Lo scorso 2 maggio l’operazione Geronimo condotta segretamente dall’intelligence statunitense nei pressi di Abbottabad (Pakistan) ha portato alla cattura e uccisione del ricercatissimo leader di Al Qaida, Osama Bin Laden. L’operazione ha avuto un grande eco a livello internazionale risollevando per un po’ gli indici di gradimento del Presidente statunitense Barack Obama, in netta discesa negli ultimi mesi. Ma un tale successo non poteva non avere dure ripercussioni sui rapporti con il Pakistan, storico alleato statunitense nella lotta al terrorismo.

 

Per comprendere le attuali ragioni di tensione tra i due Paesi occorre fare un salto indietro nel tempo, quando l’11/09/2001 le torri gemelle crollavano e gli USA stentavano a comprendere l’accaduto. In particolare, gli Stati Uniti si trovavano di fronte ad una nuova minaccia: il terrorismo di matrice jihadista. L’allora Presidente G.W. Bush, con il beneplacito della NATO, decise di intraprendere una campagna globale di lotta al terrorismo, comunemente definita Global War On Terror – GWOT. La GWOT aveva l’obiettivo di combattere su scala globale il terrorismo internazionale e promuovere attraverso un ‘effetto domino’ la diffusione della democrazia nel Vicino Oriente. Con un approccio hub and spoke (perno e raggio) di stampo bismarkiano, gli Stati Uniti non ebbero difficoltà a consolidare vecchi “spokes” nell’Asia Sudoccidentale. Principale alleato statunitense nella GWOT fu infatti, proprio il Pakistan del generale Musharraf. Da un punto di vista statunitense, il proseguimento di una politica di ‘insane alleanze’ inaugurata già anni prima, durante la Guerra Fredda andava ad irrorare di ingenti aiuti regimi, come quello pakistano, dalla dubbia integrità e fedeltà.

I rapporti tra i due Paesi si incrinarono lo scorso 2 maggio, quando gli Stati Uniti portarono a compimento, all’insaputa delle autorità pakistane, un’operazione militare, volta alla cattura di Osama Bin Laden. L’operazione violò di fatto la sovranità territoriale del Pakistan, e le proteste da parte delle autorità pakistane non tardarono ad arrivare. Oggi un clima di crescente sfiducia aleggia su entrambi i fronti. Gli USA dal canto loro, restano dubbiosi sull’impegno pakistano nella lotta al terrorismo, dato che il terrorista più ricercato al mondo, sarebbe stato trovato a pochi chilometri da Islamabad. Il Pakistan invece, mostra alcune riserve sul fatto di non essere stato informato dell’operazione Geronimo, sui raid aerei statunitensi che continuano ancora oggi sulle aree tribali del Pakistan e, in ultimo, sulle dichiarazioni apparse su Foreign Policy e su Fund for Peace, che definiscono il Pakistan un Failed state. L’apice della tensione è stato raggiunto con l’annuncio da parte degli Stati Uniti di una riduzione degli aiuti al Pakistan di 800 milioni di dollari e che ha inevitabilmente spinto il Paese a guardarsi intorno e andare alla ricerca di nuovi alleati nella regione. Portando successivamente il Pakistan ad espellere oltre 100 istruttori militari statunitensi dal proprio territorio, ritenendoli non più utili e adottando un politica più severa riguardo la concessione dei visti al personale straniero.

Un’alleanza difficile

Qualche anno fa giornalisti e rivali politici di Obama si erano mostrati piuttosto scettici quando, nel suo primo dibattito della campagna elettorale contro McCain, Obama prometteva di riuscire a scovare Osama Bin Laden al di là della volontà del Pakistan di collaborare. “Mission accomplished” verrebbe da dire oggi; ma in realtà la politica estera nordamericana degli ultimi anni ha iniziato molte ‘mission’ ben lontane dall’essere ‘accomplished’. I rapporti con il Pakistan infatti, si sono incrinati, a tal punto da spingere l’attuale presidente Asif Ali Zardari a partecipare ad una conferenza di due giorni sul terrorismo tenutasi a Teheran, lo scorso 25 giugno. Ciò che ne emerge è una rinnovata volontà del Pakistan di andare alla ricerca di nuove alleanze. In un primo momento le relazioni tra Pakistan e Iran sembrano limitarsi a un mero livello retorico. Tuttavia, in futuro i rapporti potrebbero diventare molto pericolosi per gli Stati Uniti e gli stessi alleati atlantici, anche alla luce del fatto che il Pakistan possiede armi nucleari e l’Iran ha avviato dei progetti per dotarsene. La stessa Arabia Saudita sta tentando di dissuadere Asif Ali Zardari e il suo establishment da questa nuova opzione diplomatica. Le questioni trattate a Teheran da Zardari e Ahmadinejād si sono focalizzate in primo luogo sull’Afghanistan, la cui stabilità risulta cruciale per entrambi i Paesi. I due leader hanno auspicato un processo di pacificazione del Paese guidato da Karzai, in modo da tenere lontano dalla regione gli Stati Uniti e per poter esercitare una propria influenza sulla leadership afgana. La seconda questione, invece, riguardava un progetto per la costruzione di un gasdotto che sarebbe in grado di fornire al Pakistan un quarto del suo fabbisogno energetico e che qualora fosse realizzato legherebbe indissolubilmente i due Paesi.

Un altro probabile scenario sembrerebbe essere quello cinese, la Cina infatti è il principale fornitore di armi del Pakistan. I già buoni rapporti tra i due Paesi potrebbero vedere un sensibile miglioramento in seguito a questo relativo abbandono statunitense, portando la Cina ad ampliare ulteriormente la propria area di influenza nella regione. Resta tuttavia in dubbio se la Cina sarà in grado di offrire gli stessi aiuti tecnologici e finanziari concessi dagli USA.

Può il Pakistan definirsi ‘Failed State’?

Negli Stati Uniti il Pakistan è stato classificato come Failed State al pari di altri Paesi come il Sudan, il Chad o il Congo. Tale classificazione ha scatenato  dure reazioni da parte dei media pakistani. La prima accusa statunitense al governo pakistano sarebbe proprio quella di corruzione. Il giornalista dell’ Asia Times Online, infatti, Syed Saleem Shahzad stava conducendo delle indagini riguardo ai rapporti tra l’ISI, il potente servizio di intelligence pakistano, e il terrorismo, quando è stato brutalmente ucciso. I sospetti statunitensi ricadono tutti sull’ISI e non sono mancate aperte accuse da parte degli USA, che hanno ribadito la natura corrotta e poco trasparente delle Forze militari in questione.

Tuttavia resta ancora da vedere se gli Stati Uniti saranno in grado di allontanarsi definitivamente dal Pakistan, importante alleato anche sul piano geografico, data la sua vicinanza all’Afghanistan.

Lo spettro di Osama Bin Laden

Lo spettro di Osama Bin Laden sembra aleggiare ancora oggi sulla politica estera nordamericana. Gli Stati Uniti sembrano incontrare sempre maggiori difficoltà nel Vicino Oriente e i Mujahidin, che tanto gli USA avevano sostenuto durante gli anni ’80, oggi sono diventati il loro principale nemico. Gli Stati Uniti hanno fortemente sottovalutato la portata di questo nuovo terrorismo, che andrebbe necessariamente differenziato da altri tipi di terrorismo e classificato su più livelli: locale, regionale e globale. Il caso di Al Qaida ha portato a riflettere sulla particolarità di questo nuovo tipo di terrorismo. Ciò che oggi gli USA e i suoi alleati atlantici sanno di Al Quaida è che è un’organizzazione fluida, scarsamente strutturata e organizzata in cellule autonome, ha un processo di reclutamento non formalizzato, utilizza mezzi di comunicazione nuovi come internet e il web 2.0, i suoi principali mezzi di supporto sono le associazioni, le banche e la finanza islamica: “is a matter of joining than being recruited”.  Bisogna però vedere se questa prospettiva, sostenuta  fino ad ora, sulla reale natura di Al Qaida, sarà confermata. Ma soprattutto, se la futura evoluzione di Al Qaida dopo la morte del suo leader seguirà le ipotesi avanzate da questo tipo di visione atlantista o se evolverà in una nuova ed inattesa forma di organizzazione.

 

*Fabrizia Di Lorenzo laureanda in Scienze internazionali e diplomatiche – Università di Bologna


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