Antonella Appiano, esperta giornalista a lungo basata in Siria ed oggi collaboratrice de “L’Indro”, è stata una dei pochi giornalisti italiani a seguire i recenti sviluppi politici siriani direttamente da Damasco, Aleppo, Homs e Yabrud, nel periodo tra marzo e luglio scorsi. Da quest’esperienza è nato anche un libro, Clandestina a Damasco, recentemente pubblicato da Castelvecchi, in cui ha cercato di dare voce alle varie anime della Siria, pro e anti-governative. Kawkab Tafwik l’ha incontrata ed intervistata per noi.

 

Sappiamo che a seguito delle prime rivolte a Homs, il governo siriano negò il visto a tutti i giornalisti e operatori internazionali, da cui il motivo principale della quasi totale assenza di giornalisti italiani in Siria; come è riuscita ad aggirare l’ostacolo?

Mi trovavo in Siria dal 7 di Marzo 2011, prima dell’inizio delle rivolte ed ero entrata nel Paese senza accredito giornalistico, come semplice turista. Ero quindi già “sotto copertura”. Un metodo di lavoro seguito da molti giornalisti all’estero ma poco in Italia. Puoi muoverti libero, in anonimato. Il prezzo da pagare consiste nel fatto che sei obbligato a lavorare da solo, senza aiuti e in condizioni “tecniche” più difficili (mancanza per esempio di connessioni internet fisse). In condizioni abitative più spartane (nessun albergo, solo case private, di amici o in affitto e in zone popolari della città). Ho dovuto cambiare spesso “ruolo”, mischiarmi magari con gli studenti, cercare notizie, senza espormi troppo, evitare di fotografare. Prudenza, attenzione. Anche per non mettere in pericolo chi avvicinavo. Per esempio, evitavo di portare con me il computer e cancellavo il materiale compromettente. Ero prudente anche al telefono. Sempre consapevole della presenza massiccia dei mukhabarat, i servizi segreti siriani e degli informatori.

Nelle primissime settimane lei ha diverse volte smentito notizie di manifestazioni annunciate a Damasco dalla stampa internazionale ed italiana. Come giudica l’approccio che la stampa internazionale ebbe in quei giorni? Ritiene che abbia giocato un ruolo rilevante per gli sviluppi successivi delle rivolte anti-regime?

Il 15 di marzo, per esempio, ho assistito a una mini-manifestazione a Damasco, davanti alla moschea degli Ommayadi, che si è svolta in maniera pacifica e nell’assoluta indifferenza della gente intorno che guardava stupita. La manifestazione venne invece descritta dai media internazionali come massiccia (decine, addirittura centinaia di migliaia di siriani). All’inizio della crisi, la stampa internazionale ha riportato alcuni fatti ampliandoli. Ero perplessa. I siriani erano perplessi. Ricevevo e-mail e telefonate preoccupate dall’Italia quando nella capitale era ancora tutto tranquillo. Ritengo che dopo le Primavera arabe in Tunisia e in Egitto, l’opinione pubblica si aspettasse un effetto domino identico in Siria. Con sollevazioni di massa, soprattutto a Damasco. Un’altra piazza Tahrir. I mass media mainstream hanno il potere di confermare “il pensiero comune”, di rafforzarlo. Di far nascere aspettative. Detto questo non possono creare dal nulla gli avvenimenti. A volte basta una scintilla. In Siria, l’elemento scatenante, è stato il “caso” di Daraa con l’arresto dei ragazzini che avevano scritto sui muri della scuola slogan contro il governo, le proteste dei genitori inascoltate dalle autorità, gli incidenti del venerdì 18 marzo.

Ha avuto forse l’impressione che le notizie venissero ‘filtrate’ dall’estero?

Non esattamente filtrate. Piuttosto “sdoppiate”. C’è stata molta confusione a livello d’informazione. Una specie di “schizofrenia mediatica” con la tv di stato che riportava i fatti in un modo e le tv arabe al-Jazeera, al-Arabiya e quelle occidentali in un altro. Ai giornalisti occidentali- e anche ai turisti- già dopo le rivolte di Daraa è stato ostacolato l’accesso nei luoghi degli incidenti. Ho tentato di entrare a Daraa, il 24 marzo ma l’autobus di linea fu fermato a un posto di blocco. Quel giorno potevano entrare in città solo i residenti o i parenti dei residenti e dovetti tornare a Damasco. Rumors, voci. “I manifestanti hanno bruciato il palazzo di giustizia”. “No sono stati delinquenti comuni che stanno approfittando della confusione”. Qualcuno aveva parenti a Daraa ma non voleva parlare. Non si fidava. Altri minimizzavano o comunque sembravano piuttosto indifferenti. Giudizi mormorati pro o contro la “rivoluzione”. Senza dubbio in quei giorni e , ancora durante i primi due mesi, ho raccolto molte testimonianze di gente che chiedeva solo un processo di “democratizzazione” del Paese, riforme ma senza “caos”, senza “stravolgimenti”. In tanti dichiaravano di “non voler cambiare”. Eppure le proteste continuavano, di venerdì in venerdì.

A questo proposito, come è stato il suo rapporto con i media italiani?

Ho chiesto alle varie testate che mi hanno contattato la libertà di riferire ciò che vedevo sul campo. Se non riuscivo ad essere testimone diretta dei fatti, volevo almeno poter riportare le opinioni di tutti. Senza condizionamenti o preconcetti. A volte qualche collega sembrava non credermi. Per esempio sul fatto che i siriani potessero guardare tutti i canali satellitari e non solo la tv di stato. Avevo l’impressione che tutti si aspettassero una rapida caduta del regime. Come in Egitto e in Tunisia. Ma era chiaro invece, vivendo in Siria, che l’evoluzione sarabbe stata lenta.

Lei era in contatto sia con attivisti dell’opposizione che con persone pro-Bashar; come sono stati i rapporti con le sue fonti? Come è riuscita a guadagnare la fiducia di entrambe le parti?

Con pazienza, tenacia. Cercando sempre di ascoltare ma senza dare giudizi. E soprattutto senza pretendere di capire tutto. Mi sono concessa il lusso del dubbio. Credo sia stato il mio atteggiamento a farmi guadagnare la fiducia dei due “schieramenti”. Non è stata una conquista facile. E neppure veloce. Ha richiesto tempo. A volte ho seguito piste sbagliate. E ho dovuto ricominciare da capo. Durante i primi due mesi è stato facile contattare gli attivisti on- line, quelli che non si esponevano nelle manifestazione ma solo attraverso i gruppi di rivolta sui Social Network. Con i veri oppositori di strada ho avuto i primi contatti importanti solo a maggio.

Ritiene personalmente che l’opposizione sia sufficientemente matura per prendere in mano la situazione se si dovesse verificare in futuro la caduta dell’attuale regime?

Quando sono uscita la prima volta dal Paese alla fine di maggio, dopo tre mesi di permanenza, l’opposizione era molto disorganizzata e divisa. Mancava un progetto comune. Se ponevo domande precise su “come si sarebbe svolta la transizione” ricevevo risposte vaghe, spesso ingenue. Però quando sono riuscita a rientrare in Siria all’inizio di luglio, la situazione era cambiata. E l’opposizione si era delineata meglio, pur se ancora frammentata. C’erano laici, islamisti, attivisti dei diritti civili. Comunque si erano formate tre correnti principali. In patria, i dissidenti siriani disposti a tenere aperto il dialogo con la leadership di Damasco. Ancora in patria, la corrente dei Comitati siriani di Coordinamento locale, e infine il gruppo dell’opposizione all’estero. Ma il passaggio da un regime a partito unico al pluralismo democratico è comunque lento ed esige fasi precise. Necessita di una società civile che in Siria non è più riemersa dopo la storica Primavera di Damasco. In Siria non esistono partiti veri, organizzazioni sindacali, una magistratura indipendente. Nel caso di caduta dell’attuale regime, l’intero sistema andrebbe riorganizzato.

Nel quadro della cosiddetta “primavera araba”, ogni paese ha affrontato e sta affrontando questa fase di “regime change” in modo differente. Quali sono a suo parere le caratteristiche sociali peculiari della nazione siriana che la differenziano da tutte le altre nazioni arabe?

Prima di tutto, dopo circa 7 mesi e mezzo di proteste, il Presidente Bashar tiene ancora le redini del potere, ma le rivolte continuano, seguite dalle repressioni e il Paese versa in difficoltà economiche dovute alla mancanza del turismo e delle sanzioni imposte dall’Occidente. Una situazione insostenibile. Proprio oggi (n.d.r 2 novembre) la Siria ha accettato il piano di mediazione della Lega Araba per porre fine alla crisi. Damasco ha dichiarato che acconsente a cessare le violenze, a ritirare i militari dalle città e a rilasciare i prigionieri politici. La Lega Araba continuerà a tenere contatti tra il governo e l’opposizione siriana “in preparazione a un dialogo nazionale entro due settimane”. Il comunicato non specifica il luogo del possibile incontro. Il regime siriano ha sempre sostenuto la necessità di organizzarlo a Damasco. L’opposizione invece insiste perché tutto avvenga fuori dai confini siriani. Vedremo. Ho parlato in questi giorni con due siriani che sono riusciti a venire in Italia. Non credono alle promesse di Bashar neppure questa volta. Ma conosco anche siriani che continuano a stare dalla parte del presidente per motivi economici, d’interesse o perché credono in lui. E comunque prima dell’inizio delle repressioni, delle uccisioni e degli arresti, a differenza del Presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali e del Presidente egiziano Hosni Mubarak, Bashar al- Assad era un leader piuttosto popolare. Durante le prime dimostrazioni infatti i manifestanti chiedevano solo maggiore “hurriyya”, libertà, misure contro la corruzione, una giusta ridistribuzione delle ricchezze, la fine dello stato di emergenza in vigore dal 1963. Solo dopo le repressioni, gli arresti e l’intervento dell’esercito, la gente ha cambiato slogan, invocando la caduta del regime. Ai primi di marzo 2011, a Damasco la situazione era tranquilla. Gli amici mi raccontavano che la caduta di Mubarak era stata vista in maniera positiva perché la leadership sperava in un nuovo governo egiziano più favorevole ai Palestinesi e meno dipendente dagli Stati Uniti. In generale, la gente si augurava che ciò che era successo in Tunisia e in Egitto avrebbe indotto il governo a concedere le riforme desiderate da tempo senza thawra, “rivoluzione”. Molti sottolineavano la peculiarità della Siria, un Paese multietnico e multi religioso e il pericolo di una eventuale guerra civile. Di divisioni territoriali e su base confessionale come in Libano.

Ma il popolo siriano che vive al di fuori della sfera politica come ha reagito, e sta reagendo, al clima di scontro nel paese? Vede una nazione unita nel desiderio delle dimissioni del presidente, come è avvenuto in Tunisia ed in Egitto?

L’evoluzione in Siria è stata lenta. Il cambiamento l’ho notato a luglio. Molti che ancora a maggio non avevano preso posizione oppure erano contrari al regime ma non partecipavano alle manifestazioni, erano scesi in piazza. Il movimento di protesta, incominciato a metà di marzo, dopo cinque mesi era cresciuto. Le repressioni avevano inasprito gli animi. A luglio, secondo gli attivisti per i diritti umani erano stati uccisi per strada più di 1.600 dimostranti e almeno 10.000 erano stati arrestati. Ma certo allora, come anche adesso, larghe fette della borghesia commerciale e imprenditoriale, minoranze religiose appoggiano ancora il Presidente Bashar al-Assad. Secondo Joshua Landis, docente all’università dell’Oklahoma e fondatore del blog Syria Comment “un 40 per cento dei siriani sostiene ancora il regime”. Le defezioni nell’esercito sono avvenute fra le fila dei soldati, a luglio soprattutto fra i militari di leva, ma i generali (alawuiti come il can degli Assad), tranne poche eccezioni, sono dalla sua parte. I disertori stanno comunque aumentando. Ormai da ottobre, secondo testimonianze di amici con cui sono rimasta in contatto, nella zona centrale di Homs, nell’area nord-occidentale di Idlib, in quella meridionale di Daraa, avvengono scontri regolari fra i sostenitori di Bashar e oppositori, fra l’esercito e le forze fedeli al Presidente e militari disertori e gruppi di manifestanti anti-regime. Tensioni, vendette. Potrebbe essere l’inizio di una guerra civile. La gente non è più distante. È preoccupata, coinvolta. Angosciata dal futuro. Viaggiare all’interno del Paese è diventato pericoloso. “Siamo stanchi” mi ha scritto un oppositore con cui sono rimasta in contatto.

Lei è in contatto anche con le comunità cristiane siriane alle quali ha dato voce più di una volta. Ritiene che l’equilibrio interconfessionale in Siria sia mutato in questi ultimi mesi o potrebbe mutare in futuro? In che modo?

Nel Paese i cristiani rappresentano circa il 10% della popolazione e sono divisi in ben undici confessioni. Si sono schierate a fianco del regime, dall’inizio delle rivolte. Ho raccolto numerose testimonianze in tutto il Paese. A Pasqua i cristiani di Damasco erano preoccupati. Nel quartiere di Bab Touma, nella città vecchia di Damasco, avevano organizzato milizie private. In quei giorni circolavano voci insistenti sulla presenza di islamisti, salafiti. E i cristiani avevano paura. Hanno paura anche ora proprio perché si sono alleati con Bashar e gli alawuiti e temono le “vendette” dei sunniti in caso di sconfitta. Però la minoranza alawita al potere ha cooptato una larga fetta di sunniti. Il divario quindi esiste fra gli alawiti e i sunniti (anche i cristiani) che stanno ai vertici e si spartiscono privilegi economici e gli altri. I poveri. Certo i sunniti poveri sono più numerosi degli alawuiti o dei cristiani poveri, ma solo perché appunto costituiscono la maggioranza del Paese. Le tensioni non sono nate su base confessionale pura, quindi. Le paure dei cristiani che mi citavano sempre “l’incubo Iraq” sono comprensibili ma per ora, gli equilibri non sono mutati. Potrebbero mutare certo. Nel caso di caduta del regime le forze religiose sunnite chiederanno un ruolo politico nella guida del Paese anche se non sono state all’origine della sollevazione. Il movimento islamico indipendente, attraverso i suoi leader, ha dichiarato di non essere interessato a instaurare la shari’a. Però gli islamisti “spaventano” i laici, le classi medio alte educate all’occidentale, non solo i cristiani. In uno scenario post-Assad bisognerebbe garantire tutte le comunità confessionali. La Siria – al contrario di quanto può apparire- è un Paese molto religioso.

Lanciando uno sguardo al passato, alla Siria “pre-rivolte”, e facendo un confronto con il presente, quali sono le prime impressioni sulla Siria che le che saltano all’occhio?

In questo momento la Siria è un Paese profondamente ferito. È cambiata l’atmosfera, la vita. E come non potrebbe? Alberghi deserti, carri armati lungo l’arteria Aleppo Damasco. Disoccupazione. Intere categorie sono rimaste senza lavoro, insegnanti di arabo, guide turistiche, affittacamere, commercianti. Il turismo non è l’unica voce nell’economia siriana però la presenza di studenti stranieri muoveva il giro degli affari immobiliari. L’inquietudine per un futuro incerto è ormai palpabile, e trasversale, anche se più forte fra il ceto piccolo borghese.

Ci ha detto di aver lavorato “sotto-copertura”, senza dubbio questo deve aver comportato, oltre a dei pro, anche dei contro. Ci può parlare dei principali rischi che ha corso nella sua esperienza professionale in Siria?

Lavorare come giornalista in Paese dove non è consentito espone a un rischio continuo. Era rischioso avvicinarsi alle moschee che mi venivano segnalate come centri di rivolta. Era rischioso uscire il venerdì quando le città erano deserte. Viaggiare. Andare a richiedere il rinnovo del visto. Consegnare il passaporto a un posto di blocco. Senza dubbio è stato pericoloso andare a casa di alcuni oppositori. Potevano essere stati segnalati. E mi sono esposta molto quando sono andata a Yabrud, a maggio ad incontrare un oppositore che aveva organizzato le manifestazioni nella sua città. Un giorno la polizia segreta mi ha fermata, alla stazione di Homs. Sapevo che non si poteva fotografare ma avevo chiesto l’autorizzazione a un poliziotto. Quando ho sentito una mano sulla spalla e l’ordine di seguire i due agenti, ho pensato di essere stata scoperta. E restare chiusa in una stanza con due persone che mi fissavano immobili, senza dire nulla, è stata una esperienza più che spiacevole. Il pericolo maggiore l’ho corso quando sono riuscita ad entrare in una zona dove si svolgeva una manifestazione. Gas lacrimogeni, gente che scappava. Chi mi aveva accompagnato, si era raccomandato “se sparano buttati a terra”. Quel giorno, il 22 luglio, eravamo a Midan, un quartiere sunnita di Damasco, non ci sono stati spari, solo lacrimogeni. Ma il venerdì prima, il 15 luglio, a Qaboun avevo visto la polizia sparare sui manifestanti disarmati.

Dalle sue testimonianze e dai suoi articoli si nota un cambiamento nelle sue personali considerazioni circa l’operato del governo in risposta alle rivolte. Se inizialmente la situazione era relativamente calma e pacifica (l’episodio della Moschea degli Omayyadi di cui ci ha parlato ne è una conferma), in una seconda fase, ci dice, il regime ha iniziato ad utilizzare risposte decisamente più violente. Lei afferma infatti di essere stata testimone di violenze da parte dell’esercito contro i manifestanti. Ce ne può parlare?

Prima di luglio, avevo sentito racconti e testimonianze. Avevo visto immagini in tv. In internet. Ma come essere sicura? Senza la presenza della stampa, in Siria mancava fonti indipendenti. L’unica soluzione, vedere con i miei occhi. Però è sempre stato difficile entrare nei quartieri a rischio. Venivano isolati, già dal mattino presto da cordoni di polizia e militari. Guardie di sicurezza. Finalmente a luglio, il gruppo di oppositori con cui ero venuta in contatto ha accettato di accompagnarmi nel quartiere sunnita di al-Qaboun, a nord est della capitale dove, fin dall’inizio delle rivolte, c’erano state ogni venerdì proteste. Ho visto tante gente che camminava nelle strade, gridando “libertà”. Disarmata. Ho visto la polizia in tenuta antisommossa pronta, schierata. Ad un certo punto qualcuno a tirato sassi contro i poliziotti. La prima volta hanno reagito sparando in aria. La seconda, sparando dritto al petto dei manifestanti. Ho vista la gente cadere come fantocci. Era il 22 luglio 2011.

 

Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Intervistata e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”.

 

Un’altra testimonianza dalla Siria: il reportage di Stefano Vernole da Damasco (clicca)

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