colpo di avvio “della rivoluzione rumena„, la sua parte più eroica e la più sconvolgente quando le prime manifestazioni di solidarietà con il pastore László Tőkés, minacciato di deportazione dalla Securitate iniziarono a prendere ampiezza. Dal sabato, 16 dicembre 1989, iniziarono ad avvampare i primi slogan “abbasso Ceauşescu! „. Ma gli eventi di Timişoara sono anche diventati nell’ immaginario collettivo, in particolare in occidente, il simbolo di una manipolazione mediatica, degli errori ed esagerazioni dei giornali come delle televisioni con le informazioni false, o fabbricate, sulle 4.630 morti, cifra così enorme e stranamente precisa diffusa fin dal il 19 dicembre 1989 da Radio Free Europa e da alcune agenzie di stampa dell’Est, in particolare Ungheresi e Iugoslave. La deriva sulla carneficina raggiungerà il suo apice il 22 dicembre quando, dopo l’ arrivo delle prime televisioni straniere a Timişoara le immagini dei piani stretti su una quindicina di vecchi cadaveri del cimitero dei poveri della città – corpi legati con un filo di ferro attorno ai piedi, un bambino sul ventre di sua madre, ecc. – faranno il giro di mondo, accreditando inizialmente questa menzogna su un’immensa carneficina. Fui fra i primi giornalisti occidentali da entrare nella città e così sono stato testimone e vittima di questa esaltazione mediatica. Mio malgrado. Nell’articolo inviato a caldo a Liberation, raccontavo la triste festa di una città martirizzata e infine liberata ma sempre sotto choc e non evocai che en passant questi cadaveri del cimitero, convinto che ci fossero certamente molte vittime ma che non si trattava della carneficina che tutti cercavano. A Parigi, il mio direttore di redazione fidandosi delle immagini dei cadaveri che passavano nel circuito delle reti televisive aggiunse all’inizio del mio articolo, come se io sguazzassi in mezzo ai corpi, la descrizione di una immensa carneficina con i suoi circa 5.000 cadaveri. Ritornerò su questo derapage del mio giornale. Ma vorrei prima tentare di analizzare come questa menzogna o questa manipolazione hanno potuto prendere corpo e come tutti i grandi mass media abbiano potuto essere così esagerati. C’era stata la guerra nell’ ex Iugoslavia ed avevamo visto che occorrevano giorni, o delle settimane, per esumare altrettanti corpi e che tale carneficina, se fosse stata realmente scoperta, avrebbe traumatizzato tutta la città. Ma all’epoca pochi tra noi beneficiavano di tale esperienza di genocidi. Una delle ipotesi sulla falsa carneficina di Timişoara è quella di una manipolazione nel quadro di un complotto/colpo di Stato che, attraverso la rivoluzione, ha rovesciato dittatura dei coniugi Ceauşescu. La notizia, come detto precedentemente, è inizialmente arrivata dalle agenzie dei paesi dell’est, apertamente favorevoli alla nuova situazione, come Tanjug o l’ agenzia di stampa ungherese. L’ idea, per farla semplice, sarebbe stata quella di amplificare il numero di morti a Timişoara, che furono più di un centinaio (e più di un migliaio in tutta la Romania) – il bilancio più pesante negli eventi di 1989 ad Est – con lo scopo di indurre il resto della popolazione rumena a rivoltarsi contro il regime. Si può tuttavia immaginare che queste cifre che mostrano la ferocia della repressione avrebbero potuto avere un effetto esattamente inverso terrorizzando i Rumeni. La mia convinzione intima è che si trattato più che di una manipolazione deliberata di una cecità collettiva. Studiando le voci di guerra, il grande storico Marc Bloch, rilevava che queste corrispondevano in generale a quel che la gente, nell’angoscia, privata di informazione ufficiali affidabili, ha bisogno o voglia di credere, o ai loro timori più intimi. Si tratta di un tuffo nell’immaginario collettivo in un momento dato. A proposito della Romania in quell’autunno 1989, nessuno immaginava, in particolare in occidente, che il regime di quello che era chiamato il Dracula del Carpazi avrebbe potuto essere rovesciato in modo non doloroso come i propri omologhi a Praga o a Berlino. Tutti immaginavano un bagno di sangue e ciò anche perché le voci più folli iniziarono a rincorrersi favorite dalla chiusura della repressione. Che riguarda la realtà di un regime oppressivo, totalitario, che terrorizza e che umilia la sua popolazione ma, nei fatti, poco sanguinario perché intrinsecamente lasco. Gli oppositori venivano picchiati, deportati in villaggi sperduti, arrestati ma di rado assassinati. Già da uno o due anni tutti evocavano a Bucarest come nella diaspora rumena il nome del probabile successore di Ceauşescu, Ion Iliescu che si diceva vecchio condiscepolo di Gorbatchev in occasione dei suoi studi in URSS e lo stesso Iliescu benché reso marginale non era stato realmente infastidito. Un comunista come Silviu Brucan, altra anima del colpo di Stato, che si era eretto pubblicamente contro la dittatura di Ceauşescu era stato allontanato da tutte le sue funzioni ed era stato cacciato del suo domicilio ma non “liquidato„ e nemmeno arrestato. L’uno come l’ altro erano sotto la protezione di Mosca ed il regime si piegava. Sono esempi fra tanti altri. Ma il fantasma era là, diffuso dalle prove e dai frammenti d’informazione sulla diaspora. E ciò corrispondeva anche a quello che immaginavano i Rumeni stessi per giustificare ai loro occhi il loro terrore e la passività. Questo contesto è, credo, la vera ragione dell’esaltazione intorno alla carneficina. Certamente, non avevo tutto coì preciso in testa ma, aspettando come tanti altri giornalisti al posto di frontiera tra Jugoslavia e Romania, restavo prudente sulle voci più folli che correvano sul bagno di sangue. I miei genitori sono rumeni, ho dei parenti lì e sapevo un po’ cosa succedeva concretamente. Annotavo tuttavia le prove travolgenti sulla repressione che portavano le rare persone che arrivano da Timişoara, in particolare fuoriusciti iugoslavi. Ci raccontavano delle storie terribili; elicotteri dell’esercito o della Securitate mitragliare la folla, massacri nelle strade, di una città in rovina. Il 22 dicembre a mezzogiorno, poco dopo la fuga dei coniugi Ceauşescu da Bucarest in elicottero, le guardie di frontiera rumene decisero lasciarci passare. Con il mio collega di Le Monde, Patrice Claude, fummo fra i primi a precipitarci a tavoletta per arrivare alla città e per poter inviare un primo articolo la sera stessa. I villaggi, sui circa settanta chilometri che separano Timişoara della frontiera, erano intatti e quasi deserti. Appena uno o due check-point di contadini bonaccioni che celebravano con la ţuica la fine dell’incubo. I sobborghi della città ed il suo centro erano quasi intatti, anche se i frammenti nelle vie e i colpi sulle facciate testimoniavano degli scontri degli ultimi giorni. Con nostra sorpresa, non ci troviamo in una città in rovine e mi dico soltanto che le testimonianze erano forse esagerate. La gente nelle strade ci ferma vedendo la targa iugoslava della nostra automobile a noleggio. Ci accompagnano all’opera, il quartiere generale dell’insurrezione. Siamo i primi giornalisti occidentali ad arrivare là. Ci portano verso il balcone. Improvviso alcune parole in un miscuglio di italiano, di Rumeno e di francese. Quindi inizio a raccogliere prove e storie per alimentare il mio articolo. Provo ad avere alcuni elementi sul bilancio delle morti. La risposta era sempre la stessa: “Molti, molti… è stato terribile„. Ma mai un dato preciso. Un giovane ingegnere che parla il francese mi dice dei morti del cimitero dei poveri quindi mi conduce lì. Come tutti, ero convinto che ci fosse certamente da qualche parte un grande carnaio ma non era quello. Rientrai in hotel per scrivere il mio articolo e grazie ad alcuni pacchetti di Kent, ottengo rapidamente una linea per dettarlo. Come ho detto all’inizio, racconto la gioia mescolata a tristezza in una città traumatizzata che ha pagato molto cara la sua liberazione e che piange i suoi morti. Quindi, con la coscienza del dovere compiuto, vado a mangiare e mi preparo a ripartire per cercare nuove informazion
i. È allora che riprendono gli spari. Nessuno sa chi spara su chi. I carri armati attraversano la città. Soldati occupano la centrale telefonica. Timişoara è nuovamente tagliata fuori dal mondo. Nello stesso momento a Parigi – me lo hanno raccontato in seguito – passano sugli schermi le immagini dei morti del vecchio cimitero di cui parlavo e questa cifra terrificante di circa 5.000 vittime. Si parla della scoperta di un immenso carnaio. Il primo riflesso di Dominique Pouchin, all’epoca numero due del giornale, è di tentare di contattarmi ma le linee con Timişoara sono isolate. Dominique Pouchin decide dunque di sua iniziativa di modificare l’inizio dell’ articolo. Lui stesso, come i suoi colleghi in Libano durante la guerra ci aveva messo quasi due giorni prima di sapere del massacro di Sabra e Chatila, nonostante fosse proprio lì vicino. Le Monde, la stessa sera ebbe il medesimo problema con l’articolo del suo inviato speciale. Nell’edizione che farà uscire la mattina dopo, Le Monde tuttavia passerà il suo articolo tale e quale, con ciò che nel gergo giornalistico si chiama “un cappello„ che riprendeva i dispacci delle agenzie, AFP e Reuters che parlavano del carnaio. Nulla avrebbe impedito di fare la stessa cosa o di mettere queste informazioni nel mio pezzo, ma citando la fonte, vale a dire le agenzie, e non facendo passare la cosa come se io l’avessi vista con i miei occhi. Quando, alcuni giorni più tardi, a Bucarest, dei colleghi mi hanno mostrato il giornale con “la prima pagina„ sul carnaio e il mio articolo rifatto fui stupefatto come turbato e indignato. Pensai di dimettermi immediatamente. Concludendo, mi sono detto che la migliore delle cose da fare era di dire a più gente possibile, colleghi, intellettuali rumeni, ecc. quanto era passato. Il buzz funzionò. L’ affare “del falso carnaio di Timişoara„ diventò effettivamente il simbolo delle derive mediatiche ma anche del come le approssimazioni di un redattore capo può snaturare il lavoro di un inviato sul campo. Alcune settimane più tardi, il nostro direttore Serge July decise di ritornare sull’affare che infangava tutta la stampa in generale e Liberation in particolare inviandomi nuovamente con Sorj Chalandon a Timişoara per raccontare in un servizio di otto pagine quanto era realmente accaduto durante la rivoluzione in questa città. Pubblicata il 4 aprile 1990, questa ricostruzione meticolosa e precisa degli eventi tragici di dicembre a Timişoara fu, credo,  una delle prime grandi indagini sull’argomento. Abbiamo raccontato in dettaglio come le manifestazioni dell’inizio si erano amplificate. Abbiamo interrogato numerosi protagonisti, operai rimasti semplici operai come Sorin Oprea o altri come il giovane proletario arrabbiato Corneliu Vaida, diventato poco dopo uno dei portavoce del nuovo potere nella città. Abbiamo parliamo di soldati come il capitano Vorian Oancea che fu il primo ufficiale a raggiungere la sommossa ma anche dei medici dell’obitorio testimoni della sottrazione dei primi cadaveri delle vittime della repressione. E a lato di questo reportage, Dominique Pouchin spiegava perché e come il giornale era stato fuorviato. Come conclusione, vorrei soprattutto sottolineare che la lezione di questa affaire va ben oltre ciò. Si è visto più tardi con la prima guerra del Golfo. A partire da questi due momenti, la sfiducia riguardo ai mass media si trascina. Sono le televisioni ad essere prese di mira in primo luogo. Non senza ragione: l’informazione continua, i palcoscenici e le dirette alimentano un flusso permanente di news che è difficile verificare. Di rado, il giornalista che fa il suo palco sul campo oserà rispondere “io non so„ o “verificheremo„ quando Parigi, Londra o New York gli leggeranno un flash d’ agenzia su un nuovo bilancio o un nuovo episodio del conflitto che sta coprendo. E’ così che nascono le bolle d’informazione, esattamente come bolle speculative, ma che scoppiano in generale molto più rapidamente. “Il falso carnaio di Timişoara„ fu uno dei primi del genere e uno dei più spettacolari. Ciò spiega perché questo derapage si è ancorato tanto nella memoria collettiva.

Vedi anche:

Itervista-con-il-generale-stanculescu-organizzatore-del-colpo-di-stato-contro-ceausescu

http://www.eurasia-rivista.org/2743/intervista-con-il-generale-stanculescu-organizzatore-del-colpo-di-stato-contro-ceausescu

Come e perché cadde Ceausescu

http://www.eurasia-rivista.org/2478/come-e-perche-cadde-ceausescu

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