Nel centenario della nascita e nel trentennale della scomparsa di Jean Thiriart, si susseguono le iniziative volte ad approfondire il pensiero dell’importante pensatore europeo. Alla pubblicazione di un accurato studio di Lorenzo Disogra (L’Europa come rivoluzione. Pensiero e azione di Jean Thiriart, Edizioni all’insegna del Veltro), valida occasione per approfondire la figura di Thiriart, è stato dedicato l’incontro organizzato il 24 gennaio 2022 dal “Corriere Nazionale” e moderato da Matteo Impagnatiello. Vi hanno partecipato, oltre all’autore del libro, il direttore della rivista di studi geopolitici “Eurasia” nonché allievo di Thiriart, Claudio Mutti, e Luca Tadolini, dell’associazione “Centro Studi Italia”. Come vedremo dai vari interventi che si sono susseguiti, il pensiero di Thiriart risulta ancora oggi di estrema attualità, nell’ottica di un’auspicabile unificazione europea in un soggetto politico sovrano e indipendente, finalmente svincolato dalla soffocante morsa della superpotenza talassocratica americana.

Nel suo intervento introduttivo il professor Mutti ha sottolineato che l’attuale periodo vede una significativa rinascita di interesse nei confronti dell’opera e del pensiero di Thiriart, come dimostrato dall’uscita di almeno una decina di lavori a lui dedicati, tra i quali spicca, oltre naturalmente allo studio di Disogra – preceduto da una prefazione di Franco Cardini e da una postfazione dello stesso Mutti, entrambi ex militanti del movimento di Thiriart –, la biografia compilata da Yannick Sauveur (Jean Thiriart, il geopolitico militante, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2021). Nel corso di questo articolo citeremo altre opere necessarie per l’approfondimento dell’opera di Thiriart, riscoperta grazie soprattutto alle Edizioni all’insegna del Veltro, che nel corso degli anni hanno pubblicato decine di suoi articoli sulla rivista di studi geopolitici “Eurasia”.

Volendo tracciare una sintesi del pensiero di Thiriart, si potrebbe pensare a torto di trovarsi di fronte a un itinerario politico contraddittorio, ma che invece, come vedremo, ha sempre mantenuto una coerenza di fondo, sino alla fine: infatti, l’idea della costruzione di un soggetto politico europeo unitario e sovrano da Brest a Bucarest prima e da Vladivostok a Dublino poi, non è mai venuta meno in tutta la speculazione thiriartiana. Un ideale senza dubbio mutuato dalla teoria schmittiana del Großraum, che costituisce un compito storico ineludibile per l’Europa. Siamo a metà anni ’60, e parlare della necessità di “una grande patria europea unitaria, potente e comunitaria”, in un continente schiacciato dalla rivalità tra Nato e Patto di Varsavia costituisce già di per sé un proposito rivoluzionario.

Questo abbozzo di una prospettiva eurasiatica giunge a completa maturazione nel corso degli anni, in un’ottica non più di contrapposizione ma di unificazione con l’Unione Sovietica. Tale percorso culmina infine con un evento simbolicamente rilevante: il viaggio di Thiriart a Mosca, compiuto nel 1992, all’indomani della dissoluzione dell’URSS, e poco prima della scomparsa del geopolitico belga. L’impero europeo teorizzato negli anni ’60 diventa ora un impero eurasiatico, da contrapporre alla talassocrazia americana: la Russia è la principale potenza geopolitica del blocco eurasiatico (lo “Heartland”) e, come tale, componente imprescindibile di un unico Stato indipendente e sovrano. Alla Russia dunque Thiriart assegna, in rapporto all’Europa, un ruolo unificatore analogo a quello svolto dal Piemonte nel caso italiano o dalla Prussia in quello tedesco.

Thiriart può quindi a ragione essere considerato per i popoli europei quello che Isocrate rappresentò per i Greci. Come quest’ultimo vide nel regno macedone il nucleo dell’unità ellenica, così il pensatore belga auspica una riunificazione dei popoli europei in un più ampio soggetto unitario e geopoliticamente rilevante. Per ottenere ciò, tuttavia, la Russia avrebbe dovuto liberarsi del fardello della sovrastruttura ideologica marxista ed avrebbe dovuto abbandonare ogni controproducente pretesa di “russificare” l’Europa.

Va da sé che quella di oggi non è certo l’Europa caldeggiata da Thiriart. È un’Europa in balia dell’aggressiva politica espansionista della NATO, che minaccia la Russia, unico Stato rimasto indipendente e sovrano, fin quasi ai suoi confini, e che è “arlecchinescamente” divisa in ben ventisette stati pressoché privi di sovranità. Priva di sovranità militare, visto che l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea ha recentemente ribadito la complementarità delle forze di difesa europee con l’Alleanza Atlantica. Priva di sovranità monetaria, considerato che la “moneta comune” europea non viene emessa da uno Stato europeo, ma da un’istituzione finanziaria. Tutto quello che abbiamo, insomma, si riduce a un’entità burocratica che viene percepita, nella migliore delle ipotesi come estranea ed ostile, quando non apertamente nemica degli interessi dei popoli europei.

L’intervento centrale di questo interessante incontro è stato quello dell’autore del volume dedicato a Thiriart, ossia Lorenzo Disogra, giovane e preparato politologo che per questo volume ha ampliato ed approfondito la sua tesi di laurea. Inizialmente il suo intervento si è incentrato sull’attualità di Thiriart: perché studiarlo oggi? Le motivazioni sono di carattere eminentemente geopolitico: la situazione di oggi è infatti la stessa di quando il pensatore belga esponeva le sue teorie, in quanto ci si trova di fronte a un’Europa che costituisce un soggetto politico del tutto irrilevante sulla scena internazionale, frammentata com’è in una miriade interessi particolaristici.

Inoltre, il carattere prettamente politico, realista e pragmatico – alla Machiavelli o alla Schmitt per intenderci – rende il pensiero di Thiriart difficilmente inquadrabile entro rigidi confini di tipo ideologico. A dispetto di un’apparente incoerenza che gli è stata erroneamente attribuita (il passaggio dalla militanza a sinistra alla collaborazione col Terzo Reich negli anni giovanili, il sostegno a gruppi filocolonialisti come l’OAS, e infine il controverso appoggio all’Europa di Maastricht nel 1992) si può invece riscontrare una coerenza di fondo che ha caratterizzato tutta la sua vita e le sue opere: l’ideale di un’Europa unitaria e sovrana come attore geopolitico finalmente autonomo. La realizzazione di questo ideale è sempre stata alla base del pragmatismo politico thiriartiano. Possiamo perciò definirlo come un autentico europeista radicale, sempre impegnato nella realizzazione del progetto di un’Europa nazione di stampo giacobino (notevole su di lui risulta l’influenza della rivoluzione francese per quanto riguarda un modello statale centralizzato e unitario).

Come si accennava in precedenza, gli anni giovanili per Thiriart, proveniente da una famiglia liberale e progressista, segnano il passaggio dalla militanza nella sinistra belga alla collaborazione, cosa che gli costò il carcere e lo allontanò dalla vita politica per circa un quindicennio. Negli anni ’60, la proclamazione dell’indipendenza del Congo – in un periodo storico segnato dal progressivo affrancamento degli stati africani dal colonialismo europeo – fa scoccare nuovamente quella scintilla che riavvicina Thiriart alla politica. Non lo si confonda tuttavia con un nostalgico del colonialismo, ma come un fervente sostenitore degli interessi europei che più che mai in quel frangente storico erano rimessi in discussione.

Nel 1961 viene quindi fondata Jeune Europe, primo movimento europeista transnazionale radicato a livello europeo. Nel 1963 viene data alle stampe l’opera-cardine di Thiriart, ossia L’Europa, un impero da 400 milioni di uomini (recentemente ripubblicata da Avatar éditions, Dublino 2011). In esso per la prima volta si fa strada l’idea di un’unità sovranazionale europea, da Brest a Bucarest, in un unico stato nazione autocratico e verticistico (non certamente democratico parlamentare). L’Europa unita diventerebbe così la terza potenza geopolitica mondiale, attore indipendente e sovrano alternativo a Mosca e a Washington.

A metà anni ’60 Jeune Europe si avvicina progressivamente a posizioni più dichiaratamente filosovietiche. L’Europa dovrebbe quindi unirsi alla Russia, nell’interesse reciproco, per la cacciata del comune nemico, ossia gli Stati Uniti d’America. Sempre in quegli anni ritroviamo l’esplicito appoggio alla resistenza vietnamita, l’apprezzamento per la lotta di Fidel Castro e Che Guevara a Cuba, e la solidarietà alla resistenza palestinese. Thiriart cercherà anche l’appoggio di Nasser, nel tentativo di realizzare una lotta globale quadricontinentale (Europa e Russia, Asia, Africa, America Latina) contro l’Occidente. Le “Brigate europee” tuttavia non si concretizzeranno mai e il 1969 segna la fine dell’esperienza militante di Jeune Europe. Tale esperienza avrà un seguito proprio nel nostro paese, dove alcuni tra i più validi allievi di Thiriart daranno vita ad alcune significative esperienze politico-militanti, tra le quali vale la pena di citare l’Organizzazione Lotta di Popolo –giornalisticamente identificata come nazi-maoista –, alla quale è dedicato l’importante studio di Alfredo Villano Da Evola a Mao, Luni editrice, Milano 2017.

Dopo un ulteriore periodo di lontananza dalla scena politica, il ritorno negli anni ’80 con una serie di scritti – si veda in particolare il libro L’impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2018) – coincide con una più matura elaborazione del teorico belga: si rafforza il concetto di integrazione continentale eurasiatica in un “Impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino”: Unione Sovietica ed Europa sono indispensabili l’una all’altra per realizzare la “soglia” territoriale e demografica da contrapporre alla potenza atlantica egemone. In tale visione si ha un definitivo superamento della critica thiriartiana al comunismo, al quale viene riconosciuto un indiscutibile merito: quello del dominio del politico sull’economico, indispensabile per una tutela della sovranità. L’approccio thiriartiano al comunismo meriterebbe un approfondimento più esteso, per il quale rimandiamo agli studi citati nel presente articolo; basti in questa sede sottolineare come egli si facesse interprete di un comunismo “demarxistizzato”, in favore di un comunismo “hobbesiano” (su tale tematica, cfr. tra gli altri AA. VV., Europa Nazione, AGA Editrice, Milano 2021).

Nel 1992, come abbiamo anticipato, l’ultimo significativo atto dell’esistenza di Thiriart è costituito dal viaggio a Mosca, in una Russia devastata dalla fine dell’esperienza sovietica e dalle sciagurate “riforme” di El’cin. Proprio sull’ultimo anno di vita di Thiriart, in particolare sulle controverse sue posizioni assunte in merito all’Europa di Maastricht si è focalizzato l’intervento di Luca Tadolini, il quale, citando ampi ed illuminanti stralci di un dibattito radiofonico, ha avuto il merito di ribadire che anche in questo caso si deve riconoscere al “geopolitico militante” una coerenza di fondo.

Nel suo ultimo intervento pubblico, Thiriart si dichiara infatti favorevole all’adesione della Francia all’Europa di Maastricht – siamo nell’imminenza del referendum – in quanto la Francia, da sola, non può nulla contro lo strapotere atlantico: un’entità statuale al di sotto dei 250 milioni di abitanti non può pensare minimamente di costituire un soggetto politico sufficientemente forte da poter contare qualcosa. Certo, si tratta di un’Europa delle banche, dei burocrati, asservita agli Stati Uniti e al suo braccio militare, la NATO; tuttavia pragmaticamente occorre riconoscere che l’Europa è già in mano agli Stati Uniti fin dal 1945. Bisogna quindi uscire dalla logica di Jalta, bisogna fare l’Europa a tutti i costi, “bisogna partire anche con dei molluschi”, per citare una pittoresca espressione di Thiriart.

Ancora una volta, coerentemente con quanto sempre sostenuto, egli ribadisce con forza la necessità di un’unificazione continentale a guida russa, che non commetta gli stessi errori fatali dell’Europa a guida tedesca o, andando più indietro nel tempo, dell’Europa napoleonica a guida francese, quando gli interessi particolari delle singole potenze prevalsero su una visione comune distruggendo così il sogno di “una più grande Europa”: l’Europa ha bisogno della Russia tanto quanto la Russia ha bisogno dell’Europa, e questo va sempre tenuto ben presente.

Non si tratta quindi, creando l’Europa unita, di subire un imperialismo, ma di costruire un impero. Un’Europa, come abbiamo visto, non democratica e parlamentare, ma giacobina, centralizzata e unitaria. Necessariamente, dovrà realizzarsi un passaggio dalla forma repubblicana a quella imperiale, il cui unico precedente storico può essere rintracciato nell’impero romano, nemico mortale di quella potenza antesignana dell’imperialismo statunitense che fu Cartagine.

Nell’89/90, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, non abbiamo fortunatamente assistito alla “fine della storia” che era stata preconizzata; tuttavia l’allargamento dell’Alleanza Atlantica ad Est costituisce una minaccia che non favorisce affatto un buon viatico per una proficua conciliazione dei comuni interessi russo-europei, come l’attuale crisi ucraina purtroppo dimostra. In conclusione, nell’ottica di un’auspicabile realizzazione di un mondo multipolare in cui non sia più la superpotenza atlantica a farla da padrone, il pensiero di Jean Thiriart resta di un’attualità sconcertante, grazie anche alla meritoria opera di ripubblicazione dei suoi scritti ed alla riscoperta del suo pensiero.


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