Aynak e Haji Gak sono due miniere: Aynak è la seconda miniera di rame più grande del mondo, mentre Haji Gak è una miniera di ferro. Entrambe si trovano nei dintorni di Kabul e sono state acquistate dalla China Metallurgical Group Corporation. Il gruppo metallurgico statale cinese vi avrebbe investito 3,5 miliardi di dollari US per farle entrare in regime di produzione nel 2011. Gli impianti estrattivi sono sorvegliati da 1500 poliziotti addestrati dai giapponesi, e saranno coadiuvati dalle forze ISAF e ‘Enduring Freedom’. Gli USA erano piombati sull’Afghanistan per creare un cuneo strategico puntato al cuore dell’Eurasia e per impiantare delle reti di pipelines con cui dissanguare le risorse del Turkestan ex-sovietico. Oggi, più mestamente, il Pentagono e Obama si ritrovano a fare la guardia a un bidone tutt’altro che vuoto, ma di proprietà cinese. Questa nota dovrebbe far riflettere i vari ‘anti-imperialisti indifferentisti e invariantisti’ che abbaiano contro la ‘collaborazione’ di Beijing e di Mosca all’occupazione statunitense e occidentale dell’Afghanistan. Da vera ideatrice delle arti marziali, Beijing utilizza a proprio vantaggio strategico-economico, la forza bruta e ottusa dell’avversario a stelle e strisce. Così, vengono sistemati una volta per tutte coloro che, ad esempio, contrapponevano a Putin ‘servo di Bush’, un vero campione dell’anti-imperialismo e del patriottismo quale Edvard Limonov…

Andando oltre, non si può fare a meno di constatare come i progetti egemonici ed espansionistici di Washington si siano trasformati in rottami geopolitici. Non si parla più di nessun gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan, mentre la sua variante a occidente, il Nabucco, è sempre meno al centro degli interessi internazionali dei paesi della regione. Mosca, che doveva essere esclusa dal traffico petrolifero e soffocata sul piano geo-economico, oggi si ritrova a poter scegliere tra almeno due potenti opzioni: portare avanti il SouthStream oppure porre un ferreo controllo sulla rete dei gasdotti ucraini, che necessitanti per il 20% almeno di essi di una manutenzione urgente, può imporre a Kiev, in cambio di investimenti e finanziamenti, il controllo diretto della gestione della rete energetica che alimenta la sempre più ansimante economia dell’Unione Europea.

Mala Tempora Currunt, penseranno Obama e il brain trust (ovvero la famiglia Clinton, la famiglia Brzezinsky, i Biden, i Rahm e i Gates) che lo gestisce.

L’Afghanistan è il crocevia non solo delle sempre più malandate aspirazioni di egemonia globale degli USA, ma è anche al centro della politica internazionale della Repubblica Popolare di Cina. Infatti, a Kabul s’incontrano gli assi su cui si dipana la strategia di Beijing: i più noti assi Cina-Iran e Cina-Pakistan, e il meno noto asse Cina-Arabia Saudita. Noti sono gli intensi rapporti storici tra Islamabad e Beijing, risalenti agli anni ’60, e Teheran-Beijing, più recenti, esistenti già dall’era di Reza Pahlavi, ma rafforzatisi continuamente a partire dagli anni ’80. Beijing ha usato le sue competenze militar-tecnologiche come chiave per aprire queste porte. Sebbene tecnologicamente poco sofisticati, gli equipaggiamenti militari cinesi rispondevano alla perfezione alle esigenze degli eserciti pakistano e iraniano, che tra l’altro subivano l’embargo militare e tecnologico da parte degli USA e del Regno Unito, di cui erano clienti. Ma queste relazioni si sono evolute da meri rapporti militari a complessa strategia di collaborazione geo-economica e geo-strategica: l’enorme espansione economica cinese impone a Beijing di trovare dei mercato d’ingresso per le materie prime e dei mercati di sbocco per la sua produzione. L’Iran e il Pakistan hanno adottato con chiaro entusiasmo questo ruolo, che a essi concedeva una carta decisiva: potersi sottrarre ai condizionamenti occidentali e poter intraprendere uno sviluppo economico, industriale e scientifico autocentrato. Questa simbiosi geopolitica, geoeconomica e geostrategica, tra Beijing, Islambad e Teheran rende sempre più ‘inconcquistabile’, agli occhi di Washington, il blocco continentale eurasiatico. Tanto più che questa linea strategica si dimostra, ogni giorno che passa, lungimirante. Infatti, a seguire le orme di Pakistan e Iran ci si è messa anche l’Arabia Saudita, che negli anni ’80 acquistò qualche decina di missili di teatro cinesi, dei missili balistici a raggio intermedio IRBM CSS-4. Ryadh si dotava di un arsenale strategico che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di quello israeliano. La strada percorsa dai rapporti cino-sauditi è stata, perciò, simile, anche se più lenta, di quella seguita da Islamabad e da Teheran. Ora anche l’Arabia Saudita inizia a stabilire delle relazioni economiche sempre più solide e complete con Beijing. Lo scambio tra risorse energetiche saudite e tecnologia cinese farà mutare gli equilibri geopolitici anche in questa cruciale area regionale; soprattutto all’indomani del crack degli Emirati Arabi Uniti, crack creato dalle ricette economiche proposte dalle solite istituzioni anglosassoni. La serietà e la solidità della dirigenza cinese (ad esempio il rifiuto di rivalutare lo Yuan/Renmbimbi preteso da Wall Street), invece, non fa prevedere simili scherzi.

L’Afghanistan è lo snodo di questa rete di relazioni intessuta dalla Cina popolare; vi si incontrano le esigenze strategico-politiche di Arabia Saudita e Pakistan che alimentano almeno parte del movimento armato del Pashtunistan, quindi a essere oggettivamente in guerra, sebbene una guerra per procura, con l’alleato-avversario statunitense. E in Afghanistan, anche grazie all’influenza di Ryadh e Islamabad, Beijing ha iniziato ad insediarsi, investendo risorse per assicurarsi quella presa strategica ed economica che Washington ha sempre agognato, e mai ottenuto.

Questa politica di ampio respiro sta inanellando altri successi notevoli, come l’accordo stipulato tra Ankara e Teheran per avviare la costruzione del TAPI, l’oleogasdotto Turchia-Iran-Pakistan-Cina, all’indomani dell’estirpazione del terrorismo dei Jundullah; un terrorismo strategico creato dalle corporation degli eserciti privati statunitensi. L’antica e ‘onorata’ accademia statunitense del terrorismo strategico, quella che ha creato e addestrato compagnie di ventura come i Contras, l’UCK, al-Qaida, i banditi di Basaev-Umarov e altri ‘gloriosi successi’, oggi non riscuote più successi (con gran scorno dei nostrani tifosi ultrà del dubbio islamismo militante in casa altrui). E sebbene tali ‘eserciti-ombra’ continuino a tormentare, con le loro autobombe e i loro ‘kamikaze’ telecomandati, i popoli di Iraq, Libano, Afghanistan e Pakistan, tuttavia non riescono a dirottare il corso delle relazioni diplomatiche ed economiche internazionali nel cosiddetto ‘Grande Medio Oriente’. Non a caso gli USA tentino una manovra avvolgente, coinvolgendo la questione coreana. Prende sempre più piede, infatti, il sospetto che l’affondamento della corvetta sud-coreana Cheonan sia stata una operazione False Flag, una trappola per prendere fra due fuochi Beijing, probabilmente con lo scopo di farle contrattare la sua posizione di netta opposizione agli USA riguardo la questione del nucleare dell’Iran, su cui dovrebbe cedere, in cambio di una più o meno finta ritirata statunitense riguardo il nucleare di Pyongyang. Mossa che non apparentemente non ha raggiunto, almeno per ora, lo scopo.

Mala Tempora Currunt, penseranno al Pentagono e a Langley. E soprattutto al Kiryat, il centro comando dello Tzahal.

Israele, all’indomani delle sconfitte politico-militari in Libano e Gaza, ha intrapreso una svolta strategica non ancora pienamente percepita. La coppia sionista Netanyahu-Liberman, eletta al governo grazie al voto proveniente dalla comunità dei cittadini israeliani russofoni, affronta una serie di mutamenti reali (non quelli vantati da una propaganda hollywoodiana), in corso in Medio Oriente, dove tra Siria, Armenia, Iran, Turkmenistan, Pakistan e Afghanistan si instaurano rapporti, soprattutto economico-commerciali. Il governo di Netanyahu, in cerca di uno sganciamento dall’alleato statunitense, che può rifornirlo di armi e di propaganda mediatica a buon mercato, ma che non può nulla per risolvere la grave crisi economica che attanaglia la società israeliana, cerca di entrare e di partecipare a tale mutamento delle relazioni mediorientali. Le continue minacce di aggressione all’Iran, la pretesa improbabile che Washington punisca Teheran, il goffo tentativo di dividere Damasco da Teheran e da Ankara facendo promesse sul Golan siriano occupato dal 1967 dalle truppe israeliane, il sostegno alle cause separatiste in Sudan e in Turchia, l’appoggio militare verso il narcostato kurdo-iracheno e verso l’avventurismo georgiano, il blocco criminale di Gaza e l’atto di pirateria contro la ‘Fredom Flotilla’ carica di aiuti destinati ai cittadini gazawi, sono i tentativi, disperati e controproducenti, di uno stato paria, che messo ai margini delle relazioni diplomatiche ed economiche regionali, cerca di rientrarvi e di ottenere una quota dei benefici che si profilano per tutti coloro partecipano a questo processo di radicale rinnovamento del quadro mediorientale. Il preludio a una svolta che potrebbe essere epocale.

Mala Tempora Currunt, penseranno i noti saltimbanchi nostrani della propaganda e della disinformazione sionista.

Alessandro Lattanzio, 07/06/2010

http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/?p=188

http://www.aurora03.da.ru

http://sitoaurora.altervista.org

http://eurasia.splinder.com

Alessandro Lattanzio, storico, esperto di questioni militari è redattore di Eurasia. Ha scritto: Terrorismo sintetico (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2007), Potere globale. Il ritorno della Russia sulla scena internazionale (Fuoco Edizioni, Roma 2008), Atomo Rosso. Storia della forza strategica sovietica (Fuoco Edizioni, Roma 2009), L’Eurasia  contesa (Fuoco Edizioni, Roma 2010).


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