Il 9 ottobre scorso, il presidente uscente Ilham Aliev – figlio dell’uomo forte del PCUS e del KGB Heidar, suo predecessore – è stato rieletto per la terza volta consecutiva con l’85% delle preferenze, pari a 3.200.000 di voti circa (l’intera Repubblica azera conta più di 9 milioni di abitanti). Il movimento Nuovo Azerbaigian, di cui è a capo, rimane il primo partito del paese.

Si tratta ovviamente di un successo plebiscitario per il Capo di Stato del più importante interlocutore energetico dell’Unione Europea (dopo Mosca). Gli osservatori OCSE presenti ai seggi non hanno riscontrato violazioni di alcun genere: anzi il coordinatore della missione Michel Voisin ha fatto sapere che le elezioni sono state “trasparenti, libere e corrette”. Anche la delegazione del Consiglio d’Europa ha confermato la validità della consultazione elettorale. Inoltre, a poche ore dalla pubblicazione dei primi exit-poll, sono arrivate all’indirizzo di Aliev le congratulazioni del Congresso USA e della diplomazia italiana e britannica.

Dall’altra parte il principale sfidante del presidente, Gamil Hasanli, ha denunciato “massicce violazioni” ai seggi. Tuttavia la frammentazione dei movimenti avversi ad Aliev e l’assenza di un dibattito elettorale di portata nazionale hanno reso ininfluente e inefficace la strategia delle opposizioni.

Qualche giorno prima delle Presidenziali, il quotidiano turco e kemalista di lingua inglese The Hürriyet Daily News ha riportato la notizia dell’arresto di un attivista azero dei diritti umani, membro di un piccolo movimento di opposizione (Fronte popolare), Parviz Gashimly, arrestato qualche giorno fa dopo una perquisizione del suo domicilio effettuata dalla polizia governativa. Gli inquirenti hanno denunciato e prelevato Gashimly, trasferendolo in carcere e, in attesa di processarlo, lo hanno posto in custodia cautelare per detenzione illecita di armi da fuoco. Secondo il legale dell’oppositore azero, l’arresto del suo assistito “ha a che fare con il suo attivismo in difesa delle libertà fondamentali in Azerbaigian”.

Ma i temi sul tavolo di Aliev sono altri. Da un punto di vista prettamente economico, il trionfo dell’uomo forte della piccola repubblica del Caucaso meridionale significa molto sia per gli alleati atlantici (Europa e USA) sia per la vicina Russia, realtà amiche del governo di Baku. Ciò è dovuto al ruolo strategico giocato dall’Azerbaigian nello scacchiere energetico nel mar Caspio: lo attesta la presenza delle maggiori multinazionali del petrolio e del gas nel paese, su tutte BP, Statoil, Chevron, Total e Lukoil. Basti pensare che le riserve dei due maggiori consorzi energetici azeri, ossia Azeri-Chirag-Guneshli e Shah Deniz, contano risorse gassifere per 6 trilioni di metri cubi e 4 miliardi di tonnellate di oro nero.

L’obiettivo di Aliev rimane quello di continuare a incassare miliardi di dollari di ricavi, così da poter investire i proventi nell’ammodernamento del paese e nel mantenimento della repubblica del gas, che ha ormai consolidato il suo ruolo di pivot nell’Eldorado euroasiatico.

Eppure, per ciò che riguarda la politica estera, il presidente rieletto dovrà risolvere alcune questioni delicate, a partire dallo scontro militare e diplomatico con la vicina Armenia per l’annosa contesa del Nagorno-Karabakh, regione in territorio azero ma autoproclamatasi repubblica indipendente, grazie all’appoggio del governo di Erevan.

Esiste un accordo di cessate il fuoco stipulato nel 1994, che è stato violato ripetutamente dall’esercito armeno (almeno così riporta l’agenzia privata d’informazione azera Trend). La questione è attualmente monitorata dal presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) Jean-Claude Mignon, il quale ha incontrato qualche settimana fa le delegazioni dei due paesi in lotta. Gli incontri patrocinati dal Cd’E, però, rimangono interlocutori, lontani dall’essere risolutivi.

Ma, forse, quello che preoccupa di più Aliev è il ruolo della Russia, la quale tesse alleanze solide con Baku per la cooperazione energetica e allo stesso tempo strizza l’occhio all’Armenia. Il rafforzamento dell’asse economico-diplomatico Russia-Azerbaigian sarà proprio l’obiettivo principale del terzo mandato di Aliev. Sebbene Baku goda di molta stima tra i paesi dell’alleanza atlantica e soprattutto nell’Ue, il governo non può permettersi di perdere l’appoggio decisivo dell’investitore russo. I fragili confini disegnati da Putin nel mar Caspio – uno dei bacini di combustibili fossili più importanti del mondo – non possono essere compromessi e la Russia è il maggior garante di questo disegno.

Comunque, nei mesi scorsi, Aliev ha fatto un mezzo torto a Putin: il 15 luglio di quest’anno, la compagnia energetica statale SOCAR ha acquisito gli asset dell’omologa greca DEPA (e l’operatore DESFA) per circa 1,5 miliardi di euro, a sfavore della russa Gazprom. Successivamente il consorzio energetico Shah Deniz ha scelto di puntare sul progetto del gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline), che foraggerà di gas l’Europa allentando così la sua dipendenza da Mosca. Il percorso toccherà Turchia, Grecia e Italia (via Puglia). Ad agosto, il presidente del Consiglio Enrico Letta si è recato a Baku per ringraziare personalmente Aliev.

Dunque, la prossima sfida del presidente azero non sarà quella di aumentare il proprio consenso interno, piuttosto egli dovrà convincere Ue e USA della legittimità politica del “modello Azerbaigian” per attrarre così i capitali di cui abbisogna: per la realizzazione di questo intento, l’oro blu di Aliev è la moneta di scambio ideale per sedurre le potenze economiche energivore dell’Occidente.


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