Con una mossa inaspettata, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha annunciato la settimana scorsa il licenziamento del suo ministro degli esteri. Manouchehr Mottaki, un diplomatico di esperienza, guidava la diplomazia di Tehran dal 2005, cioè fin dall’inizio della presidenza Ahmadinejad. Il ministro degli esteri ha ricevuto la notizia mentre si trovava in Senegal, dove poche ore prime aveva recapitato un messaggio del presidente.

Sicuro elemento di interesse è la tempistica del licenziamento di Mottaki, che è giunto tra due sessioni dei negoziati che coinvolgono Iran e potenze occidentali. La settimana scorsa gli inviati di Tehran e quelli dei P5+1 – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania – si sono incontrati a Ginevra per discutere del programma nucleare iraniano, accordandosi per un nuovo appuntamento a Istanbul nel prossimo gennaio.

Come sostituto ad interim di Mottaki il presidente ha incaricato Ali Akbar Salehi, un uomo che è stato sempre associato agli sforzi nucleari della Repubblica islamica, avendo a lungo rappresentato Tehran presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica di Vienna. Attualmente Salehi presiede l’Organizzazione iraniana per l’energia atomica ed è uno dei vice presidenti di Ahmadinejad. La scelta, se verrà confermata, sembra indicare una volontà di rendere il dossier nucleare ancor più centrale per la politica estera del paese, ma non solo.

Salehi sembra rappresentare un’immagine più vittoriosa rispetto al ministro uscente. Non solo Mottaki è facilmente associato alle sanzioni, o meglio alla sua incapacità di evitarle, ma anche ad una serie di sconfitte che poco hanno a che vedere con la disputa atomica. In questo senso, il maggiore insuccesso Mottaki l’ha incassato con il progetto del cosiddetto gasdotto della pace (IPI) che dovrebbe portare i preziosi idrocarburi iraniani in Pakistan e India.

Mottaki, educato proprio in India, si era fatto promotore di una politica estera orientata verso Est anche per evitare lo strangolamento economico ingaggiato dall’occidente. Il gasdotto Iran-Pakistan-India, sembra ormai un miraggio giacché Islamabad appare più interessata ad una proposta alternativa (il gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan) mentre Nuova Delhi si è ritirata dalle trattative nel 2008. Le motivazioni addotte riguardano l’incertezza sull’affidabilità dei rifornimenti e sui prezzi del gas, ma pare che un peso decisivo l’abbiano avuto le pressioni statunitensi. Con la firma dell’accordo per la cooperazione nucleare civile, l’India ha dovuto concedere a Washington una maggiore fermezza verso l’Iran e dunque anche la rinuncia al gasdotto della pace.

Come spiega Mohammad Reza Heidari, ex diplomatico iraniano, a Mottaki é stata imputata inoltre l’incapacità di impedire il passaggio di una risoluzione dell’Onu che condanna le violazioni dei diritti umani nel paese. È stato anche biasimato perché l’Iran non ha ricevuto un seggio al Comitato per i diritti della donna delle Nazioni Unite e non è stato selezionato dall’UNESCO per ospitare una conferenza sulla filosofia. Infine, nel losco affaire relativo alle spedizioni di armi iraniane in Nigeria, Mottaki è intervenuto per limitare i danni, ma senza successo.

Tutte queste sconfitte, più o meno piccole, sono in netta contrapposizione con l’immagine di successo proposta da Salehi. Solo una decina di giorni fa, alla vigilia dell’apertura dei negoziati nucleari, ha annunciato trionfalmente che Tehran è ora in grado di produrre yellowcake, il materiale “precursore” dell’uranio. Avere questa capacità equivale a non dover dipendere dall’esterno neppure per le primissime fasi del ciclo del combustibile nucleare e dunque fare un importante passo avanti verso quell’indipendenza che sta tanto a cuore alla Repubblica islamica.

La scelta di Salehi, inoltre, è stata interpretata da alcuni come un tentativo di fornire agli Stati Uniti un interlocutore più affine. Dopo aver studiato all’Università americana di Beirut, Salehi ha fatto un dottorato al MIT, in Massachusetts, cosa che se non altro lo rende estremamente apprezzabile da un pubblico occidentale. Oltretutto, vista la sua esperienza sul dossier nucleare e il personale  appoggio da parte del presidente Ahmadinejad, Salehi sarà con ogni probabilità capace di trattare con maggiore autorevolezza e cognizione di causa rispetto a Mottaki.

Sia il segretario di stato statunitense, Hillary Clinton, che il ministro degli esteri tedesco, Guido Westerwelle, hanno affermato che niente cambierà nelle trattative con l’Iran, dato che queste non dipendono dai singoli ufficiali coinvolti. Peraltro, il ministro degli esteri non ha un ruolo determinante nel dossier nucleare, ma si ritiene piuttosto che sia il Consiglio superiore per la sicurezza nazionale l’organo incaricato di questo complesso tema. Il portavoce del ministero degli affari esteri, Ramin Mehmanparast, ha infatti affermato che “le maggiori politiche iraniane sulla scena internazionale sono adottate a livelli più alti” e il compito del ministero è di eseguirle.

La decisione del presidente con ogni probabilità ha anche a che fare con i sommovimenti interni all’establishment della Repubblica islamica. Nel 2005 Mottaki era il responsabile della campagna elettorale di Ali Larijani, uno dei competitori poi sconfitti da Ahmadinejad. Come Larijani, che attualmente è speaker del Parlamento, Mottaki rappresenta un ramo del conservatorismo più moderato. Dato che cinque anni fa la priorità per l’intero campo conservatore era sconfiggere i riformisti, nel governo Ahmadinejad erano confluite varie correnti, motivo per cui Mottaki aveva ottenuto il ministero degli esteri pur non appartenendo alla cerchia stretta del presidente.

Gli ultimi anni tuttavia hanno visto una maggiore polarizzazione del discorso politico in Iran e la fazione afferente ad Ahmadinejad, i cosiddetti neoconservatori o principalisti, hanno guadagnato posizioni.

A fine estate, inoltre, si era già manifestata la frattura tra presidente e ministro degli esteri che è sfociata nel licenziamento di quest’ultimo. Ahmadinejad, in un tentativo di asserire il suo controllo sulla diplomazia iraniana, aveva proposto di nominare personalmente degli inviati speciali per aree come il Medio Oriente, l’Afghanistan e il Mar Caspio. Mottaki aveva trovato dalla sua parte sia il Parlamento che la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei e Ahmadinejad era stato messo in guardia da deleterie duplicazioni dell’attività diplomatica.

Grazie all’appoggio di Khamenei, il confronto era stato vinto in ultimo dal ministro degli esteri, avendo ottenuto che gli inviati diventassero semplici consiglieri. Questa volta tuttavia sembra che la Guida suprema, che rappresenta la massima autorità nel bizantino quadro istituzionale della Repubblica islamica, non abbia difeso Mottaki. Infatti risulta difficile credere che Ahmadinejad avrebbe potuto licenziare Mottaki senza l’avvallo di Khamenei, ma quest’ultimo non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione. Bisogna anche ricordare che tradizionalmente il ministero degli esteri è stato sempre assegnato a figure vicine alla Guida suprema.

È ancora da chiarire, poi, come si comporterà il Parlamento, che dovrà esprimere un voto di fiducia per confermare il nuovo ministro degli esteri. Il punto interrogativo resta, anche perché il Parlamento è la roccaforte di quei conservatori moderati di cui fa parte lo stesso Mottaki.

I risvolti di questa vicenda sono ancora piuttosto oscuri e sarebbe utile aspettare le dichiarazioni delle parti coinvolte che dovrebbero arrivare nelle prossime ore. L’accresciuta importanza del dossier nucleare è certamente un elemento importante della querelle, così come la volontà di presentarsi ai prossimi negoziati con una marcia in più. Quali nuove alchimie usciranno da questa inaspettata crisi è un mistero ancora tutto da definire.

* Roberta Mulas è Dottoressa in Relazioni Internazionali (Università di Bologna)

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