Rouben Karapetian, dal 2009 ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia, oltre che un esperto diplomatico (già rappresentante armeno in Egitto, presso la Lega Araba e l’Unione Africana) è anche uno studioso poliglotta delle relazioni internazionali e del Vicino e Medio Oriente, con all’attivo diversi libri, decine d’articoli ed altre attività accademiche (ha lavorato per l’Università Statale di Erevan ed ha fondato il Dipartimento Paesi Asiatici dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze armena). Il direttore Tiberio Graziani, Matteo Pistilli e Giuliano Luongo l’hanno incontrato per “Eurasia”. Di seguito l’intervista che S.E. Karapetian ha gentilmente concesso. L’intervista è stata realizzata il 28 settembre scorso.

Eurasia: Qual è stato l’andamento delle relazioni bilaterali tra i nostri due Paesi a partire dal momento dell’indipendenza dell’Armenia?

 

Rouben Karapetian: I popoli armeno e italiano sono uniti da una storia di millenni: per me che sono un ambasciatore devo dire che si tratta di una base davvero importante sulla quale costruire i rapporti attuali. Porto solo un esempio: a dicembre di quest’anno commemoreremo i 500 anni del primo libro stampato in lingua armena a Venezia. Per questa ricorrenza stiamo organizzando numerose manifestazioni nella città lagunare.

Le relazioni diplomatiche tra l’Armenia e l’Italia sono state instaurate nel 1992 – a marzo 2012 festeggeremo infatti il ventennio di questi rapporti. Durante questi 20 anni sono state gettate le basi su cui imbastire le nostre relazioni in molti settori: ci sono più di 30 accordi firmati tra i nostri due Paesi. Oggi possiamo qualificare i nostri rapporti bilaterali come “ottimi ma non abbastanza”. C’è ancora molta strada da percorrere assieme in campo politico, economico e culturale. In questo senso la visita in Italia del Presidente della Repubblica d’Armenia programmata per il prossimo dicembre sarà un passo importante verso l’ulteriore sviluppo dei nostri rapporti bilaterali.

Aggiungo anche che l’Italia è stata tra i primi Paesi dove l’Armenia ha instaurato la sua Ambasciata. Questi rapporti hanno una dinamica abbastanza positiva. Bisogna fare in modo che i nostri rapporti attuali riflettano l’andamento storico dei rapporti tra i due Paesi. In ogni caso, la diplomazia è una strada bilaterale e sforzandoci entrambi possiamo riuscire a mantenere in ottimo livello la cooperazione in diversi settori.

 

E: Potrebbe dirci qualcosa riguardo agli ambiti specifici della cooperazione bilaterale tra i nostri Paesi? Ad esempio, cosa può dirci in tema di cooperazione scientifica e culturale?

 

RK: Apprezzo molto la domanda perché questi rapporti con i popoli come il nostro, che ha sempre avuto grandi capacità nel settore, possono dare ottimi risultati.

Proprio di recente abbiamo firmato un accordo di cooperazione culturale e scientifica tra l’Università Statale di Erevan e la Sapienza di Roma, cosi come tra l’Università Statale di Architettura di Erevan e la Sapienza di Roma.

Prima ancora, nel 2003 i Governi dei due Paesi hanno firmato un Accordo di cooperazione in materia di cultura, istruzione, scienza e tecnica, un accordo che però per partire aveva bisogno di un programma esecutivo. Ora stiamo lavorando insieme alla parte italiana su questo programma quadriennale 2011-14 per dare vita al sopraccitato Accordo.

Stiamo organizzando diverse manifestazioni culturali, uniche nel loro genere, in Italia. Una di queste è la mostra “Dvin. Una Capitale Armena tra Europa e Asia” organizzata da Zetema nell’ambito della biennale di cultura “Vie della Seta” promossa da Roma Capitale. La mostra armena sarà inaugurata l’8 novembre.

A Venezia, inoltre, a dicembre al Museo Correr, alla Biblioteca Nazionale Marciana e al Museo Archeologico Nazionale sarà inaugurata, sotto l’alto patronato dei Presidenti d’Italia e d’Armenia, la mostra “Armenia. Impronte di una civiltà” dedicata al V centenario della prima stampa in lingua armena.

C’è una prova eccezionale della vicinanza culturale dei nostri Paesi:il nostro inno nazionale, preso nel 1918, è basato su di una musica italiana.

 

E: Sempre in tema di cooperazione, potrebbe dirci qualcosa a proposito delle relazioni economico-commerciali, magari in tema di qualche progetto specifico?

 

RK: Per sviluppare i nostri rapporti commerciali ed economici abbiamo gettato solide basi giuridiche: abbiamo firmato tutti gli accordi necessari per la promozione e tutela degli investimenti, per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio e per prevenire le evasioni fiscali, sulla cooperazione economica, sull’autotrasporto internazionale di viaggiatori e merci.

 

E: C’è qualche settore strategico in particolare da sottolineare?

 

RK: Il volume del nostro scambio economico con l’Italia rispetto ad altri Paesi non fattura cifre esaltanti ma è in continua crescita. Non avendo sbocchi sul mare e poche possibilità per “uscire” direttamente sull’Italia, molta merce arriva indirettamente facendo diventare tali rapporti indiretti di grande rilievo. Quest’anno ci si aspetta una crescita due volte superiore rispetto all’anno precedente.

In Armenia i negozi più rispettati sono quelli che vendono merce italiana – abbigliamento, scarpe, mobili. Il settore più avanzato in cui l’Italia investe in Armenia è quello della costruzione e della produzione dei prodotti chimici, seguito da quelli delle energie alternative e dei mobili. Ci sono 54 imprese con investimento italiano registrate in Armenia.

Dobbiamo sviluppare meglio la cooperazione in tema di agricoltura (macchinari in particolare) e tecnologie informatiche: può essere interessante anche migliorare lo scambio di esperienze in campo sanitario. Nel 2009 l’Italia è stato il terzo paese investitore in Armenia, dopo la Russia e l’Argentina, quest’ultima grazie soprattutto al noto businessman argentino di origine armena che ha completamente ristrutturato l’aeroporto di Erevan.

Arriverà il momento in cui l’Italia sarà al primo posto negli investimenti. Siamo due popoli molto simili come modo di pensare. L’Armenia può fare da base per sviluppare il commercio con i Paesi vicini, anche perché abbiamo accordi di libero scambio con tutti i Paesi ex-URSS (esclusi i Paesi baltici).

Cresce bene anche il Settore turistico. Il 18% dei turisti in Armenia sono italiani.

 

E: I rapporti tra le camere di commercio come sono?

 

RK: Stiamo elaborando un progetto al fine di instaurare una camera di commercio in Armenia onde riunire gli uomini d’affari interessati a collaborare con l’Italia (o che già collaborano) e viceversa. Spero che a dicembre, quando il nostro Presidente visiterà l’Italia, questo progetto potrà concretizzarsi.

 

E: Ritorniamo ai rapporti con l’Occidente: potrebbe continuare a parlarci delle relazioni con l’Europa e poi con gli USA?

 

RK: Lo sviluppo delle relazioni con l’UE ha un’ottima carica, è uno dei rapporti privilegiati e di maggior importanza per la politica estera dell’Armenia. Siamo molto avanti nella nostra cooperazione con UE soprattutto quanto allo sviluppo dei nostri legami politici ed economici cosi come all’attuazione delle riforme democratiche in Armenia. Normalmente più che parlare, noi armeni preferiamo “fare” e mostrare dei risultati. Posso dire che siamo riusciti nella nostra politica con l’ovest, perché nonostante gli anni difficili siamo arrivati a mantenere relazioni equilibrati con tutte le potenze (Russia, USA, UE). Molti paesi, dopo il crollo dell’URSS non hanno potuto trovare questo equilibrio.

Aggiungo che i nostri rapporti sono molto buoni anche con l’Iran. Anziché giocare sulle contrapposizioni per avere magari i vantaggi del momento, l’Armenia ha sempre cercando di avere una politica equilibrata con diverse potenze sia per il bene dell’Armenia che della nostra regione. Abbiamo ottimi rapporti con gli USA; il nostro presidente è appena tornato da lì. Lì abbiamo una grande comunità (in California ci sono quasi tanti armeni quanti in Armenia), i nostri concittadini lì sono molto ben organizzati. Abbiamo sempre considerato la diaspora armena come un appoggio importante per noi, come un ponte per i Paesi in cui essi vivono, in tema di relazioni internazionali.

 

E: E’ il caso di passare all’altro emisfero, allora, e di parlare dei rapporti bilaterali con la Federazione Russa. Può parlarci dunque di queste relazioni?

 

RK: La Russia è il nostro partner strategico. Come ho già fatto notare, noi abbiamo cercato di avere rapporti equilibrati con le varie potenze, nonostante ciò dall’Occidente molti accusano l’Armenia di unilateralismo verso la Russia. La Russia è nostro partner strategico perché attualmente nell’area non c’è una organizzazione internazionale e/o una potenza in grado di poter avere rapporti bilanciati con tutti e allo stesso tempo di poter dare sicurezza ai Paesi interessati. I Paesi dell’area sono distribuiti tra varie organizzazioni internazionali, alcune ne contengono alcuni, altre ne comprendono altri, ed è molto difficile gestire l’area da questo punto di vista. Oggi ciò che assicura la sicurezza dell’Armenia è la CSTO, di cui l’Armenia fa parte. Ciò però non disturba perché noi abbiamo ottimi rapporti con la NATO ed un’ottima collaborazione con la stessa. L’Armenia nell’ultimo periodo ha partecipato a tutte le missioni di pace NATO: in Kosovo, in Iraq, in Afganistan, in quanto fa parte anche della Partnership for Peace. Anche se siamo arrivati ad una collaborazione di largo spettro con la NATO, talvolta più dei nostri vicini, non ne facciamo una bandiera: è un punto importante che fa capire la politica estera dell’Armenia.

Ora parliamo dei nostri rapporti non regolati con la Turchia. Sono ormai 18 anni che la Turchia ha chiuso unilateralmente la nostra frontiera: è l’ultima frontiera chiusa in Europa, e nessuno riesce a convincere i turchi ad aprire questa frontiera. Ankara non vuole rapporti diplomatici con noi. Voglio fare una domanda retorica: un popolo che ha subito il genocidio da uno Stato che ha registrato un milione e mezzo di vittime perdendo per di più una parte del suo territorio e continua a subire soprusi dallo stesso Stato – a questo si aggiunge anche l’appoggio della stessa Turchia al suo “cugino” Azerbaigian nella irrisolta questione del Nagorno-Karabakh – mi domando, come può pensare di essere al sicuro? Con l’assenza delle forze di paesi o organizzazioni come NATO, UE o USA (comunque assenti dal punto di vista della sicurezza), è la Russia l’unico paese che, insieme alle forse armate armene, aiuta a difendere le nostre frontiere; quindi, ha un ruolo indispensabile per la sicurezza dell’Armenia.

 

E: Abbiamo citato il Nagorno Karabakh, e dunque le chiedo se può dirci qualcosa della situazione attuale dell’area e dello stato del cessate il fuoco.

 

RK: Per capire la questione del Nagorno-Karabakh bisogna capire inizialmente questo: sotto Stalin la regione autonoma del Nagorno-Karabakh fu forzatamente unita all’Azerbaigian. Quando Gorbachev giunse al potere e fu cambiata la costituzione, alla luce di questa nuova Carta la regione ha tenuto un referendum e la maggioranza del popolo ha votato per l’indipendenza del Nagorno-Karabakh. Una volta caduta l’URSS si sono create due unità, la Repubblica del Nagorno-Karabakh e quella dell’Azerbaigian. Giuridicamente è assurdo parlare di unità territoriale con quest’ultima. L’Azerbaigian, al crollo dell’URSS, non ha accettato la sovranità del Karabakh e gli ha dichiarato guerra. Ha costretto la parte armena a combattere, e ha perso dopo 4 anni di conflitto, alla fine del quale gli azeri sono stati costretti a dichiarare il cessate il fuoco. Nel 1994, tale cessate il fuoco ha avuto tre firmatari: Nagorno-Karabakh, Armenia e Azerbaigian, ulteriore prova giuridica che il Nagorno-Karabakh esiste come entità a sé. Oggi questa repubblica (il N.K.) ha 20 anni, ha proprie istituzioni e ha una generazione che non ha idea di cosa sia questo Azerbaigian che vuole annetterli. L’Azerbaigian ancora non accetta questo stato di fatto, e ora come ora si è impuntato e addirittura ha chiesto il ripristino dello status quo di 20 anni fa. Nell’ultimo periodo sono stati registrati 900 casi di apertura del fuoco da parte degli azeri verso il Nagorno-Karabakh. Ora, quando si riceve il fuoco bisogna rispondere, e gli azeri ne approfittano per far sì che la comunità internazionale chieda ad ambo le parti di smettere di sparare. I due Presidenti recentemente avevano già concordato il testo dell’accordo da firmare a Kazan (in Russia), ma durante la firma il presidente azero ha tirato fuori dieci proposte nuove, mai discusse in precedenza. Si fomenta una sorta di “armenofobia”, e i fatti che registriamo durante queste riunioni, che non permettono di raggiungere accordi, non ci danno speranze di risoluzione della questione. La nostra posizione coincide in pieno con quella dei co-presidenti del Gruppo di Minsk e si basa su tre principi: non uso della forza/risoluzione pacifica; il principio di autodeterminazione dei popoli; il principio dell’integrità territoriale. L’Azerbaigian ha richiesto di togliere i primi due punti, partendo solo sulla base del terzo principio. E’ invece fondamentale che l’Azerbaigian debba rispettare l’autodeterminazione ed il popolo dell’Artsakh.

Il Gruppo di Minsk ha invitato i popoli ad evitare il conflitto, cosa che l’Armenia fa già, ma le minacce dall’ Azerbaigian continuano.

 

E: Potrebbe parlarci dei rapporti armeno-siriani, pensando anche alle comunità armene in Siria?

 

RK: Abbiamo ottimi rapporti con la Siria. All’epoca del “genocidio”, un grande gruppo di armeni in fuga ha ricevuto asilo nel Vicino Oriente, in Libano e soprattutto in Siria (Aleppo, Damasco). In Siria abbiamo una comunità organizzatissima, con scuole e chiese, che non ha subito alcun tipo di intimidazione, in nessun campo. Nel mondo arabo, ma anche in Iran, c’è sempre stata ammirazione per il popolo armeno. L’ondata di “rivoluzioni arabe” ha creato una forte incertezza nel capire se tutto ciò porti a un futuro migliore o chissà dove. E’ passato il primo entusiasmo, di voglia di libertà etc., e ora ci si chiede se a lungo andare questa situazione farà bene all’Europa.

 

E: La Siria di Assad rappresenta indubbiamente un fattore di stabilità.

 

RK: Certamente. La paura è che possa iniziare anche in Siria una situazione instabile, che porterà ad una guerra ancora più globale.

 

E: Secondo Lei, nell’ambito della strategia nordamericana, la Siria rappresenta un bersaglio?

 

RK: Credo di sì, se non stiamo attenti. Se tu non controlli le cose, le cose non si controllano. Ma questo è il confine strategico dell’Europa, questi paesi sono vicini.

L’Italia sta perdendo il suo peso politico, l’UE non assume una specifica funzione in questo ambito. L’Italia era uno dei principali attori; rappresentava il punto di riferimento dell’area per molti governanti arabi, era il soft power della zona e riusciva a fare ciò che gli altri non potevano.

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