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MONDO MEDIATICO O MONDO REALE

Oggi, il quotidiano locale “La Voz del Interior” ha riprodotto il servizio ufficiale dell’agenzia di stampa EFE, preparato per i mass media “occidentali e cristiani”, il quale fa riferimento al settimo anniversario dell’invasione e della distruzione dell’Iraq da parte della “coalizione” capeggiata dagli Stati Uniti, con un titolo fin troppo eloquente: “L’ìndifferenza dopo sette anni di guerra in Iraq”.

“Il nuovo anniversario ha suscitato poco interesse nel mondo”

E sotto questo titolo si sventaglia tutta una serie di dati a uso e consumo del lettore, come se si trattasse di un asettico bilancio realizzato da un contabile che chiude il bilancio annuale di una ditta commerciale, in esso si legge: “Dopo sette anni dall’invasione dell’Iraq, con una spesa che supera i 713 mila milioni di dollari, quasi 4.000 soldati morti e decine di migliaia di feriti …”, gli Stati Uniti si avviano verso l’uscita (EFE).

Quasi 4.400 invasori morti e nemmeno un rigo sui 104.000 civili iracheni assassinati dalle forze invasore.

“Secondo il Pentagono, fino a questa settimana sono morti in Iraq 4.338 soldati e altri 31.700 hanno sofferto ferite, un conflitto che è andato oltre gli interventi americani della Prima e della Seconda Guerra mondiale messi insieme (EFE). Nemmeno un rigo del quasi milione di feriti iracheni, i quali sono considerati “danni collaterali”, nemmeno un solo commento sul dolore e la sofferenza di un popolo che non solo è stato invaso e reso vassallo, ma anche costretto a restare privo di infrastruttura ospedaliera e medici per coprire la domanda.

Certo, EFE si preoccupa dello stato psicologico dei soldati invasori quando nell’articolo afferma: “… assicurano che ci sono più di 60 mila uomini e donne che soffrono disturbi postraumatici, e altre decine di migliaia soffrono problemi che vanno dai conflitti familiari fino a quelli per il reinserimento negli studi o nei rispettivi lavori …” (EFE). Ma neanche un solo rigo sulle migliaia di uomini, donne e bambini colpiti dall’utilizzo di armi all’uranio impoverito. Sono state lanciate tante munizioni all’uranio impoverito che “il futuro genetico della maggioranza della popolazione irachena si può dare per distrutto”. Le due guerre del Golfo sono state guerre nucleari, perché è stato cosparso materiale radioattivo su tutta la terra e le persone – in particolare i bambini – sono condannati a morire basicamente di neoplasie e malattie congenite in eterno”. Per via della lunghissima vita media dell’Uranio-238, uno degli elementi radioattivi presenti nei proiettili lanciati, “i cibi, l’aria e l’acqua sono inquinati per sempre”, ha spiegato la dottoressa Helen Caldicott.

Neppure è stato speso un rigo sull’impiego dei mercenari che sono fuori da ogni controllo dello “stato iracheno” e dalle leggi internazionali, i quali saccheggiano città e villaggi iracheni e sono autorizzati a fermare e “interrogare”, per meglio dire, “torturare” le persone sospette che resistono all’invasore e neppure un rigo su: Guantánamo, la prigione dove sono stati spediti e si mandano centinaia di iracheni. Nemmeno si parla sui crimini culturali commessi contro il popolo iracheno, cancellando la loro storia mediante il saccheggio dei loro principali musei archeologici come quello di Bagdad, annientando per sempre migliaia di anni di cultura mesopotamica.

Il bollettino di EFE ricorda solo il falso argomento delle armi di distruzione di massa per invadere l’Iraq: “… Com’è iniziata? La guerra in Iraq è iniziata anche tra proteste massive, cominciò con la giustificazione che il regime di Saddam Hussein possedeva armi chimiche, biologiche o radioattive che mettevano al repentaglio tutta la regione. Le cosiddette “armi di distruzione di massa”. La campagna fu veloce. In soli 23 giorni l’avanguardia della fanteria della marina era arrivata a Bagdad. Le squadre di esperti militari, che per svariati mesi ispezionarono l’Iraq, non trovarono i presunti arsenali proscritti … (EFE) e che: “… Per entrambe le campagne, gli Stati Uniti hanno mobilitato quasi tre milioni di soldati e centinaia di migliaia di appaltatori privati”.

E la cosa più terribile che ci ricorda questo articolo è il “costo” in termini economici per gli USA, piuttosto che in vite umane: “Sette anni dopo l‘invasione dell’Iraq, con una spesa di oltre 713 mila milioni di dollari, quasi 4.000 soldati morti e decina di migliaia di feriti …”, 713 mila milioni che non hanno apportato nulla al popolo iracheno, soldi che sono stati preventivati per la ricostruzione dei danni provocati dall’invasione, dopo sette anni dalla stessa l’Iraq continua a non avere infrastrutture, strade, scuole, ospedali, ecc. Ma una cosa è certa, le aziende sono state le uniche a beneficiarsi dai multimilionari contratti per la ricostruzione, i quali sono stati incassati e la cui lista è capeggiata dall’azienda dell’ex vicepresidente di Bush: Dick Cheney.

Ma non è stato nemmeno speso un solo rigo a chi sarebbe andato lo sfruttamento e il trasporto del petrolio e del gas iracheno, unico e reale motivo del conflitto con conseguente eliminazione di Saddam Hussein che da alleato era diventato un importuno e insignificante dittatore che impediva gli affari alle grandi corporazioni petroliere e del gas di provenienza americana.

Attualmente, l’Iraq, dopo sette anni d’invasione, è un paese raso al suolo nel quale le fazioni sciite e sunnite si affrontano quotidianamente e l’insorgenza contro l’invasore diventa sempre più complicata e difficile da eliminare, per questa ragione gli USA e i loro scarsi alleati stanno cercando di ritirarsi in forma graduale (le loro perdite si sono ridotte solo perché non si eseguono operazioni di combattimento nelle città e nella campagna, il che non significa che ci sia una maggiore sicurezza per gli iracheni).

Oggi, i mezzi che hanno propagandato la guerra, trasmettendo le false accuse contro il regime di Saddam Hussein (come parte di un immane affare) e non solo da parte dell’agenzia (EFE), cercano, con il silenzio, deviare l’attenzione degli americani preoccupati con questo tipo di informazioni (prescindendo la parte umana dell’invasione), affermando che è un conflitto che non forma più parte dell’attenzione pubblica del paese.

“In tempi di menzogna, dichiarare la verità diventa un atto rivoluzionario”

(trad. di V. Paglione)

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