Fonte: “Clarissa.it”, 16 ottobre 2009

Il 19 ottobre riprendono a Vienna i negoziati sul nucleare iraniano. Le schermaglie pubbliche non mancano: gli iraniani annunciano che senza accordo sull’arricchimento dell’uranio all’estero continueranno da soli; Hillary Clinton risponde che gli Usa non attenderanno oltre; Vladimir Putin sostiene che non ci sono le condizioni per un inasprimento delle sanzioni. Intanto segnali disparati fanno intendere che sono in corso scontri sotterranei, autentici bagliori di una guerra segreta.

Ne riportiamo alcuni, in ordine sparso, avvertendo che si tratta per lo più di notizie isolate ma che potrebbero anche essere (in tutto o in parte) tessere di un puzzle ordinato e profondamente interconnesso.

Lo strano caso della morte di Khamenei. Mentre scriviamo è ancora mistero su alcune notizie circolate su siti web, e riprese da testate come il britannico Daily Telegraph o l’israeliano Haaretz, secondo cui il leader spirituale iraniano Ali Khamenei sarebbe deceduto o in coma da alcuni giorni. Mancano conferme ufficiali ma anche smentite ad alto livello.
Se la notizia fosse vera sarebbe una scossa tellurica per il regime che potrebbe aprire scenari del tutto imprevedibili, anche drammatici, visto il momento delicatissimo in cui si verifica. Designato a succedere pro tempore a Khamenei sarebbe infatti l’ayatollah moderato Rafsanjani, a capo del Consiglio degli esperti, in attesa che questo organo elegga il successore di Khamenei. Ma Rafsanjani è anche il principale oppositore del presidente Ahmadinejad e si dubita che larghe fasce degli apparati di sicurezza (come i pasdaran e le milizie basiji) possano accettarne la legittimità morale e politica.
Ma anche se la notizia fosse falsa sarebbe altrettanto interessante. La fonte primaria da cui proviene, infatti, non è neutra, arrivando dal blog del “giornalista” ebreo-americano Michael Ledeen. Ledeen è una vecchia conoscenza degli ambienti dell’intelligence: “falco” vicino ai settori neocon durante la presidenza Bush, è stato consulente del Dipartimento di Stato e consulente dei servizi israeliani. Esperto di Iran, terrorismo, politica internazionale, il suo nome è stato accostato allo scandalo Iran-connection (anni ’80, Amministrazione Reagan/Bush sr.) ed alle vicende relative la strategia della tensione in Italia, paese che Ledeen conosce perfettamente e di cui parla fluentemente la lingua.
Ledeen sarebbe dunque, e soprattutto, un maestro delle cosiddette psy-ops, ovvero un esperto di attività di disinformazione e guerra psicologica. Il propagarsi della notizia potrebbe ben iscriversi, dunque, nel testare le reazioni sia degli apparati di controllo iraniani, ma anche e soprattutto dell’opinione pubblica interna al paese, per verificare quale sia lo stato dell’arte e la risposta in quegli ambienti riformisti che hanno vigorosamente protestato dopo le recenti elezioni macchiate, secondo l’opposizione, da pesanti brogli.

Brzezinski, il “pacifista” imperiale. Zbigniew Brzezinski è uno dei massimi esponenti dell’establishment americano. Democratico, ormai ottantenne, è stato Consigliere per la sicurezza nazionale dell’Amministrazione di Jimmy Carter (1977-1981), membro (e anche fondatore) dei più importanti think-tank anglosassoni, come la Trilateral Commsission, o il Council on Foreign Relations (CFR). Attualmente professore di relazioni internazionali alla Johns Hopkins University, Barack Obama lo ha citato pubblicamente come un suo mentore e consigliere personale.
Verrà ricordato nella storia contemporanea come l’ideatore della “trappola afgana” quando nel 1979, con una abilissima strategia, gli americani fecero in modo (o come disse lo stesso Brzezinski “aumentammo consapevolmente la possibilità”) che i russi invadessero l’Afghanistan per farne il “loro Vietnam” ed impantanarli in una guerra di logoramento che fu una delle concause principali della dissoluzione dell’Urss.
La contrapposizione Est/Ovest è sempre stata la linea strategica di fondo della visione geopolitica di Brzezinski. Di origine polacca, fautore della guerra fredda, ha sempre agito in un contesto bipolare, in cui ogni mezzo era lecito (come sponsorizzare il jihadismo islamico) pur di contenere il nemico principale rappresentato dall’Unione Sovietica. Ma anche dopo il crollo di quell’Impero, per Brzezinski il “nemico” rimane l’oriente eurasiatico di cui la Russia è il fulcro.
Questa visione politologica torna di grande attualità in un passaggio storico fondamentale per il consolidamento definitivo o la crisi dell’Impero americano, in cui le relazioni con la Russia si intrecciano con la disputa sul nucleare iraniano. Allearsi tatticamente con Mosca per liquidare Teheran e terminare definitivamente l’occupazione dell’area mediorientale e centro-asiatica, o accettare l’Iran come una potenza regionale, riconducendolo progressivamente nel campo occidentale, con la funzione storica che ebbe per la geopolitica anglosassone di gendarme del Golfo e argine di contenimento per la Russia e oggi anche Cina?
Nell’estate 2008, durante la crisi russo-georgiana, Brzezinski espresse chiaramente il suo pensiero equiparando Putin a Stalin e Hitler: “… Oggi la comunità internazionale deve […] reagire a una Russia che ricorre sfacciatamente all’uso della forza, con un più vasto disegno imperiale in mente: reintegrare il territorio ex sovietico sotto il dominio del Cremlino e impedire all’Occidente l’accesso al Mar Caspio e all’Asia centrale, grazie al controllo sull’oleodotto Baku/Ceyhan che attraversa la Georgia. Se la Georgia capitolerà, non solo l’Occidente si ritroverà tagliato fuori dal Mar Caspio e dall’Asia centrale, ma possiamo logicamente prevedere che Putin, se non troverà ostacoli, userà la medesima tattica verso l’Ucraina, Paese contro il quale ha già espresso minacce” (1).
Queste perentorie affermazioni vanno coordinate con la relazione che Brzezinski pronunciò davanti alla Commissione esteri del Senato americano il 1° febbraio del 2007. Una analisi impietosa e di durissima critica alla politica neo-con di Bush che rischiava di aprire una voragine in tutto il Medio Oriente e oltre, dall’Iraq al Pakistan passando per Afghanistan e Iran: “La guerra in Iraq è una calamità storica, strategica e morale. Iniziata sulla base di false presunzioni, sta pregiudicando la legittimità globale dell’America; le sue vittime civili e i suoi abusi ne stanno intaccando le credenziali morali. Provocata da impulsi manichei e da un’arroganza imperiale, sta intensificando l’instabilità regionale. (…) Se gli Stati Uniti continueranno a lasciarsi impantanare in un prolungato e sanguinoso coinvolgimento iracheno, il punto d’arrivo, su questa strada in discesa, sarà probabilmente un conflitto con l’Iran e con larga parte del mondo musulmano” (2)
In quella stessa sede Brzezinski fece riferimento alla possibilità (“scenario plausibile”) che l’allargamento del conflitto all’Iran potesse essere provocato da un attentato (“provocazione”) in Iraq o negli stessi Stati Uniti, attribuito agli iraniani e sfruttato dagli americani per una “azione militare difensiva”. Parole inaudite e pubblicamente pronunciate in una sede istituzionale da chi sa perfettamente di cosa parla quando si riferisce a provocazioni di intelligence di quel genere.
Molti analisti ritennero che in quel modo Brzezinski volesse bruciare un piano dell’Amministrazione, preventivabile o in corso di attuazione, proprio per impedire una avventura contro l’Iran. Siamo al 1° febbraio 2007. Alla fine di agosto dello stesso anno molti siti alternativi e giornalisti d’inchiesta indipendenti riportarono la notizia dello strano caso di un bombardiere strategico B-52 armato con sei missili cruise a testata atomica, che in spregio ai trattati internazionali e ai regolamenti della Us Force, veniva spostato da una base nel Dakota e fatto atterrare in Louisiana, bloccato da alcuni ufficiali dell’aviazione. In molti ritengono che quel bombardiere col suo armamento atomico fosse in procinto di attuare o una qualche operazione “false flag” o un attacco segreto verso l’Iran, sotto la direzione del vice-presidente Dick Cheney, e fu sventato da ufficiali “ribelli” delle forze armate (3).
Le scorse settimane Brzezinski ha lanciato un altro missile preventivo per il caso in cui Israele decidesse, come temuto da più parti, di sferrare un raid aereo unilaterale per colpire i siti nucleari iraniani, e per dire quale dovrebbe essere l’atteggiamento di risposta statunitense: “Non siamo esattamente dei piccoli bimbi impotenti. Dovrebbero [i bombardieri israeliani n.d.r.] volare sul nostro spazio aereo in Iraq. Dovremmo sederci a guardare?… Dobbiamo essere seri sulla questione e negare loro tale diritto. Ciò significa un rifiuto, e non solo a parole. Se tentassero il sorvolo, si decolla e li si fronteggia. Hanno la scelta di tornare indietro o no”. (4)
Ancora parole inaudite. Un alto esponente dell’establishment americano sostiene che gli aerei statunitensi (si noti che Brzezinski nel riferirsi ai cieli dell’Iraq usa l’espressione “nostro spazio aereo”) dovrebbero intercettare gli aerei israeliani ed eventualmente abbatterli. L’esperienza dell’uomo è tale da sapere impraticabile, politicamente, tale eventualità. Ma forse Brzezinski si rivolge ancora ad elementi delle forze militari ai quali garantisce il sostegno di almeno una parte importante della sfera politica nella loro azione di contrasto a piani belligeranti.
Brzezinski non è un pacifista. Le sue posizioni rispondono a precise attuazioni tattiche di visioni strategiche di fondo. È interessante delineare brevemente queste concezioni soprattutto in contrapposizione a quelle della dottrina neocon, che in definitiva si stanno ancora contrapponendo nell’amministrazione americana sul dossier iraniano.
Negli anni ’90 i neo-conservatori repubblicani delineavano il PNAC (Project for the New American Century) che verrà poi applicato nel momento in cui giungeranno al potere dal 2001 in poi, e soprattutto dopo i tragici fatti dell’11 settembre. Le linee portanti del PNAC illustrano una politica attiva e diretta da parte statunitense per il consolidamento del dominio economico e militare a livello globale. Concetti come “guerra preventiva” o “esportazione della democrazia” diverranno tristemente comuni. Applicando principi per cui “la leadership americana è un bene sia per l’America che per il resto del mondo”, la dottrina vuole “promuovere la causa della libertà politica ed economica al di fuori degli USA” e “preservare ed estendere un assetto internazionale favorevole alla sicurezza, alla prosperità e ai principi degli USA”. Questo significa un approccio aggressivo e, dove necessario, l’occupazione ed il controllo militare diretto delle aree strategiche.
Negli stessi anni (1997) Brzezinski scrive e pubblica un saggio politologico fondamentale: The grand chessboard (La grande scacchiera). L’obiettivo che si pone in questa opera è, sostanzialmente, lo stesso del PNAC, ovvero come strutturare il dominio imperiale americano. Ma se l’obiettivo è lo stesso, strategie e tattiche sono alquanto diverse.
Partendo dalle considerazioni che tutti i grandi imperi della storia sono implosi perché non riuscivano più a sostenere il peso economico e militare del dominio, e che il fulcro eurasiatico rimane quello in cui si gioca la partita decisiva, Brzezinski delinea una strategia fatta di pesi e contrappesi di piccole, medie, grandi potenze regionali che di fatto si bilancino in una sorta di continua tensione e contrapposizione di interessi. Gli Stati Uniti avrebbero in questo contesto il ruolo di grande sorvegliante che, di volta in volta, secondo le necessità e coi mezzi più appropriati allo scopo, risolve o crea micro-conflitti, sviluppa regioni o paesi mentre attenua l’influenza di altri, crea alleanze o le impedisce. Il pianeta diverrebbe una sorta di orologio di cui l’America determina, col suo potere economico-finanziario, militare, tecnologico, lo scandire del tempo.
I due paesi fulcro nell’area calda mondiale, l’Eurasia (una sorta di Balcani del pianeta), sono l’Ucraina e l’Iran, che, come tali, devono assumere il ruolo di potenze regionali che possano bilanciare e contenere l’affermazione di potenze egemoniche come Russia e Cina, in grado di minacciare questo ordine mondiale costruito dagli Stati Uniti.
Appare evidente come la visione di Brzezinski entri in collisione, nella pratica, con la dottrina neocon, e perché egli abbia in questi anni così duramente criticato l’occupazione dell’Iraq ed ora paventi il possibile allargamento del conflitto all’Iran. E questo spiega le critiche che gli sono piovute addosso dalle lobbies ebraiche americane e da Israele, che nella visione “democratica” di Brzezinski vedrebbe notevolmente ridimensionato il suo ruolo di potenza regionale e gendarme occidentale del Medio Oriente.

Un po’ di dietrologia. Gli Stati Uniti hanno deciso di dismettere i piani di scudo missilistico da installare in Europa orientale, in Polonia e Cekia. L’annuncio di Obama sullo scudo è stato preceduto, e da taluni messo in relazione, con alcuni inquietanti e poco chiari avvenimenti su cui è obiettivamente difficile dare un giudizio ma che pare opportuno riportare. Per approfondimenti rimandiamo all’articolo scritto da Giulietto Chiesa che ha raccontato molto puntualmente i fatti (5).
Pur non concordando con Chiesa sull’assunto di fondo (ovvero che la rinuncia americana sullo scudo sia stata “devastante per i piani israeliani” sostenendo, come si è cercato di illuminare anche in questa analisi, una tesi diametralmente opposta), tuttavia lo strano caso della nave russa Arctic Sea, sequestrata da ignoti gruppi speciali mentre trasportava, forse proprio in Iran, o in Israele, o magari negli Stati Uniti, un carico segretissimo (tecnologie nucleari? componenti per un attentato “false flag”?) appare come un mistero tutto da chiarire. Tanto più che subito dopo il “ritrovamento” della nave, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arrivava a sorpresa con un viaggio segreto a Mosca, infrangendo ogni protocollo diplomatico, ed esigendo un colloquio diretto con Medvedev.
Le fonti riportano di un Netanyahu furibondo che avrebbe a più riprese minacciato i russi, direttamente (“la Russia dovrebbe pararsi il sedere”), e indirettamente (“non sorprendetevi di vedere funghi atomici su Teheran”), ordinando in modo perentorio “un’immediata restituzione di tutti i documenti, dell’equipaggiamento e degli agenti del Mossad” catturati a bordo della Arctic Sea. L’atteggiamento, insomma, di chi rimproveri ad un altro di aver tradito i patti.
Non basta. Alcuni giorni dopo si verifica un incendio presso la base militare di Tambov a 400 km da Mosca. La base ospiterebbe i bunker della Direzione generale dell’Intelligence russa, e nell’incendio sarebbero andati distrutti “documenti segreti di speciale importanza”. Ma non di incidente si sarebbe trattato, bensì della fulminea e devastante azione di commandos di truppe speciali. Una fazione militare interna (o forse esterna con appoggi all’interno) ha agito per cancellare situazioni compromettenti detenute da un’altra fazione? A favore di chi e contro chi?

Il celebre giornalista d’inchiesta Robert Fisk ha pubblicato sull’Independent un articolo che rivela piani segreti tra paesi produttori di petrolio e potenze occidentali e asiatiche per l’abbandono del dollaro quale moneta di riferimento per le transazioni commerciali energetiche (6).
Paesi del Golfo tra cui Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi, e dall’altra Francia, Russia, Giappone, Cina, starebbero negoziando la creazione di una nuova moneta di conto parametrata su oro e altre divise nazionali come lo yen giapponese, lo yuan cinese, l’euro, e forse il rublo.
Fisk avrebbe avuto conferma di tali manovre da fonti finanziarie arabe di paesi del Golfo Persico e cinesi di Hong Kong. Obiettivo temporale fissato il 2018. Gli Stati Uniti sarebbero a conoscenza di tali incontri ma sarebbero convinti di riuscire a scongiurare una prospettiva che potrebbe altrimenti significare la fine del dominio nordamericano.
Già da tempo, anche in seguito alla crisi finanziaria mondiale, da più parti si è parlato della prospettiva di creare un nuovo ordine finanziario che contempli anche una nuova moneta internazionale che poggi su un paniere diversificato e non più solo sul dollaro. Ma l’elemento nuovo portato da Fisk è che quasi tutte le potenze mondiali (alcune delle quali strette alleate degli americani) e i maggiori produttori mediorentali, starebbero complottando alle spalle e contro gli Stati Uniti un vero e proprio golpe finanziario globale.
La notizia, se vera, sarebbe a dir poco clamorosa.
Ma vista con altra ottica potrebbe essere inserita in un altro scenario. Ammettiamo che incontri e generici colloqui siano stati fatti tra gli interlocutori indicati, ma di fatto una prospettiva come quella indicata è impossibile da portare a termine, almeno in queste condizioni di potere geopolitico, proprio perché le aristocrazie arabe del Golfo e paesi come Francia e Giappone sono legati a doppio filo con gli Stati Uniti. Tuttavia alcuni gruppi di potere interni agli stessi Usa, o paesi terzi come Israele, potrebbero avere tutto l’interesse a far trapelare lo scenario per allarmare altre componenti del potere statunitense sulla fragilità e sui rischi che si potrebbero correre se il Medio Oriente non venisse consolidato in maniera vigorosa una volta per tutte.
Lo stesso Fisk, tra le righe, si rende ben conto di poter essere stato lo strumento di un gioco di disinformazione e non a caso chiude l’articolo con un richiamo degno di chi conosce bene il gioco e la posta in palio: “Alla fine del mese scorso l’Iran ha annunciato che le sue riserve in valuta estera saranno in futuro in euro e non in dollari. I banchieri ricordano, naturalmente, quanto è capitato all’ultimo Paese produttore di petrolio del Medio Oriente che ha tentato di vendere il petrolio in euro e non in dollari. Pochi mesi dopo che Saddam Hussein aveva comunicato la sua decisione ai quattro venti, gli americani e gli inglesi hanno invaso l’Iraq”.

(1) “Basta illusioni: non fidiamoci di Putin”, Corriere della Sera, 19 agosto 2008
http://www.corriere.it/esteri/08_agosto_19/basta_illusioni_non_fidiamoci_di_putin_a53b0982-6d9c-11dd-8a0c-00144f02aabc.shtml

(2) Come riportato in “Lettere al Corriere – Risponde Sergio Romano”, Corriere della Sera, 17 febbraio 2007
http://archiviostorico.corriere.it/2007/febbraio/17/Brzezinski_sosia_democratico_Kissinger_co_9_070217121.shtml

(3) Tra varie possibili fonti si veda ad esempio questa intervista a Webster Tarpley di Massimo Mazzucco:
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2183

(4) http://www.thedailybeast.com/blogs-and-stories/2009-09-18/how-obama-flubbed-his-missile-message/

(5) Giulietto Chiesa, “Intrigo internazionale e funghi atomici su Teheran. Alta tensione” – Megachip
http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/668-intrigo-internazionale-e-funghi-atomici-su-teheran-alta-tensione.html

(6) Robert Fisk, “The demise of the dollar”, The Independent
http://www.independent.co.uk/news/business/news/the-demise-of-the-dollar-1798175.html

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